Stand Up Guys (2012)

stand_up_guysEccoci all’ennesimo film sugli eterni ragazzi. Format trito, ma perfetta opportunità di dare lavoro ad attori un po’ passatelli, ma sempre magnifici, che in un action movie vero risulterebbero ridicoli. E quindi, dopo Space Cowboys, RED e affini, ci troviamo alle prese con due uomini in età da pensione che decidono di riprovare il brivido dei loro vent’anni. Uno è uscito di prigione dopo 28 anni, erano due gangster e quindi il divertimento altro non può essere che rubare machine, rapinare farmacie e mangiare cheese burger all’alba. Il tutto è forse involontariamente dolce amaro, ma dovrebbe trattarsi di commedia. Che però non decolla mai davvero, non fa mai davvero ridere, forse perché le uniche battutacce sono tutte basate sul declino della virilità, o sull’overdose di Viagra, puttane russe e threesome fatali. Alla fine il film riesce perfino a non essere male, ma unicamente grazie ai due grandissimi attori che gigioneggiano da una scena all’altra. Pacino è totalizzante, Walken un’ottima spalla, la loro chimica tiene in piedi il tutto, e viva l’attenzione. Ma non c’è molto altro, a parte il goffo tentativo di tarantineggiare del regista Fisher Stevens, che tra una musica e un’inquadratura ci prova, ma tu gli dai una pacca sulla spalla e pensi su da bravo, torna a cuccia. Purtroppo, quando ai titoli di coda ti rendi conto che quel finale aperto potrebbe lasciare spazio a un sequel, non puoi che sperare che a Hollywood ci ripensino.

Hirsch: It’s like the old days, isn’t it? Val: No! It’s better. Because this time we can appreciate it.

Noah (2014)

noahGiusto per mettere subito in chiaro dove andremo a parare, compro una vocale e modifico il titolo del film: da Noah a Noiah. Un minestrone tremendo, che mescola troppi ingredienti, per altro nemmeno troppo freschi, e viene servito tiepido e senza sale. Il cast è l’unica cosa che si salva, ma fossi in Russell Crowe, Jennifer Connelly e Anthony Hopkins farei causa alla produzione, capace di gettare al vento l’idea tutto sommato intrigante di rappresentare l’avventura (non mi azzarderei a definirla storia) della famosa Arca di Noè. Lo stiracchiato 6,1 che il film racimola su IMDB è piuttosto eloquente, oltre che di manica larghissima, per inquadrare un film più vicino al fantasy dei vari Hobbit che all’epopea biblica che invece dovrebbe rappresentare. Insomma, una ciofeca fatta e finita, in cui la parola God non viene mai pronunciata (pare che The Creator sia molto più chic) e in cui alla fine tutta la storia dell’Arca appare secondaria rispetto alle battaglie digitali (ma basta!), ai mostri/angeli di pietra animati alla bene e meglio e all’impresentabile psicosi di Noah/Crowe. Ma soprattutto al solito trito, ritrito, stucchevole, noioso, dejà-vù, palloso, patetico scontro tra il buono (?) Noah e il superbaddie di turno, che non muore mai. Alla fine sei li sul tuo divano, con sbadigli incorporati (perché oltre tutto sto polpettone dura 138 minuti), che ti sorprendi a pensare “aridatece i polpettoni biblici che ci facevano vedere all’oratorio.” Da dimenticare.

Noah: A great flood is coming. The waters of the heavens will meet the waters of earth. We build a vessel to survive the storm. We build an ark.

The Man Who Fell to Earth (1976)

bowie_man-who-fell-to-earthRicordavo questo film come imperdibile. Rivisto oggi, cambierei l’aggettivo. Resta comunque, nel bene e nel male, un film unico. Pervaso di anni ’70, a tratti psichedelico, mai banale. E poi David Bowie, magrissimo, con quella faccia e quegli occhi, perfetto nei panni dell’alieno caduto sulla terra. La storia è quella solita, di come l’umanità accoglierebbe un essere di un altro mondo. Cioè nel peggiore dei modi malgrado tutte le minchiate di fratellanza universale che spariamo nello spazio. Lo abbiamo visto in Starman di Carpenter, o in The Day the Earth Stood Still. Ma qui lo vediamo in un’ottica più british rispetto a quella americaneggiante cui il cinema ci ha abituati, lo zoom non è sulle istituzioni ma sugli uomini. Qui non è la CIA a far del male al malcapitato alieno. Qui sono gli uomini stessi che lo tradiscono, gli mentono, lo alcolizzano. In fondo, alcuni lo amano, ma alla fine finiscono anche per approfittare di lui nel modo peggiore, senza dargli modo di ripartire, di tornare a casa, dai suoi amori. Finendo per ucciderlo. Un film forte e capace di emozionare, che certo va avvicinato tenendo conto della distanza siderale che ci separa dagli anni in cui è stato prodotto, che si sentono e vedono tutti. Malgrado ciò, secondo noi da vedere almeno una volta nella vita, anche solo per dire che non ti è piaciuto.

Thomas Jerome Newton: We’d have probably done the same to you, if you’d come ’round our place.

The Machine (2014)

THE-MACHINE_Dir_Caradog-James_First-Words_Photo_Courtesy_Red-and-Black-FIlms-555pxUn bel film indipendente, stiloso e ricercato, prodotto con amore – e quell’inconfondibile british touch – in the UK. Certo, vero che quasi tutto quello che si vede forse lo si è già visto prima, ma anche i cuochi usano sempre gli stessi ingredienti, no? E qui stiamo parlando di un film che comunque riesce a mescolare il tutto in modo intrigante. Forse alla fine il piatto ha un gusto già noto, ma questo non è necessariamente un male. Qualcuno dice Blade Runner, bah, io sinceramente non ci ho visto nulla di replicanti e affini. Forse, proprio volendo trovare una legacy, siamo più dalle parti di Battlestar Galactica e i suoi Cylon. In ogni caso, il solito tema se una forma di vita artificiale sia a tutti gli effetti una forma di vita o meno. Belle atmosfere cupe e giochi di luce che aiutano a nascondere la povertà di mezzi – The Machine è costato poco più di uno spot pubblicitario – ci regalano un film che vale assolutamente la pena di vedere, se non, come detto, per estrema originalità, per prendere un attimo di vacanza dalle solite produzioni patinate made in west coast.

Vincent: Machine?

Alien, Aliens, Alien 3, Alien Resurrection (1979, 1986, 1992, 1997)

alien2Dimentichiamoci le astronavi Spick&Span di A Space Odissey, i corridoi della Nostromo sono bui, sporchi e fumosi. Scott mette in scena il mostro nell’equivalante futuristico di un castello maledetto, e riesce a far paura (OK, confesso che per qualche notte avevo dormito agitato, dopo averlo visto al cinema nel 1979). E ancora adesso questo Alien non ha perso il tocco, anzi, come un buon vino è maturato e migliorato, e quei corridoi continuano ad angosciare. Alien è un film perfetto. Ridley Scott – nel prendere la rincorsa per Blade Runner – costruisce l’indimenticabile scifi thriller che darà il via ad una saga incapace di replicare l’unicità e la bellezza del primo capitolo, ma capace, nel bene e nel male, di diventare una pietra miliare del cinema di fantascienza. Come il suo protagonista, Alien è un film la cui perfezione è pari solo alla sua ostilità. Da vedere a tutti i costi.

Sette anni dopo arriva Cameron con questo film che dimentica l’approccio innovativo di Ridley e lo affoga invece in un mare di pop-corn, come sapeva farli lui ai tempi. Tranne Ripley e l’Alieno c’è molto poco in comune col gioiello di Scott. Dove c’erano ansia, claustrofobia e mistero ora troviamo paura (poca), azione (anche troppa) e adrenalina (ammettiamolo). Dato che nell’86 Cameron era cintura nera di action-movie, possiamo dire che con questo Aliens giocava in casa, i suoi Marines dello Spazio sono sexy e ispireranno varie imitazioni (Starship Troopers anyone?). A patto di non fare paragoni col primo, le oltre due ore di film volano, ti diverti, e alla fine hai quasi la sensazione di aver visto un capolavoro. A patto di non fare paragoni.

Passano altri sei anni, ed è il turno di David Fincher, qui al suo debutto. Che dire? Questo film è stato scritto e riscritto, apparentemente di peggio in peggio: Ripley c’è, no non c’è più. Dirige Scott, no non può, o non vuole. Alla fine ne esce una mezza schifezza, scritto all’ultimo minuto da Walther Hill, con una regia decisamente poco ispirata e delle incoerenze narrative con i primi due capitoli grandi come praterie. In sintesi, una ciofeca che non aggiunge nulla, e che ha pure fatto incazzare James Cameron per il modo poco rispettoso in cui sono stati liquidati i suoi personaggi Hicks, Newt e Bishop.

Ma purtroppo non è finita, e nel 1997 arriva l’ultimo capitolo della saga, directed by il francesino signor nessuno Jean-Pierre Jeunet e scritto da un Joss Whedon evidentemente ubriaco. Siamo quasi dalle parti di Spaceballs: non si sa come, lo scienziato pazzo di turno ha clonato Ripley da una sua goccia di sangue, duplicando ovviamente (?!) anche l’alienino in gestazione dentro di lei. Breaking news: i militari vogliono allevare Aliens (e noi: no shit?). Poi ovviamente qualcosa va maledettamente storto e muoiono tutti, tranne Ripley e un paio di altri, per un happy end al tramonto infarcito di frasi da baci perugina su quanto sia bella la Terra. Da incorniciare, per manifesta demenza senile, tutto il finale con l’ibrido umano/Alien, che non commento oltre. Insomma, peggio di Alien 3, non solo non aggiunge nulla, ma rende il tutto troppo cheesy per essere vero. Una schifezza di film, una zavorra per l’intera saga.

Ripley: Final report of the commercial starship Nostromo, third officer reporting. The other members of the crew, Kane, Lambert, Parker, Brett, Ash and Captain Dallas, are dead. Cargo and ship destroyed. I should reach the frontier in about six weeks. With a little luck, the network will pick me up. This is Ripley, last survivor of the Nostromo, signing off.

Star Trek – The Motion Picture (1979) (Director’s Edition)

star-trek-the-motion-picture-iliaQuesto polpettone spaziale segnò il ritorno di Star Trek anni dopo la fine della Serie Originale e il debutto di Kirk, Spock, McCoy & co. sul grande schermo. Nato sulle ceneri di quella che avrebbe dovuto essere Phase II, la nuova serie TV, questo Motion Picture debutta tra alti e bassi, riuscendo al contempo a far felici e a scontentare fans e non fans. Luci e ombre, quindi, in quello che personalmente ritengo comunque uno dei film più riusciti della serie. Certo, lento è lento, le tutine fanno veramente schifo – aridatece i piagiamini colorati di TOS! – e il finale è decisamente troppo tirato via (per esempio, dove va a finire tutta la conoscenza acquisita da V’ger?!). Però la storia è comunque affascinante, è decisamente Trek ed è anche ben raccontata (soprattutto nella versione rimontata e con CGI aggiornata della Director’s Edition). In più va detto che all’epoca questo film si doveva confrontare con i vari fantasy babble di Star Warsvedi qui cosa ne penso – a cui risponde con un sano approccio laico decisamente più affine allo spirito di Directed By. Alla fine un buon film, ma per addetti ai lavori, che se lo provi a propinare a un amico, o peggio ad una fidanzata, rischi di compromettere definitivamente il rapporto e trovarti da solo mentre il divano è catturato da un tractor beam.

Kirk: Bones, there’s a… thing… out there… McCoy: Why is any object we don’t understand always called “a thing”?

The Proposal (2009)

Ryan Reynolds and Sandra Bullock in THE PROPOSALQuesto è il film in cui – finalmente – viene demolita l’immagine tomboy di Sandra Bullock dei vari Miss Congeniality e affini, per restituircela sexy e femminile come non mai, splendida 40enne in tacco 12. Il film è prevedibile come ti aspetti da un film del genere, ma per lo stesso motivo contiene tutti gli ingredienti per passare due ore leggere, a cavallo tra sorriso e romanticismo. Alcuni momenti sono oggettivamente esilaranti – personalmente adoro la scena in cui Sandra scopre che Sitka si trova in Alaska – ma in generale tutto il film scorre piacevole ed entra di diritto nella tua videoteca, al capitolo “da rivedere ogni tanto per una serata di relax”. Detto questo, parliamo di pop-corn romantic comedy, ma di qualità, grazie ad un cast azzeccato e una regia (Anne Fletcher) non invadente.

Andrew: I wouldn’t possibly drink the same coffee that you drink just in case yours spilled, that would be pathetic.

Enough Said (2013)

043_UNHP_02148_02153_R.JPGNon so, ma a me James Gandolfini che non fa il mafioso italo-americano già mi lascia perplesso. Ammetto, è un grosso limite, ma tant’è. E poi, confesso, un po’ tutto mi lascia col giudizio sospeso in questo film. 90 minuti, come un B-movie, che però sembrano due ore abbondanti. Il film è lento, non decolla mai, e la presunta commedia degli equivoci è telefonata e non sorprende, nemmeno nel suo lato amaro. Il lato buono è la simpatia degli attori e la loro bravura – anche se la Louis-Dreyfuss la butta un po’ troppo sull’approccio emoticon con eccessi di facce e faccine, e Gandolfini sembra in perenne paresi sorriso dolce-amaro – e qualche momento ti strappa un genuino sorrisetto. Ma alla fine è tutto lì, non succede quasi nulla che non avresti potuto dire dopo i primi cinque minuti. Il voto su IMDB (attualmente 7,1) è francamente inspiegabile, personalmente gli ho dato un 6 politico di simpatia. Morale, se capita puoi anche vederlo e passi una serata tranquilla su un divano finalmente indisturbato, ma probabilmente il giorno dopo, se ti chiedono cos’hai visto ieri, devi concentrarti per ricordartelo.

Eva: Did they just turn the music louder? Albert: No, I think you just got older.

Jobs (2013)

jobs-header-130703Il film comincia con la presentazione dell’iPod nel 2001, e la riproduce diversamente – e decisamente meno sexy – da come andò veramente (for the records, ecco i link alla presentazione reale e alla versione cinematografica). Se tanto mi da tanto, lo stesso parametro si applica a tutto il film: una rilettura, quindi, più che un documento o un’omaggio, che alla fine sembra ridursi alla libera interpretazione di una serie di eventi più o meno interessanti, assemblati in modo non particolarmente consequenziale. Girato male e montato peggio, il film ci presenta una narrazione a salti temporali piuttosto difficile da seguire, regalandoci uno Steve Jobs che non ha nulla del noto carisma del personaggio reale, ma risulta un concentrato degli aspetti più deteriori della sua personalità. Steve Jobs fu unanimemente riconosciuto, nel bene o nel male, come un visionario, mentre purtroppo questo filmetto si preoccupa di più di riprodurre la sua camminata (per altro in modo imbarazzante) che non il succo della sua vision, che invece appare ipersemplificato e ridotto ad una ipertrofica maniacalità per l’ordine e la perfezione formale. Alla fine il film si può anche vedere, ma anche no, a patto che tu sappia davvero chi era Steve Jobs. Se invece non lo sai, questo film è inutile e dannoso, la visione renderà il personaggio insulso e detestabile, ma soprattutto fondamentalmente irrilevante nella storia della consumer electronics. Cosa che, comunque la si pensi, è un’eresia.

Steve Jobs: In your life you only get to do so many things and right now we’ve chosen to do this, so let’s make it great.

Source Code (2011)

source-code-5Un sorprendente sci-fi thriller, che arriva travestito da B-movie in un pomeriggio di quelli un po’ così. Il sapore da B-movie resiste per le prime scene, o forse anche per tutto il film. In fondo parliamo di uno di quei film mono-location così popolari negli ultimi anni, e in questo Source Code non si allontana troppo da altri prodotti analoghi. Qui però c’è la forza di un cast intrigante e una regia sapiente. Gli attori sono capaci di tanto valore aggiunto, e si trovano a lavorare col supporto di uno script potente, emozionante e solido. Il finale fa ancora un testacoda e si trasforma in una favola, con l’happy end che non ti aspetti – non del tutto – e che per una volta non stona affatto, ma anzi. Jake Gyllenhaal è perfetto per la parte, e col suo faccione ci trasmette alla perfezione i momenti e i cambiamenti di prospettiva, e tutti quelli che gli girano intorno sono altrettanto bravi nel ripresentarci di volta in volta la scena da un angolo diverso. Insomma, da vedere, con sorpresa, ricordandoti che dopo 8 minuti il tuo divano comunque esploderà. O forse no.

Dr. Rutledge: Source Code is not time travel. Rather, Source Code is time re-assignment. It gives us access to a parallel reality.

Star Wars (1977, 1980, 1983, 1999, 2002, 2005)

Classical-Wallpaper-Darth-Vader-star-wars-25852934-1920-1080Sei lì con il cofanazzo blu-ray  dell’intera esalogia, in edizione definitiva con bollino di garanzia George Lucas himself, che ti guarda dallo scaffale da mesi e mesi, e alla fine decidi di riguardarli, uno per sera, in una settimana. Anche perché non avevo mai visto bene gli episodi I, II e III e ricordavo vagamente i IV, V e VI. Non entriamo nel merito dei sei film uno per uno, ma buttiamola sull’opera completa. Complessivamente la storia è godibile, anche se è una soap opera che potrebbe tranquillamente durare due ore meno: troppe scene extra-long, troppi riempitivi, troppi dialoghi inutili, pallosissimi filosofeggiamenti e soprattutto troppi combattimenti e duelli a suon di lightsaber, che però sono talmente finti e con poca cattiveria che li prendi meno sul serio delle scazzottate di Terence Hill e Bud Spencer. In generale, meglio, più equlibrati e dinamici, i primi (ultimi) tre episodi. Decisamente più legnosi e con sbadiglio incorporato gli ultimi (primi) tre, malgrado siano in realtà quelli veri, e malgrado i nuovi effetti speciali, cazzi e mazzi. Personalmente, due grandi limiti: l’approccio generale pesantemente childish, particolarmente evidente nei più recenti ma comunque una cappa che soffoca l’intera esalogia, e quella pallosissima venatura fantasy: lo Yoda, la forza, i fantasmi dialoganti e tutto il resto. Certo, quintessential Star Wars, però come detto lo sbadiglio è in agguato, e spesso la palpebra cala, anche se poi quando la riapri ti rendi conto che non hai perso nulla perché ti sei assopito durante un combattimento laser di 28 minuti. La parte più bella dei primi (ultimi) episodi è tutta l’evoluzione politica che porta alla nascita dell’Impero e di Darth Vader, che era buono (come sarà alla fine quando Luke gli toglie il cascone nazi) ma dopo essere stato trattato per anni come il ragazzo di bottega da tutti i Jedi, e dopo una chiacchiera di 4 minuti con l’imperatore, si rompre il cazzo e diventa cattivo e, estremamente educativo, massacra a sangue freddo 50 bambini. Così, per presentare il personaggio. L’aspetto macropolitico di fatto scompare nei tre episodi finali, per lasciare spazio alla storia di trentacinque ribelli straccioni che tengono in scacco un impero di inetti, più altre cose più o meno sfilacciate, che trovano comunque poco spazio, soffocate come sono tra discussioni interminabili sull’irresistibilità della parte oscura e quanto invece sia meglio la forza buona, sei mia sorella, sono tuo fratello, quello è papà, e i vari dico/non dico di Yoda coadiuvato da fantasma di Kenobi che dispensa saggezza da Baci Perugina. In definitiva, super-polpettone spaziale carino ma ampiamente sopravvalutato. Vedremo cosa saprà farne J.J. Abrams, fiducioso che un po’ di testosterone possa certamente giovare al benessere della famiglia Skywalker.

Darth Vader: I am your father, Luke! (e tutti noi: really?)

Star Trek – Into Darkness (2013)

st_4J.J. Abrams continua a pompare ormoni dentro alla creatura di Gene Roddenberry, e lo fa con la consueta maestria. Ma anche con il consueto retrogusto di plastica. Into Darkness è un bel filmone action, cazzuto, con una sceneggiatura bella solida. Ma è anche molto poco sci-fi, ancor meno Trek. Vero che ci provano a mettere le battute tra Spock e McCoy ecc, ma la relazione tra i personaggi, quella chimica inimitabile che era lo spirito del vero Star Trek, aimè latita. Che poi questo non sia necessariamente un male è vero, ed è un solido argomento in difesa di questo polpettone spaziale che in fondo ha l’obiettivo commerciale di allargare la base anche ai non fans di vecchia data. E forse proprio per questo il retrogusto è che alla fine a Into Darkness manchi l’anima. Detto questo, il film scivola via bene, reinterpreta la storia di Kahn (terza volta, dopo l’episodio originale Space Seed e The Wrath of Kahn del 1982), e continua a ridefinire il nuovo universo Trek nato dal reboot del 2009. Molto spazio all’effetto speciale e molto poco a tutti quegli elementi techno-babble, altro dettaglio che rendeva Star Trek Star Trek, ma siamo nel 2013, nel bene e nel male anche questo ci sta. Ora inizia la missione quinquennale, e in teoria con essa un filone di film potenzialmente inesauribile. Speriamo non si perdano via come fa Abrams di solito con le sue serie TV. In fondo il cast è anche decoroso, con una leggera preferenza per Quinto/Spock vs. Pine/Kirk, che è simpatico ma che now and then ti fa sentire dentro una vocina che strilla aridatece Shatner. Bottom line, non un film da correre a vedere, ma se hai visto il reboot del 2009, un sequel più che degno, e comunque due ore di entertainment con il divano in trans-warp.

James T. Kirk: The enemy of my enemy is my friend. Spock: An Arabic proverb attributed to a prince who was betrayed and decapitated by his own subjects. James T. Kirk: Well, its still a hell of a quote.

Django Unchained (2012)

django djangoA prima vista potrebbe sembrare un genuino spaghetti western del 1967: tutto, dai colori ai titoli, dalle musiche alle inquadrature, trasuda Leone, Corbucci e tutti gli altri più o meno nobili predecessori. Con Django Unchained Tarantino raggiunge forse il massimo del citazionismo, perché questo film è dichiaratamente, anche se solo in parte, un grande omaggio a quel filone western all’italiana che per certi versi ha rappresentato per anni l’archetipo del b-movie. Dopo Django Unchained, naturalmente, tutti correranno in soccorso del capolavoro dichiarandosi da sempre fan del genere. I fedeli di directedby sapranno che noi lo siamo da sempre, e da prima 😉 Non so se questo sia il film definitivo di Tarantino, o quello più alla Tarantino. Di sicuro si tratta di un’opera meravigliosa, dove si incontrano molte anime, da quella di Sergio Leone fino a quella di Mel Brooks (la scena dei cappucci bianchi con i buchi degli occhi sbagliati potrebbe essere una deleted scene di Blazing Saddles), e anche l’anima del western italiano politico unito al gusto splatter di Dario Argento. E alla fine, mentre Trinità incontra Kunta Kinte, scopri che in realtà non si tratta di un vero “spaghetti”, ma ancora una volta di un revenge movie alla Kill Bill, con dietro tutta la forza di Hollywood, e quindi mezzi, locations, casting e respiro che rendono Django Unchained molto più vicino al western classico americano. Un discorso a parte merita – al solito in un film di Quentin – la colonna sonora, che unisce alla perfezione Morricone al rap più contemporaneo, raggiungendo veramente il massimo nella scena finale, dove inaspettata arriva Trinity e ti aspetti di vedere passare da un momento all’altro il cavallo di Terence Hill con la famosa slitta al traino. Potrei continuare ore a parlare di questo film, perché ogni dettaglio è studiato in maniera maniacale, strizzando l’occhio alla generazione di noi baby-boomer che possiamo ricordare di aver visto al cinema più o meno tutte le pellicole cui Django Unchained fa riferimento. Ma andrei contro le regole di directedby, con un commento davvero troppo lungo. Quindi, in definitiva, trattasi di capolavoro. Corri a vederlo, possibilmente non devastato dal doppiaggio nostrano.

Django (2012): D-J-A-N-G-O… The D is silent. Django (1967): I know

Barefoot in the Park (1967)

Credit: PARAMOUNT PICTURES / AlbumOk, forse, come dice Elizabeta, non è proprio una commedia natalizia. Però quello di Gene Saks è uno di quei film/capolavoro/evergreen che a Natale ci stanno sempre benone, come Young Frankenstein, per capirci. La supertopa Jane Fonda e il papà di Brad Pitt 😉 Robertone Redford sono semplicemente perfetti. Di quella perfezione propria dei giovanissimi – Jane e Robert avevano entrambi 30 anni – coppietta da sogno di Hollywood di fine anni ’60. Un film che potrebbe tranquillamente essere una pièce teatrale, perchè alla fine ci sono tre set e un paio di riprese in esterni. Un film che fa ridere, ancora oggi, ancora dopo che l’hai visto tante volte. Certe scene sono davvero irresistibili, e alla fine anche un film romantico, a modo suo. Non mieloso, non melenso, mai prevedibile. Un film che sicuramente nel 1967 era avanti da morire, e che ancora oggi potrebbe tranquillamente essere contemporaneo, se non ci fossero la pasta della pellicola, i colori e i modelli di auto a denunciane l’età. Da correre a rivedere.

Corie: Paul, I think I’m gonna be a lousy wife. But don’t be angry with me. I love you very much – and I’m very sexy!

Skyfall (2012)

Diciamo la verità, dopo tutto il battage pubblicitario che lo ha preceduto, ti avvicini a questo film con la ragionevole speranza che si possa trattare del Bond definitivo. Tutto converge verso questa conclusione, dal cast – con il grande Javier Bardem nella parte del baddie di turno – alla scelta di Sam Mendes a dirigere, passando per le varie peripezie produttive – budget si budget no, si fa, a monte, no si fa davvero. Invece no. Purtroppo, questo film fa schifo. Per due motivi molto semplici:

1. Non è più un film di 007. E non lo è per sua stessa ammissione, nella scena (patetica) in cui il nuovo, brufoloso e improbabile Q incontra Bond al museo: sono finiti i tempi delle Aston Martin, dei gadget futuribili e del laboratorio dove 007 si divertiva ad inquadrare le tette delle segretarie. Oggi bastano una pistola e un segnalatore radio. Aver depurato la serie dell’ironia e della leggerezza dei Bond DOC è come avergli tolto l’anima, rendendo questo film un qualunque action, e nemmeno particolarmente originale.

2. La trama. Il cattivo che ha pianificato e previsto tutto sembra una riscrittura – in peggio – di Law Abiding Citizen, a cui sono stati aggiunti un inizio sui tetti e un finale in Scozia. Purtroppo caciara, spari, esplosioni e morti ammazzati non riescono a riempire il vuoto delle idee.

Peccato, perchè il filone di Daniel Craig era iniziato bene con Casino Royale. Già con Quantum of Solace ci erano venuti dei dubbi. Ma adesso anche lui è in loop, continuando a riproporre un personaggio ombroso, cinico e sofferente che nulla ha a che vedere con l’allure glamour e mondana che James Bond ha sempre avuto. In linea coi tempi, certo, ma Sean Connery, Roger Moore, e perfino Lazenby e Brosnan, gridano vendetta.  Non fosse per la morte di M (ma forse Judi Dench si è anche lei rotta i coglioni e ha deciso di lasciare) questo film sarebbe totalmente irrilevante nell’evoluzione della saga. Una ciofeca.

James Bond: A radio and a gun. Not exactly Christmas, is it? Q: You weren’t expecting an exploding pen, were you? (yes we were, n.d.r.)

Austin Powers: The Spy Who Shagged Me (1999)

Che ti devo dire, a me Austin Powers fa ridere. Lo so che è una stronzata mai vista e bla bla bla. Resta il fatto che lo trovo meglio, ma molto meglio, di un qualunque cinepanettone (per dirne una). Questo è il capitolo secondo, il seguito di International Man of Mistery (1997), di cui magari parleremo in futuro. Austin Powers is Back, in tutti i sensi, dato che qui grazie alla time machine della situazione, torniamo con lui nei mitici sixties, alla ricerca del mojo perduto – anzi rubato – da solito Dr. Evil e dal suo Mini Me. Tanto per dire, un film che è costato una tentina di milioni di dolla e ne ha incassati oltre 300. Mike Myers produce e interpreta, ed è il vero mattatore, tra denti ingialliti (ma poi perchè?) e giretti nudo con le solite spassose inquadrature ambigue in cui sembra che banane, salami e baguette facciano a gara per simulare il suo. Sempre sul filo del doppio senso, quindi, ma in realtà nemmeno poi tanto doppio, dato che a quanto pare l’unica cosa che conta per Powers è la gnocca. Heather Graham, appunto, bionda protagonista, carina nella parte della Bond Girl di turno. Directed by Jay Roach, il film è solo la scusa per un susseguirsi di gag, tutte ispirate al fratellone 007, tanto che mi vien da dire che se non conosci bene le filmografia di James Bond, questo film lascialo perdere. Citando wikipedia: The film’s title is a play on the 1977 Bond film The Spy Who Loved Me and contains plot elements from Diamonds Are Forever (Laser Gun Plot and Cloning), You Only Live Twice (Secret Volcano Base), Moonraker (Outer Space Ventures), The Man with the Golden Gun (Mini Me based on character Nick Nack) and On Her Majesty’s Secret Service (opening sequence in which Vanessa Kensington dies). La trama è inutile, ma sono meravigliose le continue citazioni di tutto il possibile, tra musica e film, passando per – finalmente – l’ammissione che davanti all’ennesimo paradosso temporale il consiglio per il pubblico è di fottersene e divertirsi, ovvero la sospensione dell’incredulita, aka essenza del cinema. Che altro? Per me un film da vedere, insieme agli altri due, ideale per una serata di relax e qualche risata, a patto che il divano sia rigorosamente ricoperto da una union jack.

Dr. Evil: Mojo: The libido. The life force. The essence. The right stuff. What the French call a certain… I don’t know what. 

Live and Let Die (1973)

Il primo Bond interpretato da Roger Moore, l’unico in cui non appare il mitico Desmond Llewellyn nel ruolo di Q. Live and Let Die segna l’addio definitivo di un certo Sean Connery al personaggio e al filone, ed era ora visto che il Connery che aveva interpretato Diamonds are Forever era veramente ormai impresentabile, che in compenso cambia marcia. Moore porta un po’ della sua leggerezza, e quel suo sorriso ironico a sostituire il ghigno sbruffone e la s moscia di Connery. La sceneggiatura segue, e alleggerisce di conseguenza. Non sempre nella direzione giusta, però. Live and Let Die alla fine ha un paio di cose belle (il titolo e la musica) e per il resto è una ciofeca quasi inquadrabile. Non è un film di spionaggio, non è action, non intrattiene (l’inseguimento dei motoscafi è da spararsi nei coglioni) e non c’è nemmeno figa. Per non citare, ma lo farò, il patetico tentativo di strizzare l’occhio al filone Blaxploitation, che se fosse passata di lì Coffy avrebbe preso tutti a calci nel culo. Malgrado questo, però, il film fu un successone costato 7 milioni di dolla e capace di incassarne, ad oggi, oltre 161. Per carità, lo si può guardare, ma preparatevi all’effetto gran premio, soprattutto se il divano è comodoso.

James Bond: Hi there. Allow me to introduce myself. Bond. James Bond. 
Solitaire: I know who you are, what you are, and why you’ve come. You have made a mistake. You will not succeed. 

Johnny English Reborn (2011)

Dopo averci regalato lo splendido Dorian Gray (2009), Oliver Parker sale sul seggiolino dolly e dirige questo pericoloso sequel di Johnny English (2003). Il pericolo sta tutto nel rischio di assuefazione agli spy-spoof, che ormai abbondano dai vari Get Smart fino a Spy Hard, passando per tutta una serie di pellicole più o meno spoof, più o meno note. Nel mirino sempre l’ultraclassico James Bond, e se non altro questo Johnny English Reborn è talmente affine a 007 in termini di look and feel da riempire il vuoto dovuto al ritardo del terzo capitolo del reboot con Daniel Craig. Torna Rowan Atkinson nei panni della spia che vi amava, e con lui la mitica Gillian “xfiles” Anderson nel ruolo di Pegasus, capo dei Servizi Segreti di Sua Maestà. Il cast è ottimo e credibile, e questo da stoffa al film che, potendo contare anche su un livello produttivo sicuramente degno di un vero 007, si distacca da prodotti analoghi. Alla fine la trama di questo Johnny English potrebbe sembrare un’avventura dell’Ispettore Clouseau, con la classica formula dell’imbranato che rocambolescamente riesce a risolvere il caso e a prendersi la gnocca (una meravigliosa Rosamund Pike). Ma va detto, ad onor del vero, che per siamo ben lontani dalle ultra minchiate alla Leslie Nielsen, con una sceneggiatura che tolte le gag di Atkinson (in cui vi assicuro si ride comunque di gusto) potrebbe quasi reggere anche uno spy-movie serio. Insomma, se da un lato questo è un film sicuramente perdibile e probabilmente inutile, dall’altro mi sentirei di consigliarlo a tutti gli amanti del genere spionistico, per l’atmosfera che si respira e per le incessanti strizzatine d’occhio, citazioni e richiami a tutto il mito dell’universo Bond.

Johnny English: I may not know much about golf Tucker, but I know how to hold the bat.

Vallanzasca – Gli Angeli del Male (2010)

Mi ci avvicino con circospezione, e con tutto il carico di preconcetti/pregiudizi più o meno giustificati che Michele Placido e l’idea di una produzione italiana si sono creati, almeno presso di me, nel tempo. Erano giorni, settimane, che lo vedevo farmi l’occhiolino dai vari scaffali di DVD. Ma io niente, resistevo. Finchè una sera cedo e non mi sembra vero: questo è un film italiano??? Directed by Michele Placido?!? Ha davvero dell’incredibile. Ritmo, fotografia (Arnaldo Catinari), regia, soundtrack (dei Negramaro, mica cazzi), montaggio, costumi. Una roba da urlo, ma da urlo vero. Tu sei negli anni ’70, nella Milano degli anni ’70. Meraviglioso. E una sceneggiatura – liberamente tratta dall’autobiografia – che ti racconta questa storia che, se proprio vogliamo, ha l’unico difetto che alla fine tifi Renato. Lui, un’incredibile Kim Rossi Stuart, uno che se me lo nominavi 10 anni fa avevo le convulsioni, grandissimo, enorme, perfetto. Insomma da correre a vedere, da comprare o scaricare. Tante perle di saggezza, tanti momenti epocali (Quanti anni hai – 20 anni – Hai fatto 13 ragazzino, sono Renato Vallanzasca), e sullo sfondo la “mala” quasi romantica di una volta, quella col codice d’onore, che alla peggio rapina il furgone o gestisce la bisca. Tanto tempo fa, prima che tutto andasse in vacca. Insomma, Directed By is back, con un film a 5 stelle. Italiano. Che altro dire? What the fuck!

Renato Vallanzasca: Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato…

Sunshine (2007)

Danny Boyle e la fantascienza: prendi i corridoi della “Nostromo”, il computer di bordo che sembra la moglie sana di HAL 9001 (o anche la sorella di Mother volendo) e il solito equipaggio che all’inizio sembra perfetto ma lungo il viaggio si sfilaccia, una missione troppo importante per fallire. Ecco Sunshine: non un’accozzaglia di scopiazzature, ma un omaggio di Boyle ai classici del genere, reinterpretati – così come aveva fatto con 28 Days Later, in un’ottica più british che hollywoodiana. Il che, ovviamente, non è niente male. Diciamo pure un concentrato di citazioni. Il rischio di quel latente senso di dejà-vù, abilmente agitati (non mescolati) in questo frullatone scifi indubbiamente c’è, ma in fondo è quasi rassicurante. E alla fine il film è decisamente ben fatto, e la storia della folle – e tossica – attrazione per la luce intriga e sta in piedi, e la tensione cresce palpabile scena dopo scena. Quello che però manca a Sunshine è un baddie credibile, perchè, caro Danny, la storia dell’altro capitano grigliato come un cheeseburger, sopravvissuto non si sa come, ma ancora capace di rimettere tutto in discussione, beh, insomma, su… Da vedere, comunque, perchè in fondo la speranza è l’ultima a morire, e qui è ben riposta.

Capa: So if you wake up one morning and it’s a particularly beautiful day, you’ll know we made it. Okay, I’m signing out.