Barefoot in the Park (1967)

Credit: PARAMOUNT PICTURES / AlbumOk, forse, come dice Elizabeta, non è proprio una commedia natalizia. Però quello di Gene Saks è uno di quei film/capolavoro/evergreen che a Natale ci stanno sempre benone, come Young Frankenstein, per capirci. La supertopa Jane Fonda e il papà di Brad Pitt 😉 Robertone Redford sono semplicemente perfetti. Di quella perfezione propria dei giovanissimi – Jane e Robert avevano entrambi 30 anni – coppietta da sogno di Hollywood di fine anni ’60. Un film che potrebbe tranquillamente essere una pièce teatrale, perchè alla fine ci sono tre set e un paio di riprese in esterni. Un film che fa ridere, ancora oggi, ancora dopo che l’hai visto tante volte. Certe scene sono davvero irresistibili, e alla fine anche un film romantico, a modo suo. Non mieloso, non melenso, mai prevedibile. Un film che sicuramente nel 1967 era avanti da morire, e che ancora oggi potrebbe tranquillamente essere contemporaneo, se non ci fossero la pasta della pellicola, i colori e i modelli di auto a denunciane l’età. Da correre a rivedere.

Corie: Paul, I think I’m gonna be a lousy wife. But don’t be angry with me. I love you very much – and I’m very sexy!

Basilicata Coast to Coast (2010)

In effetti la Basilicata è una di quelle regioni italiane di cui non si parla mai, messa in ombra da altre regioni vicine o lontane decisamente più note, quando non famigerate. E a giudicare da questo film, non se ne coglie il perchè: trattasi infatti, a quanto pare, di vero e proprio paradiso terrestre, con tanto di rocche poetiche inerpicate su cucuzzoli, distese di morbide colline verdi e gialle, piatti e danze tipici, personaggi degni di un libro. Insomma, non fosse una commedia potrebbe trattarsi di un video di qualche ente turistico. Ma poi, al di là della Basilicata, questo è un film che parla di persone con il classico sogno nel cassetto (la band!) da sostenere e coronare, in fuga da tutto e da tutti, in questa sorta di pellegrinaggio alla ricerca e alla riscoperta di se stessi. E si, anche della Basilicata. Alla fine il personaggio più convincente è Max Gazzè – cui sono grato da anni per Una Musica Può Fare – capace con due parole di diventare il vero evento di un film in cui tutti, comunque, sono in trasformazione, o in evoluzione, verso non si sa bene cosa. Insomma, a piedi da una costa all’altra ci si ritrova, si cresce, si rivedono posizioni preconcette, si superano traumi e forse si trova pure l’amore. E perché no? In fondo la vita è un cammino, e questo film ne rappresenta una piacevolissima metafora.

Nicola Palmieri: La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi.

Vedi come lo ha recensito PJ

Benvenuti al Sud (2010)

E vabbè, che vi devo dire, è il momento delle commediole italiane (e attenzione che ne ho in canna un’altra). Quest’opera di Luca Miniero è il remake del famoso Bienvenue chez les Ch’tis, scritto, diretto e interpretato nel 2008 da Dany Boon. Solo che qui anzichè andare al nord e mettere in mostra tutti i luoghi comuni – più o meno simpatici – del campanilismo transalpino, ritroviamo il solito Claudio Bisio – bravo, ma sempre troppo uguale a se stesso – costretto al trasferimento da Usmate (MI) a Castellabbate (SA). E anche quì è un fioccare di luoghi comuni che pescano dal più classico repertorio dell’eterna lotta tra bauscia e terroni. Nella prima parte il film stenta, soprattutto per certe estremizzazioni narrative (come se a Milano non esistessero i napoletani) e per la voglia di forzare la mano. Poi, però, le cose si sistemano, e una volta trasferiti al sud si comincia a ridere di gusto e, in certi momenti, perfino a commuoversi. Spassosa la messa in scena organizzata per la visita di Angela Finocchiaro, questa si capace di deridere in modo acuto e intelligente i luoghi comuni sulla terronia. Alla fine Benvenuti al Sud è un filmetto carino, un pelo sopra la media di analoghi prodotti nostrani, che potrei consigliare per due ore di disimpegno, senza stare troppo a sindacare su credibilità, regia e sceneggiatura. Per i più entusiasti, pare sia in arrivo un sequel in cui Mattia è costretto a recarsi a Milano…

Mattia: Quando vieni al Sud piangi due volte, sia quando arrivi, sia quando te ne vai.

vedi anche cosa ne pensa PJ 😛

Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo (1966)

Il terzo capitolo della cosiddetta trilogia del dollaro si apre con le scene che presentano i tre protagonisti Blondie, Sentenza e Tuco – Clint EastwoodLee Van Cleef ed Eli Wallach – girate all’insegna di inquadrature lunghe e silenziose, interrotte solo dal soffio del vento e, nella scena di Blondie/Eastwood, da uno dei dialoghi più efficaci nel definire con due parole il carattere del Biondo e l’approccio al cinema di Sergio Leone: Bounty Hunter: [holding a wanted poster] Hey, amigo! You know you have a face beautiful enough to be worth $2000? Blondie: [from behind them] Yeah, but you don’t look like the one who’d collect it. Memorabile in tutto, dalla musica – forse la miglior soundtrack di Morricone – ai dialoghi, al famoso triello dello scontro finale, questo film contiene i segnali di quello che sta per arrivare dal regista, che dal ritratto di un uomo in un piccolo paese, si muove a grandi passi verso l’affresco e l’epopea. E’ con questo film che Leone raggiunge il massimo del proprio concetto di cinema, regalandoci lungo tutti i suoi 177 minuti scene e sequenze da cineteca capaci di entrare nell’immaginario western collettivo, culminando nella folle corsa finale di Tuco/Wallach nel cimitero, con la meravigliosa The Ecstacy of Gold in sottofondo, scena ancora utilizzata in tutte le scuole di cinema come esempio di regia e montaggio perfetti. Capolavoro assoluto del cinema western di tutti i tempi, da vedere ad ogni costo, vedendo e rivedendo come in moviola la già citata, disperata corsa di Tuco.

Blondie: You see, in this world there’s two kinds of people, my friend: Those with loaded guns and those who dig. You dig.

Burn After Reading (2008)

Ethan e Joel tornano e portano nello zainetto un bottiglione di vetriolo, che finisce dritto dritto in faccia alla moderna società occidentale, e quindi anche alla nostra, per la sua generalizzata, colpevole pochezza di valori. Ne esce questo Burn, definito un anti-spy-thriller, in cui i belloni di Hollywood Brad Pitt e George Clooney, supportati da un grandissimo John Malkovich e dalla glaciale Tilda Swinton, si buttano in ridicolo. Mentre tutti tradiscono tutti e tutti scopano con tutti, assistiamo alla carrellata del peggio dei valori di qualunque telecrazia che si rispetti, rappresentati al meglio dall’ossessione per la chirurgia estetica della meravigliosa Frances McDormand – che non si accorge di aver l’amore a un passo – o dalla superficiale pochezza del personal trainer Brad Pitt. Il tutto ben inserito nella cornice del plot principale, ovvero l’improbabile tentativo di fare il colpaccio e di sistemarsi vendendo ai russi un CD pieno di fuffa ma scambiato dai protagonisti per un prezioso elenco di dati sensibili. Alla fine tutto andrà, ovviamente, in vacca: niente plastica facciale, niente tette nuove, e bye-bye Brad. In tutto questo, più di un colpo basso va anche alla grande CIA, i cui cervelloni alla fine non ci hanno capito nulla, non hanno imparato nulla. Ma in fondo che importa?

Blade Runner (1982)

Con Blade Runner Ridley Scott (che arrivava da minchiatine tipo The Duellists e Alien) ridefinisce il concetto di sci-fi e traccia la via per quello che, da quì in avanti, sarà l’immaginario condiviso di qualunque scenario futuribile. Lo fa mettendo in scena un noir che sembra parlare di replicanti, navi stellari e colonie offworld ma che in realtà parla al cuore di ognuno di noi di un argomento futile e leggero come la vita. Blade Runner è di fatto un inno alla vita intesa nella sua accezione più ampia, sotto qualunque forma questa si presenti, sia essa reale o replicata. Roy Batty (la migliore interpretazione di Rutger Hauer) porta un messaggio e un insegnamento. E nel momento in cui salva Deckard (un perfetto Harrison Ford) lo fa a prescindere. Che poi questi sia o non sia anch’egli un replicante è poco rilevante. E’ vivo, e tanto basta. La meravigliosa Sean Young, un viscido Edward James Olmos (che ritroveremo vent’anni dopo sul ponte di Battlestar Galactica) e Daryl Hannah completano un cast sussurrato e perfettamente a proprio agio nei meccanismi del film. Due, tra le numerose edizioni, sono imperdibili: la U.S. theatrical version del 1982 (con la famigerata voce narrante) e la Final Cut del 2007, supervisionata e finalmente approvata dallo stesso Scott. Da vedere, rivedere, rivedere. E rivedere ancora.

Broken Flowers (2005)

Jim Jarmusch ci regala ancora un po’ di cinema alternativo, con questo road-movie agrodolce molto lontano dalle solito holliwoodate e il solito grandissimo Bill Murray catatonico. Anche qui – come in Lost in Translation – resti in bilico tra la risata e la lacrima, mentre l’ex Don Giovanni Murray gira per l’America in cerca delle varie ex, in realtà in cerca di se stesso – o anche solo di un senso – generando varie gag comico/drammatiche. Bella soundtrack e grande fotografia, per un film di quelli che ti entrano sottopelle per poi tornare fuori come il ricordo di un profumo.