Giù la Testa (1971)

Questo è il film di Sergio Leone che troppi ancora definiscono western, ma che western non è. Giù la Testa, Coglione – questo voleva essere il titolo prima dell’intervento della censura – potrebbe essere definito post western. Del resto Sergione col west aveva chiuso, e lo sapevamo, con l’arrivo della ferrovia al pacifico e la morte simbolica di Biondo, Tuco e Sentenza per mano di Armonica in C’era una Volta il West. E infatti, qui il west americano non c’entra niente, il tutto si svolge nel 1911 durante la rivoluzione messicana e i protagonisti sono un messicano che suo malgrado si ritroverà eroe della rivolucion – un grande Rod Steiger il cui personaggio deve moltissimo al Tuco di Eli Wallach – e un bombarolo irlandese in fuga dalla sua rivoluzione – un enorme e ultracarismatico James Coburn. Per il resto, dimenticati i tempi dilatati e i lunghi silenzi della quadrilogia del west, Leone scrive e gira quasi in modo sbrigativo, miscelando temi scottanti come la rivoluzione ad un trattamento che a volte sfiora la leggerezza ridanciana e il mood dei Trinità che verranno (e in questo senso, la colonna sonora di Morricone pende decisamente verso il disimpegno alla Il Mio Nome è Nessuno, e non aiuta). Giù la Testa è un film estremo, e polarizza le reazioni: è intenso, romantico e commovente, ma anche schierato e seriamente imbevuto di politica. E’ leggero, quasi una commedia, ma anche drammatico e crudo al limite del gore, come nelle numerose scene di massacri e fosse comuni. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per farne un capolavoro, anche se alla fine resta un senso di irrisolto, di incompiuto, di incompleto. Pare che ai tempi delle riprese Sergione fosse già ossessionato dal progetto di girare C’era una Volta in America, e potrebbe anche essere, dato che il retrogusto di Giù la Testa sa di capolavoro mancato di un soffio, forse proprio per distrazione, approssimazione, fretta.

Mao Tse Tung: La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza.

Gattaca (1997)

Questo stilosissimo e intenso film, di piena ispirazione biopunk, firmato Andrew Niccol, è uno di quei capolavori di cui alla fine si è sempre parlato poco, e non si capisce perchè. In un futuro più o meno prossimo – scenografato alla grandissima fondendo tecnologia e modernismo anni ’50 – il livello sociale di ogni individuo viene definito in base alla purezza del suo DNA. Alla faccia delle leggi razziali, siamo in piena eugenetica: il tema della discriminazione è in realtà solo un acceleratore per lo svilupparsi del film, e viene trattato in modo sufficientemente superficiale da non diventare pesante. Di pura ispirazione tech-noir le varie sotto-trame poliziesche, che si intrecciano a momenti d’amore in un crescendo perfetto fino al fatidico viaggio nello spazio, che comunque non vedremo. Un capolavoro, dicevamo, recitato benissimo da Ethan HawkeJude Law, e da una Uma Thurman bella come non mai. Da riscoprire, rivedere, e mettere in cassaforte.

Vincent: A year is a long time.
Irene: Not so long. Just once around the sun.

The Green Hornet (2011)

Cominciamo col che dire di questo film non si sentiva il bisogno. Sia perchè in fondo The Green Hornet nel panorama degli eroi mascherati è comunque secondario, sia perchè la trasposizione cinematografica di qualunque straccio di fumetto sta veramente diventando stucchevole. Poi però ti capita il biglietto gratis e vai a vederlo, con la segreta speranza che non si tratti del solito trito e ritrito canovaccio in cui agli sceneggiatori non è venuto in mente nulla di meglio che miscelare un ricchissimo uomo qualunque – con tanto di garage segreto e simil-batmobile, Bruce Wayne anyone? – un quotidiano – Spiderman e Superman anyone? – un maggiordomo/spalla – ancora Batman anyone? – e altri ameni e dozzinali luoghi comuni del genere e sottogenere. Ma questo calabrone verde ha anche l’ambizione di aggiungere dell’autoironia, rivangando l’originalissimo clichè dello sfigato – in questo caso anche ignorante e per nulla carismatico – che si trasforma in super eroe. Insomma, è davvero troppo. Troppo tutto: troppe esplosioni, troppe sparatorie, troppe acrobazie, troppe cazzate, troppo dejà-vù, troppo inutile. In definitiva un film da dimenticare, che anche visto in 3D su uno schermo grande come un campo di calcio ti fa guardare l’orologio, nella speranza – malriposta – che il supplizio finisca presto. Casting da dimenticare (chi cazzo è Seth Rogen?), regia pretenziosa (Michel Gondry? Mah…), sceneggiatura ricicciata da mille altre, Cameron Diaz e Christoph Waltz sprecati in un ruolo inutile. Direi che non vale manco la pena di scaricarsi un torrent, meglio guardare due ore il soffitto.

Goodfellas (1990)

Un film d’altri tempi. Quando dopo aver fatto a pezzi un cadavere si correva dalla mamma italiana per una peperonata nel cuore della notte. O quando l’unico possibile futuro era diventare un bravo ragazzo (As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster, dice Henry Hill/Ray Liotta all’inizio del film). Quando far carriera significava essere arruolati da Jimmy “The Gent” Conway (il solito incredibile Robert De Niro) per assaltare qualche camion. Insomma, quando Scorsese ancora non si era rammolito e ci portava all’apice del crime movie. Scritto con mano fatata dallo stesso Scorsese, tratto dal libro Wiseguy di Nicholas Pileggi, con un cast da urlo, perfetto dai protagonisti alle comparse, in cui, oltre a De Niro e Liotta, svetta un un enorme Joe Pesci, cattivissimo e vero mattatore nei panni di Tommy DeVito (indimenticabile nella scena/icona del “buffo come”: I’m funny how? Funny like a clown? I amuse you? I make you laugh? I’m here to fuckin’ amuse you?) e infatti premiato con l’oscar come miglior attore non protagonista (per cui, in pieno stile Tommy DeVito, ringraziò con un semplice It was my privilege, thank you. Un mito anche l’uomo, insomma un grande vero). Un film ultraviolento, quasi oltre la soglia della sopportazione, basato su una storia vera e per questo ancora più fastidiosamente bastardo. Un grande capolavoro, che ogni tanto va riguardato per capire cosa si intende con la parola cinema.

Henry Hill: For us to live any other way was nuts. Uh, to us, those goody-good people who worked shitty jobs for bum paychecks and took the subway to work every day, and worried about their bills, were dead. I mean they were suckers. They had no balls. If we wanted something we just took it. If anyone complained twice they got hit so bad, believe me, they never complained again

The Great Dictator (1940)

Prodotto negli USA, formalmente ancora neutrali, mentre Hitler e Mussolini erano realmente al potere e intenti a fare a pezzi l’Europa, questo è il primo film sonoro di Charles Chaplin – che lo scrive, produce, dirige e interpreta. Sarebbe interessante sapere come venne accolto nel 1940, soprattutto in Germania e in Italia, dato che Charlot non sta certo indietro e la butta pesantemente in satira. I due dittatori vengono bellamente ridicolizzati con una particolare attenzione al crucco, di cui resta memorabile la caricatura al vetriolo Adenoid Hynkel. Da incorniciare il primo discorso in cui arringa la classica adunata oceanica in uno spassoso e inventatissimo simil-tedesco talmente aggressivo da far piegare le aste dei microfoni. Deliziosa anche l’intera parte dedicata all’incontro/scontro con Napaloni/Mussolini per la spartizione dell’Austria, ma in realtà tutto il film è praticamente perfetto. Certo, regia, montaggio e look-and-feel sono ovviamente d’altri tempi, ma a maggior ragione siamo dalle parti del capolavoro. Chaplin, che affiancato dalla brava e bella Paulette Goddard interpreta anche il discriminato barbiere del ghetto, fa ridere e riflettere, mescolando sapientemente gli ingredienti di un film impegnato, e facendo culminare il racconto con l’inevitabile scambio di persona Hynkel/barbiere che propizierà il discorso alla nazione su cui il film si conclude. Un discorso incedibilmente attuale, malgrado i settant’anni che ci separano dalla produzione, e che vale la pena di risentire anche oggi. Meditiamo? Meditiamo.

The Graduate (1967)

Quando il giovane Benjamin (un incredibile Dustin Hoffman) torna a casa dal college, oltre a mamma e papà, trova ad accoglierlo Mrs. Robinson (la fantastica Anne Bancroft) bollente quarantenne  annoiata e in vena di provocazione. Attraverso gli eventi Mike Nichols – che con questo film si becca l’oscar come miglior regista – ci parla di un mondo che cambia, di una società con regole vecchie, di un malessere generazionale contagioso, che si espande e contamina tutti. La maestosa prova degli attori e la regia misurata e perfetta si uniscono ad una fotografia da urlo (Robert Surtees) e all’indimenticabile soundtrack di Simon & Garfunkel – entrata direttamente nel mito – per creare una reazione chimica travolgente che lancia questo film in orbita. Un film che è una spider rossa su una strada americana tagliata nel nulla. Mentre ascolti The Sound Of Silence, abbracciando lei, godendo del profumo del deserto, e i primi dubbi già ti assalgono. Cult assoluto.

Benjamin: For god’s sake, Mrs. Robinson. Here we are. You got me into your house. You give me a drink. You… put on music. Now you start opening up your personal life to me and tell me your husband won’t be home for hours.
Mrs. Robinson: So?
Benjamin: Mrs. Robinson, you’re trying to seduce me.
Mrs. Robinson: [laughs] Huh?
Benjamin: Aren’t you?

Good Night, and Good Luck (2005)

George Clooney si mette dietro la macchina da presa e compie un altro grande passo. Mette altra distanza tra sè stesso e il vuoto mito del bellone holliwoodiano. E’ bravo, Clooney, e gira questo film tirato, asciutto come un documentario, secco come un servizio della CNN. Un noir di denuncia bellissimo, che ti disseta, di cui vorresti ancora. Bianco e nero d’obbligo, una ricostruzione credibile, dove i dettagli delle atmosfere e l’arredo degli interni fanno la differenza. E un cast indovinato in cui si muovono perfettamente a tempo – assieme allo stesso Clooney – David Strathairn, Patricia Clarkson e Robert Downey, Jr. Tra mille sigarette, il fumo in contoluce e cento camicie bianche, ecco la descrizione di quella paura strisciante, di quella pressione ideologica, di quella voglia di censura che porta la democrazia ad un passo dallo schianto totalitario. Imperdibile, soprattutto in tempi di Videocracy.