Stand Up Guys (2012)

stand_up_guysEccoci all’ennesimo film sugli eterni ragazzi. Format trito, ma perfetta opportunità di dare lavoro ad attori un po’ passatelli, ma sempre magnifici, che in un action movie vero risulterebbero ridicoli. E quindi, dopo Space Cowboys, RED e affini, ci troviamo alle prese con due uomini in età da pensione che decidono di riprovare il brivido dei loro vent’anni. Uno è uscito di prigione dopo 28 anni, erano due gangster e quindi il divertimento altro non può essere che rubare machine, rapinare farmacie e mangiare cheese burger all’alba. Il tutto è forse involontariamente dolce amaro, ma dovrebbe trattarsi di commedia. Che però non decolla mai davvero, non fa mai davvero ridere, forse perché le uniche battutacce sono tutte basate sul declino della virilità, o sull’overdose di Viagra, puttane russe e threesome fatali. Alla fine il film riesce perfino a non essere male, ma unicamente grazie ai due grandissimi attori che gigioneggiano da una scena all’altra. Pacino è totalizzante, Walken un’ottima spalla, la loro chimica tiene in piedi il tutto, e viva l’attenzione. Ma non c’è molto altro, a parte il goffo tentativo di tarantineggiare del regista Fisher Stevens, che tra una musica e un’inquadratura ci prova, ma tu gli dai una pacca sulla spalla e pensi su da bravo, torna a cuccia. Purtroppo, quando ai titoli di coda ti rendi conto che quel finale aperto potrebbe lasciare spazio a un sequel, non puoi che sperare che a Hollywood ci ripensino.

Hirsch: It’s like the old days, isn’t it? Val: No! It’s better. Because this time we can appreciate it.

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Noah (2014)

noahGiusto per mettere subito in chiaro dove andremo a parare, compro una vocale e modifico il titolo del film: da Noah a Noiah. Un minestrone tremendo, che mescola troppi ingredienti, per altro nemmeno troppo freschi, e viene servito tiepido e senza sale. Il cast è l’unica cosa che si salva, ma fossi in Russell Crowe, Jennifer Connelly e Anthony Hopkins farei causa alla produzione, capace di gettare al vento l’idea tutto sommato intrigante di rappresentare l’avventura (non mi azzarderei a definirla storia) della famosa Arca di Noè. Lo stiracchiato 6,1 che il film racimola su IMDB è piuttosto eloquente, oltre che di manica larghissima, per inquadrare un film più vicino al fantasy dei vari Hobbit che all’epopea biblica che invece dovrebbe rappresentare. Insomma, una ciofeca fatta e finita, in cui la parola God non viene mai pronunciata (pare che The Creator sia molto più chic) e in cui alla fine tutta la storia dell’Arca appare secondaria rispetto alle battagli digitali (ma basta!), ai mostri/angeli di pietra animati alla bene e meglio e all’impresentabile psicosi di Noah/Crowe. Ma soprattutto al solito trito, ritrito, stucchevole, noioso, dejà-vù, palloso, patetico scontro tra il buono (?) Noah e il superbaddie di turno, che non muore mai. Alla fine sei li sul tuo divano, con sbadigli incorporati (perché oltre tutto sto polpettone dura 138 minuti), che ti sorprendi a pensare “aridatece i polpettoni biblici che ci facevano vedere all’oratorio.” Da dimenticare.

Noah: A great flood is coming. The waters of the heavens will meet the waters of earth. We build a vessel to survive the storm. We build an ark.

The Man Who Fell to Earth (1976)

bowie_man-who-fell-to-earthRicordavo questo film come imperdibile. Rivisto oggi, cambierei l’aggettivo. Resta comunque, nel bene e nel male, un film unico. Pervaso di anni ’70, a tratti psichedelico, mai banale. E poi David Bowie, magrissimo, con quella faccia e quegli occhi, perfetto nei panni dell’alieno caduto sulla terra. La storia è quella solita, di come l’umanità accoglierebbe un essere di un altro mondo. Cioè nel peggiore dei modi malgrado tutte le minchiate di fratellanza universale che spariamo nello spazio. Lo abbiamo visto in Starman di Carpenter, o in The Day the Earth Stood Still. Ma qui lo vediamo in un’ottica più british rispetto a quella americaneggiante cui il cinema ci ha abituati, lo zoom non è sulle istituzioni ma sugli uomini. Qui non è la CIA a far del male al malcapitato alieno. Qui sono gli uomini stessi che lo tradiscono, gli mentono, lo alcolizzano. In fondo, alcuni lo amano, ma alla fine finiscono anche per approfittare di lui nel modo peggiore, senza dargli modo di ripartire, di tornare a casa, dai suoi amori. Finendo per ucciderlo. Un film forte e capace di emozionare, che certo va avvicinato tenendo conto della distanza siderale che ci separa dagli anni in cui è stato prodotto, che si sentono e vedono tutti. Malgrado ciò, secondo noi da vedere almeno una volta nella vita, anche solo per dire che non ti è piaciuto.

Thomas Jerome Newton: We’d have probably done the same to you, if you’d come ’round our place.

The Machine (2014)

THE-MACHINE_Dir_Caradog-James_First-Words_Photo_Courtesy_Red-and-Black-FIlms-555pxUn bel film indipendente, stiloso e ricercato, prodotto con amore – e quell’inconfondibile british touch – in the UK. Certo, vero che quasi tutto quello che si vede forse lo si è già visto prima, ma anche i cuochi usano sempre gli stessi ingredienti, no? E qui stiamo parlando di un film che comunque riesce a mescolare il tutto in modo intrigante. Forse alla fine il piatto ha un gusto già noto, ma questo non è necessariamente un male. Qualcuno dice Blade Runner, bah, io sinceramente non ci ho visto nulla di replicanti e affini. Forse, proprio volendo trovare una legacy, siamo più dalle parti di Battlestar Galactica e i suoi Cylon. In ogni caso, il solito tema se una forma di vita artificiale sia a tutti gli effetti una forma di vita o meno. Belle atmosfere cupe e giochi di luce che aiutano a nascondere la povertà di mezzi – The Machine è costato poco più di uno spot pubblicitario – ci regalano un film che vale assolutamente la pena di vedere, se non, come detto, per estrema originalità, per prendere un attimo di vacanza dalle solite produzioni patinate made in west coast.

Vincent: Machine?

Alien, Aliens, Alien 3, Alien Resurrection (1979, 1986, 1992, 1997)

alien2Dimentichiamoci le astronavi Spick&Span di A Space Odissey, i corridoi della Nostromo sono bui, sporchi e fumosi. Scott mette in scena il mostro nell’equivalante futuristico di un castello maledetto, e riesce a far paura (OK, confesso che per qualche notte avevo dormito agitato, dopo averlo visto al cinema nel 1979). E ancora adesso questo Alien non ha perso il tocco, anzi, come un buon vino è maturato e migliorato, e quei corridoi continuano ad angosciare. Alien è un film perfetto. Ridley Scott – nel prendere la rincorsa per Blade Runner – costruisce l’indimenticabile scifi thriller che darà il via ad una saga incapace di replicare l’unicità e la bellezza del primo capitolo, ma capace, nel bene e nel male, di diventare una pietra miliare del cinema di fantascienza. Come il suo protagonista, Alien è un film la cui perfezione è pari solo alla sua ostilità. Da vedere a tutti i costi.

Sette anni dopo arriva Cameron con questo film che dimentica l’approccio innovativo di Ridley e lo affoga invece in un mare di pop-corn, come sapeva farli lui ai tempi. Tranne Ripley e l’Alieno c’è molto poco in comune col gioiello di Scott. Dove c’erano ansia, claustrofobia e mistero ora troviamo paura (poca), azione (anche troppa) e adrenalina (ammettiamolo). Dato che nell’86 Cameron era cintura nera di action-movie, possiamo dire che con questo Aliens giocava in casa, i suoi Marines dello Spazio sono sexy e ispireranno varie imitazioni (Starship Troopers anyone?). A patto di non fare paragoni col primo, le oltre due ore di film volano, ti diverti, e alla fine hai quasi la sensazione di aver visto un capolavoro. A patto di non fare paragoni.

Passano altri sei anni, ed è il turno di David Fincher, qui al suo debutto. Che dire? Questo film è stato scritto e riscritto, apparentemente di peggio in peggio: Ripley c’è, no non c’è più. Dirige Scott, no non può, o non vuole. Alla fine ne esce una mezza schifezza, scritto all’ultimo minuto da Walther Hill, con una regia decisamente poco ispirata e delle incoerenze narrative con i primi due capitoli grandi come praterie. In sintesi, una ciofeca che non aggiunge nulla, e che ha pure fatto incazzare James Cameron per il modo poco rispettoso in cui sono stati liquidati i suoi personaggi Hicks, Newt e Bishop.

Ma purtroppo non è finita, e nel 1997 arriva l’ultimo capitolo della saga, directed by il francesino signor nessuno Jean-Pierre Jeunet e scritto da un Joss Whedon evidentemente ubriaco. Siamo quasi dalle parti di Spaceballs: non si sa come, lo scienziato pazzo di turno ha clonato Ripley da una sua goccia di sangue, duplicando ovviamente (?!) anche l’alienino in gestazione dentro di lei. Breaking news: i militari vogliono allevare Aliens (e noi: no shit?). Poi ovviamente qualcosa va maledettamente storto e muoiono tutti, tranne Ripley e un paio di altri, per un happy end al tramonto infarcito di frasi da baci perugina su quanto sia bella la Terra. Da incorniciare, per manifesta demenza senile, tutto il finale con l’ibrido umano/Alien, che non commento oltre. Insomma, peggio di Alien 3, non solo non aggiunge nulla, ma rende il tutto troppo cheesy per essere vero. Una schifezza di film, una zavorra per l’intera saga.

Ripley: Final report of the commercial starship Nostromo, third officer reporting. The other members of the crew, Kane, Lambert, Parker, Brett, Ash and Captain Dallas, are dead. Cargo and ship destroyed. I should reach the frontier in about six weeks. With a little luck, the network will pick me up. This is Ripley, last survivor of the Nostromo, signing off.

Star Trek – The Motion Picture (1979) (Director’s Edition)

star-trek-the-motion-picture-iliaQuesto polpettone spaziale segnò il ritorno di Star Trek anni dopo la fine della Serie Originale e il debutto di Kirk, Spock, McCoy & co. sul grande schermo. Nato sulle ceneri di quella che avrebbe dovuto essere Phase II, la nuova serie TV, questo Motion Picture debutta tra alti e bassi, riuscendo al contempo a far felici e a scontentare fans e non fans. Luci e ombre, quindi, in quello che personalmente ritengo comunque uno dei film più riusciti della serie. Certo, lento è lento, le tutine fanno veramente schifo – aridatece i piagiamini colorati di TOS! – e il finale è decisamente troppo tirato via (per esempio, dove va a finire tutta la conoscenza acquisita da V’ger?!). Però la storia è comunque affascinante, è decisamente Trek ed è anche ben raccontata (soprattutto nella versione rimontata e con CGI aggiornata della Director’s Edition). In più va detto che all’epoca questo film si doveva confrontare con i vari fantasy babble di Star Warsvedi qui cosa ne penso – a cui risponde con un sano approccio laico decisamente più affine allo spirito di Directed By. Alla fine un buon film, ma per addetti ai lavori, che se lo provi a propinare a un amico, o peggio ad una fidanzata, rischi di compromettere definitivamente il rapporto e trovarti da solo mentre il divano è catturato da un tractor beam.

Kirk: Bones, there’s a… thing… out there… McCoy: Why is any object we don’t understand always called “a thing”?

The Proposal (2009)

Ryan Reynolds and Sandra Bullock in THE PROPOSALQuesto è il film in cui – finalmente – viene demolita l’immagine tomboy di Sandra Bullock dei vari Miss Congeniality e affini, per restituircela sexy e femminile come non mai, splendida 40enne in tacco 12. Il film è prevedibile come ti aspetti da un film del genere, ma per lo stesso motivo contiene tutti gli ingredienti per passare due ore leggere, a cavallo tra sorriso e romanticismo. Alcuni momenti sono oggettivamente esilaranti – personalmente adoro la scena in cui Sandra scopre che Sitka si trova in Alaska – ma in generale tutto il film scorre piacevole ed entra di diritto nella tua videoteca, al capitolo “da rivedere ogni tanto per una serata di relax”. Detto questo, parliamo di pop-corn romantic comedy, ma di qualità, grazie ad un cast azzeccato e una regia (Anne Fletcher) non invadente.

Andrew: I wouldn’t possibly drink the same coffee that you drink just in case yours spilled, that would be pathetic.