Alien, Aliens, Alien 3, Alien Resurrection (1979, 1986, 1992, 1997)

alien2Dimentichiamoci le astronavi Spick&Span di A Space Odissey, i corridoi della Nostromo sono bui, sporchi e fumosi. Scott mette in scena il mostro nell’equivalante futuristico di un castello maledetto, e riesce a far paura (OK, confesso che per qualche notte avevo dormito agitato, dopo averlo visto al cinema nel 1979). E ancora adesso questo Alien non ha perso il tocco, anzi, come un buon vino è maturato e migliorato, e quei corridoi continuano ad angosciare. Alien è un film perfetto. Ridley Scott – nel prendere la rincorsa per Blade Runner – costruisce l’indimenticabile scifi thriller che darà il via ad una saga incapace di replicare l’unicità e la bellezza del primo capitolo, ma capace, nel bene e nel male, di diventare una pietra miliare del cinema di fantascienza. Come il suo protagonista, Alien è un film la cui perfezione è pari solo alla sua ostilità. Da vedere a tutti i costi.

Sette anni dopo arriva Cameron con questo film che dimentica l’approccio innovativo di Ridley e lo affoga invece in un mare di pop-corn, come sapeva farli lui ai tempi. Tranne Ripley e l’Alieno c’è molto poco in comune col gioiello di Scott. Dove c’erano ansia, claustrofobia e mistero ora troviamo paura (poca), azione (anche troppa) e adrenalina (ammettiamolo). Dato che nell’86 Cameron era cintura nera di action-movie, possiamo dire che con questo Aliens giocava in casa, i suoi Marines dello Spazio sono sexy e ispireranno varie imitazioni (Starship Troopers anyone?). A patto di non fare paragoni col primo, le oltre due ore di film volano, ti diverti, e alla fine hai quasi la sensazione di aver visto un capolavoro. A patto di non fare paragoni.

Passano altri sei anni, ed è il turno di David Fincher, qui al suo debutto. Che dire? Questo film è stato scritto e riscritto, apparentemente di peggio in peggio: Ripley c’è, no non c’è più. Dirige Scott, no non può, o non vuole. Alla fine ne esce una mezza schifezza, scritto all’ultimo minuto da Walther Hill, con una regia decisamente poco ispirata e delle incoerenze narrative con i primi due capitoli grandi come praterie. In sintesi, una ciofeca che non aggiunge nulla, e che ha pure fatto incazzare James Cameron per il modo poco rispettoso in cui sono stati liquidati i suoi personaggi Hicks, Newt e Bishop.

Ma purtroppo non è finita, e nel 1997 arriva l’ultimo capitolo della saga, directed by il francesino signor nessuno Jean-Pierre Jeunet e scritto da un Joss Whedon evidentemente ubriaco. Siamo quasi dalle parti di Spaceballs: non si sa come, lo scienziato pazzo di turno ha clonato Ripley da una sua goccia di sangue, duplicando ovviamente (?!) anche l’alienino in gestazione dentro di lei. Breaking news: i militari vogliono allevare Aliens (e noi: no shit?). Poi ovviamente qualcosa va maledettamente storto e muoiono tutti, tranne Ripley e un paio di altri, per un happy end al tramonto infarcito di frasi da baci perugina su quanto sia bella la Terra. Da incorniciare, per manifesta demenza senile, tutto il finale con l’ibrido umano/Alien, che non commento oltre. Insomma, peggio di Alien 3, non solo non aggiunge nulla, ma rende il tutto troppo cheesy per essere vero. Una schifezza di film, una zavorra per l’intera saga.

Ripley: Final report of the commercial starship Nostromo, third officer reporting. The other members of the crew, Kane, Lambert, Parker, Brett, Ash and Captain Dallas, are dead. Cargo and ship destroyed. I should reach the frontier in about six weeks. With a little luck, the network will pick me up. This is Ripley, last survivor of the Nostromo, signing off.

Austin Powers: The Spy Who Shagged Me (1999)

Che ti devo dire, a me Austin Powers fa ridere. Lo so che è una stronzata mai vista e bla bla bla. Resta il fatto che lo trovo meglio, ma molto meglio, di un qualunque cinepanettone (per dirne una). Questo è il capitolo secondo, il seguito di International Man of Mistery (1997), di cui magari parleremo in futuro. Austin Powers is Back, in tutti i sensi, dato che qui grazie alla time machine della situazione, torniamo con lui nei mitici sixties, alla ricerca del mojo perduto – anzi rubato – da solito Dr. Evil e dal suo Mini Me. Tanto per dire, un film che è costato una tentina di milioni di dolla e ne ha incassati oltre 300. Mike Myers produce e interpreta, ed è il vero mattatore, tra denti ingialliti (ma poi perchè?) e giretti nudo con le solite spassose inquadrature ambigue in cui sembra che banane, salami e baguette facciano a gara per simulare il suo. Sempre sul filo del doppio senso, quindi, ma in realtà nemmeno poi tanto doppio, dato che a quanto pare l’unica cosa che conta per Powers è la gnocca. Heather Graham, appunto, bionda protagonista, carina nella parte della Bond Girl di turno. Directed by Jay Roach, il film è solo la scusa per un susseguirsi di gag, tutte ispirate al fratellone 007, tanto che mi vien da dire che se non conosci bene le filmografia di James Bond, questo film lascialo perdere. Citando wikipedia: The film’s title is a play on the 1977 Bond film The Spy Who Loved Me and contains plot elements from Diamonds Are Forever (Laser Gun Plot and Cloning), You Only Live Twice (Secret Volcano Base), Moonraker (Outer Space Ventures), The Man with the Golden Gun (Mini Me based on character Nick Nack) and On Her Majesty’s Secret Service (opening sequence in which Vanessa Kensington dies). La trama è inutile, ma sono meravigliose le continue citazioni di tutto il possibile, tra musica e film, passando per – finalmente – l’ammissione che davanti all’ennesimo paradosso temporale il consiglio per il pubblico è di fottersene e divertirsi, ovvero la sospensione dell’incredulita, aka essenza del cinema. Che altro? Per me un film da vedere, insieme agli altri due, ideale per una serata di relax e qualche risata, a patto che il divano sia rigorosamente ricoperto da una union jack.

Dr. Evil: Mojo: The libido. The life force. The essence. The right stuff. What the French call a certain… I don’t know what. 

The Avengers (The Emma Peel Years, 1965-1968)

Chi non si ricorda Agente Speciale è proprio di un’altra generazione, ma farebbe bene a prendere una bella macchina del tempo e correre a guardarne qualche puntata, così, giusto per assaporare quel look-and-feel terribilmente e irresistibilmente British e quelle trame che definire oniriche è un eufemismo – ma del resto quelli erano gli anni del Lysergic Acid Diethylamide, no? The Avengers è stato l’X-Files degli anni ’60, Mulder e Scully – così come Dunham e Peter di Fringe, del resto – probabilmente non esisterebbero se nel 1961 il produttore anglo-canadese Sydney Newman (che un anno dopo avrebbe creato anche Doctor Who, per dire) non si fosse fatto uscire dalla mente quest’idea meravigliosa, scegliendo come protagonisti una coppia di agenti speciali di non si sa bene quale ramo del Servizio Segreto di Sua Maestà. Questa serie arriva quindi prima di tutti, anche prima di James Bond (che avrebbe debuttato al cinema solo un anno dopo), a portare sugli schermi una specie di mix tra il giallo, il thriller e la sci-fi. E lo fa in modo me-ra-vi-glio-so in tutto, a cominciare dal cast. Un elegante gentleman londinese (il grandissimo Patrick Macnee) è il misterioso e infallibile John Steed, unico personaggio fisso, presente in 157 su 161 episodi. Intorno a lui varie partner femminili, che raggiungono il top di classe e successo con la bambolona Diana Rigg nei panni della karate girl Emma Peel, vera bomba sexy dell’epoca, bellissima secondo tutti i parametri, geniale e perfino spiritosa. Con lei al fianco di Steed la serie raggiunge il vertice del successo, dello charme, della personalità, e le seasons 4 e 5 vengono infatti definite The Emma Peel Years, raccolte su DVD set dedicati, osannate e adorate dai fans (non so se si era capito, ma io sono tra quelli). Certo, come scrivo sempre, visto oggi The Avengers mostra tutti i segni del tempo, sia a livello visivo che narrativo, e non può certo competere – quantomeno per realismo e ritmo – con i citati X-Files e Fringe, ma è ovvio. Questo però non toglie che la serie sia spesso più intrigante, meno banale, più profonda, ricercata ed evoluta – e sicuramente intellettualmente più stimolante – di tante action series contemporanee (ma non mi riferisco alle due appena citate) che nascondono il proprio nulla dietro a qualche facile sequenza CGI. Insomma, The Avengers è un capolavoro, vera pietra miliare della televisione e dello spettacolo in generale. Se non lo avete mai visto, fossi in voi mi sentirei un po’ in colpa. Concludo con questo estratto da Wikipedia, che magari stimolerà ulteriore curiosità: The series parodied its American contemporaries with episodes such as “The Girl From AUNTIE”, “Mission… Highly Improbable” and “The Winged Avenger” (spoofing The Man from U.N.C.L.E.Mission: Impossible and Batman, respectively). The show still carried the basic format — Steed and his associate were charged with solving the problem in the space of a 50-minute episode, thus preserving the safety of 1960s Britain. Comedy was evident in the names and acronyms of the organizations. For example, in “The Living Dead”, two rival groups examine reported ghost sightings: FOG (Friends Of Ghosts) and SMOG (Scientific Measurement Of Ghosts). “The Hidden Tiger” features the Philanthropic Union for Rescue, Relief and Recuperation of Cats — PURRR — led by characters named Cheshire, Manx, and Angora.

Steed: Mrs. Peel, we’re needed.

Amici Miei (1975)

La foto dell’Italia che comincia a sfaldarsi, che il grande Mario Monicelli scatta a cavallo degli anni ’70 ereditando un progetto di Pietro Germi, prendendo a pretesto la storia di un gruppo di amici inseparabili e bisognosi di evadere da una vita che – come la società – è sempre più grigia, incerta, insapore. Un film girato quasi completamente sotto un cielo plumbeo, dove il sole è simbolicamente optional, a sottolineare uno stato d’animo. Sotto ogni battuta, ogni risata, ogni supercazzola brematurata, c’è un fondo di sconfinata amarezza, di sconfortante caduta verticale di valori e ideali che salvano solo l’irrinunciabile amicizia virile che lega i protagonisti. Un enorme Ugo Tognazzi ci regala il conte Mascetti, vero perno del film, vero rappresentante dello sfaldamento che Monicelli vuole raccontare. Lui e la sua nobiltà decaduta, la moglie e la figlia dimenticate su qualche montagna al gelo, mentre lui impazzisce di gelosia per la lesbica ventenne. E poi tutti gli altri personaggi in gara per la perfezione: il Necchi, il Perozzi, il Melandri, il Sassaroli. Come se fosse antani, la già citata supercazzola si affianca alla zingarata, ed è subito mito. Si ride tanto, ma si ride dolce-amaro. Perchè in fondo ognuno dei personaggi rappresentati dai perfetti Philippe Noiret, Gastone Moschin, Duilio Del Prete e Adolfo Celi non sono altro che lo specchio in cui ognuno di noi vede al tempo stesso la propria voglia di conformismo ed evasione, famiglia e zingarata, maturità e fanciullezza. Mito per definizione, in questo film non si contano le scene magistrali e irripetibili, ma voglio citare la stazione, la distruzione del paese e il colpo di genio del Necchi quando la fa nel vasino. Amici Miei è un film eterno, perfetto anche nei suoi eccessi, anche in quella seconda parte forse un po’ tirata in lungo, in cui la sceneggiatura scricchiola un filo. Un film che potrebbe essere contemporaneo perchè, se ci pensiamo, quelli che allora (forse) erano eccessi, oggi sono (quasi) la normalità.

Il Perozzi: Ho già sulle spalle un bel fardello di cose passate. E quelle future? Che sia per questo, per non sentire il peso di tutto questo che continuo a non prender nulla sul serio?

Aeon Flux (2005)

Siamo nel futuro, dove come prevedibile qualcosa è andato maledettamente storto e l’umanità è ridotta a lumicino. Poi arriva un’irresistibile Charlize Theron che corre, salta e scalcia avvolta in abitini, tutine e guaine che saprebbero mettere a rischio la capacità di concentrazione di qualunque maschio eterosessuale alle prese con la visione del film. Girato dalla ragazza Karyn Kusama con piglio divertente e con alcuni virtuosismi di regia simil-sperimentale che piacciono, intrigano e divertono. Insomma lo spettacolo è principalmente visivo – il che non è necessariamente un male, del resto è cinema – ma non paricolarmente impegnativo a livello cerebrale, nè profondo, nè terribilmente originale. Ma hai visto molto di peggio – garantito! – e questo Aeon Flux vale la pena di guardarlo, raccomandato a chi ama il genere sci-fi, le super-femmine e le trame oniriche e incredibili di certe produzioni holliwoodiane. Che però fanno parte di diritto del grande concetto di Cinema con la C maiuscola: puro svago, con un occhio alla trama e uno al corpo di Charlize (o della sua controfigura). Durante i titoli di coda il retrogusto è buono, da qualche parte a cavallo tra Matrix e Gattaca, ma con un tocco decisamente più cheesy, quasi b-movie, che non solo non guasta, ma quasi aggiunge intrigo. Insomma, un filmettino interessante, gradevole, perfetto per una domenica pomeriggio in alternativa alla pennica da GP di formula 1.

Appaloosa (2008)

Adoro il cinema western e apprezzo tutti i produttori e registi che, dalla sua morte alla fine degli anni ’70, ogni tanto provano a rianimarlo. Purtroppo, con buona pace mia e di tutti gli altri fan, il genere resta stecchito – temo non ci sia più speranza – ma qualche buon film nel tempo è arrivato. Appaloosa è uno di questi: il grande Ed Harris, qui in veste di protagonista e regista, ci fa dono inaspettato di quello che, devo ammettere, è un grandissimo film. Abbandonate le atmosfere da epopea dei film di John Ford e le scanzonate e indolenti variazioni sul tema dello spaghetti western, da Leone a Trinità, Harris (alla sua seconda prova dietro la Mdp) ci regala un film di frontiera, crudo e cazzuto, in cui le pistole sparano davvero e le ferite non si guariscono legandoci intorno la bandana. Un cast davvero stellare completa il tutto, a riprova che agli attori il western non dispiace affatto: Viggo Mortensen col fucilone è da bacheca, Renée Zellweger dà profondità al personaggio della solita sgualdrina da saloon che cerca di stare al mondo come può, Jeremy Irons è il superbaddie di turno, cattivo e spietato al punto giusto. Il tutto con la stupenda e credibile fotografia di Dean Semler, ad esaltare – splendidamente musicati – i meravigliosi scenari del sud-ovest americano. Appaloosa è una grande storia di amicizia, di bastardi e uomini veri, di sceriffi e puttane. Un grande film di avventura vestito da cowboy. Io in questo caso non faccio testo, ma se vi capita guardatelo.

Randall Bragg: I told you you’d never hang me, Cole.
Virgil Cole: Never ain’t here yet.

Analyze This (1999)

Grazie a Harold Ramis, esperto comedy director, due mostri sacri del mafia movie alla Scorsese la buttano sul ridere, regalandoci due spassosi boss (Paul Vitti/Robert De Niro e Primo Sindone/Chazz Palminteri) in lotta tra loro per la piazza newyorkese. Ma Paul Vitti cade improvvisamente vittima di attacchi di panico e ansia, scoprendo un lato di sè che cambierà la sua vita. La squisita sceneggiatura lo porterà ad incontrare casualmente Billy Crystal, meraviglioso nella parte dell’affermato analista Dr. Ben Sobel, che più o meno volontariamente lo prenderà in cura, dando il via ad una serie di gag spassose e misurate, capaci di fare di questo film un meraviglioso e intelligente passatempo di due ore. Indimenticabile l’incontro tra Crystal e De Niro, così come la prima seduta in cui il boss si sente già meglio o la battuta tu sei bravo… Un film da vedere e rivedere ogni tanto per sorridere un po’, lasciando perdere invece il mediocre sequel del 2002 Analyze That. Una curiosità: il vero nome di Chazz è Calogero Lorenzo Palminteri. Predestinato al ruolo di italo-americano?

Dr. Ben Sobel: Oedipus was a Greek king who killed his father and married his mother.
Paul Vitti: Fuckin’ Greeks.

Arsène Lupin (2004)

Peccato per la grandeur, che si traduce in un certo eccesso di zelo. La troppa voglia di strafare ha portato Jean-Paul Salomé a concentrare nei 131 minuti di questo film idee e materiale sufficienti perfino per la solita trilogia. Al di là di questo, la cosa funziona, e il fatto che questo Arsene Lupin – basato sul romanzo di Maurice Leblanc La contessa di Cagliostro – sia made in EU non può che inorgoglire. Trattandosi di produzione a trazione Francese, poi, siamo dalle parti del miracolo. Il ladro gentiluomo è cool e ha charme tipicamente parigino. Sicuramente da vedere, chiudendo un occhio su tutto quanto sopra.

Altrimenti ci Arrabbiamo (1974)

Questo è uno di quei film che ogni volta che li vedi ti mettono di buon umore. E’ sano, pulito e, per chi ama Terence Hill e Bud Spencer, è come vedere due amici che fanno i coglioni nel video delle ultime vacanze. Come al solito volano cazzottoni e si creano miti; in questo caso – tra gli altri – la dune-buggy rigorosamente rossa con capottina gialla (!), il consigliere ex-nazi del boss (un grandissimo Donald Pleasence) ed alcune battute memorabili tra cui ce la giochiamo a birra e salsicce e quella che da il titolo al film Altrimenti? Eh, altrimenti… altrimenti ci arrabbiamo! Forse non da cinefili di razza (che poi…) ma sicuramente un filmetto da rivedere ogni tanto, come bere una birretta gelata in un pomeriggio d’estate.

The Avengers (1998)

Oddio, questo brutto film forse sarebbe pure guardabile in una sera di pioggia se hai la macchina dal meccanico e se proprio non hai di meglio da fare se fosse un film a se stante. Invece hanno voluto strafare, commettendo l’errore di ricondurlo forzatamente ad una serie TV, e non certo una serie TV qualunque. Ma aimè questo Avengers non riesce ad avere nessun punto di contatto, ad eccezione dei nomi dei personaggi, con la serie culto di fine anni ’60. I poveri Uma ThurmanRalph Fiennes, che pure ci hanno abituati a prove di livello, sono spaesati, persi in una sceneggiatura sgangherata e sommaria che non va mai da nessuna parte. Malgrado il mega-budget questo filmaccio non arriva nemmeno per un attimo vicino ai livelli di splendore dell’originale. I protagonisti di allora, Patrick Macnee (Steed) e la meravigliosa Diana Rigg (Emma Peel), dovrebbero presentare una denuncia per scempio. Non commentiamo per decenza la presenza di Sean Connery. Da dimenticare.

Amadeus (1984)

La rivalità Salieri/Mozart sembra sia esistita solo nella pièce di Peter Shaffer, ma vera o non vera la storia raccontata da questo capolavoro sa intrigare, appassionare e commuovere in modo magnifico. Uno spettacolo per gli occhi, una ricostruzione da mozzare il fiato, costumi meravigliosi, unico film – insieme a Barry Lyndon di Kubrick – girato a luce naturale. E uno spettacolo per le orecchie, ovviamente musicato con le migliori opere di Mozart. Un’opera capace di collezionare 8 Academy Awards (tra cui miglior film e miglior regista Miloš Forman) con un cattivissimo F. Murray Abraham e un incredibile Tom Hulce veramente meraviglioso nella parte di Mozart. Ma tutto il film gira come un meccanismo perfetto. Da vedere in versione director’s cut, possibilmente in bluray e con l’audio bello potente. Capolavoro.

A Serious Man (2009)

EthanJoel tornano, e tutti li a prepararsi nella poltroncina del cinema, per vedere l’ennesimo film alla Coen. Invece beccatevi questa polpetta (manco un polpettone) che non si svolge in un’america sub-urban del 1967 e parla di una specie di Fantozzi Yiddish a cui non ne va proprio dritta una. Sia chiaro, film meraviglioso, cast sconosciuto (Michael StuhlbargRichard Kind???) ma mai così perfetto, facce ed espressioni memorabili e una regia davvero deliziosa, al limite del maniacale. E anche la colonna sonora è decisamente buona. Resta comunque un film che quando pensi che stia per cominciare ti mostra invece i titoli di coda, lasciandoti con un palmo di naso a riflettere sull’inutilità e sulla pretenziosità di tutta una serie di istituzioni, quando l’unica cosa certa è quel tornado all’orizzonte.

A Single Man (2009)

Se il buongiorno si vede dal mattino credo che lo sbarco al cinema di Tom Ford sia un’ottima notizia per tutti. L’ex stilista sforna un film super glamour, ultra patinato, chicchissimo. Di ogni inquadratura si potrebbe fare una stampa e appenderla al muro. Una meraviglia per gli occhi, un trionfo della grafica, della perfetta suddivisione degli spazi, della fotografia. Colin Firth eccellente protagonista di un’epoca di perbenismo sotto cui, come è giusto, come è ovvio, covano tutte le diversità umane. Un film formalmente perfetto, che – forse proprio per questo – non si sblocca sul lato emotivo. Alla fine un supershow visivo cui si partecipa più con la testa che con il cuore. Comunque da vedere.

Agora (2009)

Andiamo con ordine: Rachel Weisz è meravigliosa, ma lo script le impone un personaggio senza alcuna sfaccettatura. La produzione è così così, un po’ polverosa, ma alla fine proprio questo forse aiuta un po’ la credibilità. La trama è lacunosa e ci sono diverse sottotrame che non aggiungono nulla. Alla fine parliamo dell’ascesa dei cristiani nell’impero romano: violenta, inarrestabile, cieca. Prima contro gli altri (pagani, ebrei) e poi – come ogni forma totalitaria che si rispetti – a proprio interno. Insomma, manca la notizia. Tutto sommato un post-peplum di cui non si sentiva il bisogno, che ha l’unico grande merito di dire come sono andate le cose senza nessun timore reverenziale.

Airport (1970)

Impunemente pervaso di anni ’70, che trasudano da ogni dettaglio, abito, acconciatura e soprattutto da una regia orgogliosamente costellata di multiframes, questo film è molto meglio di quello che si possa pensare. A parte il dubbio primato – che comunque detiene – di iniziatore dell’omonima serie di disaster movies, questo Airport ha ritmo e, soprattutto nella seconda metà, avvince. Da rivalutare.

The Andromeda Strain (1971)

Di film così mi sa proprio che non ne fanno più. Una sana venatura di sperimentazione lo pervade in ogni dettaglio, donandogli quel sapore così particolare. E’ uno di quei film che ti fanno riflettere su come oggi sia tutto omogeneizzato, alla spasmodica ricerca della cassetta. Diretto da Robert Wise – già regista di altri pilastri scifi tra cui The Day the Earth Stood Still – e tratto da uno dei primi, meravigliosi romanzi di un certo Michael Crichton, questo film ci butta addosso con freddezza, quasi con distacco, una storia di paura batteriologica tipica dell’epoca. Un film che – nel suo sfacciato disinteresse per il successo – mi sento di definire perfetto.

Avatar (2009)

Una confezione incredibile, meravigliosa, mozzafiato. Spettacolo. Cameron forza la mano e inventa questo mondo di fascinosi pupazzoni blu, che aiutati da un 3D quasi perfetto fanno davvero sognare. Ma dentro la scatola c’è il minimo indispensabile e alla fine il retrogusto è quello di una grande superficialità. Avatar in fondo racconta – come la si racconterebbe a un bambino di 5 anni – la storia degli indiani d’america, opportunamente ritoccata con aggiunta dell’inevitabile happy end. Da vedere comunque, anche se la notizia di un’imminente trilogia ti lascia in bilico tra un sorriso e uno sbadiglio.

Assault On Precinct 13 (1976)

Uno dei miei film preferiti di sempre, che sembra uno zombie-movie senza esserlo. Un horror sociale, e quell’orda è impersonale, senza volto, senza ragione, inarrestabile. Un film e una regia che esaltano il fascino del maledetto, facendomi scrivere parole grosse, tipo capolavoro.

After the Sunset (2004)

Fresco e leggero come un cocktail tropicale, con la classe del ladro Brosnan e il pepe di un’esplosiva Salma Hayek, in un film che ti fa passare due ore sereno. Ideale seguito – non dichiarato – di The Thomas Crown Affair. Nessuna pretesa. Come un bicchiere arancione con l’ombrellino, però, fa allegria e disseta.

Armageddon (1998)

Dite quello che volete, ma quando Bay si mette al lavoro bisogna solo guardare e ammirare. Nulla di culturale, certo, ma uno spettacolone visivamente appagante, zeppo di tutto quello che ti aspetti, compresi passaggi che saranno anche messi lì apposta ma io ogni volta mi ci faccio un pianto. Una mega-produzione in cui ogni inquadratura trasuda dollari, certi slow motion da far venire la pelle d’oca anche a Bokassa, il solito manipolo di eroi per caso mandati a salvarci dalla fine del mondo. Alla fine spazzoli il divano dai resti di asteroide e vai a nanna appagato. (E no, non c’è un piano B.)