Mr. and Mrs. Smith (2005)

La coppia più bella del mondo è annoiata, va in terapia, si riscopre diversa dopo cinque o sei anni, in un film assurdo e ultra-divertente che getta le premesse per la nascita di una nuova saga alla James Bond (che però non si farà mai). Da vedere lasciandosi andare al potere onirico della quintessenza hollywoodiana, rappresentata da una superproduzione patinata, ricca e scintillante, da una trama mai credibile ma comunque meravigliosa, da un cast di divi che gigioneggiano facendo la coppia di spie. Indimenticabile il momento dell’incontro tra la meravigliosa Angelina Jolie e Brad Pitt, con in sottofondo Mondo Bongo di Joe Strummer & The Mescaleros. Doug Liman dirige energicamente, e mette in questo film l’esperienza di The Bourne Identity: la mano action supercool si vede eccome. Mr. and Mrs. Smith resta ovviamente una cazzatona, capace però di fare – molto bene – quello che troppo spesso il cinema non riesce più a fare: regalarci un sogno. Perchè in fondo chi non vorrebbe essere uno di loro?

The Men Who Stare at Goats (2009)

Quattro soldati con l’ambizione di diventare cavalieri Jedi – ovvia citazione di Star Wars – in realtà corpo speciale di un esercito USA mai dipinto in modo così irriverente. Sono gli uomini che fissano le capre. Strafatti di LSD per dimostrare il loro poteri psichici, nascosti in qualche laboratorio segreto di Fort Bragg. Alla sua prima regia, Grant Heslov ci regala questo road/desert movie spassoso e irriverente, girato bene, fotografato meglio e recitato con enorme auto-ironia da quattro attori di primissimo piano: George Clooney (vero mattatore del film, ancora una volta in un ruolo da mezzo sfigato che gli fa onore), Ewan McGregor, il solito grandissimo Jeff Bridges (qui in versione Big Lebowski) e un perfido Kevin Spacey. Tratto dall’omonimo libro di John Sergeant, The Men Who Stare at Goats ha l’inquietante particolarità di essere basato su una storia vera – cioè gli esperimenti americani, in competizione con i sovietici, per creare supersoldati – la stessa in cui affondano le radici i vari x-files, fringe e tutte le varie teorie più o meno cospirazioniste.

The Matrix (1999)

Alla prima nazionale, nel 1999, mi ritrovavo seduto nella poltroncina del cinema, lo sguardo fisso nel vuoto, meravigliato, mentre scorrevano i titoli di coda. Non riuscivo a capacitarmi di quello che avevo appena visto. The Matrix. Un manga ipercinetico, portato su pellicola con incredibile maestria da due fratelli appassionati di fumetti e tecnologia. E anche se la storia non è nuovissima – insomma, le macchine che conquistano il mondo, pensiamo anche solo a Terminator – lo è la sua esecuzione: inimitabili le atmosfere superdark, le sequenza ultra dinamiche, le inquadrature iper-vitaminizzate, la fotografia patinatissima. E quel telecinema verde che da li in poi imiteranno più o meno tutti. Lungo la narrazione, tante le idee meravigliose: chi non vorrebbe l’upload cerebrale delle tecniche di kung-fu, incontrare la bionda vestita di rosso dello scenario di training, o anche solo avere il look-and-feel total black dei protagonisti? Maniacale, poi, la ricerca del dettaglio e folle la passione per la perfezione formale e narrativa, che diventano ulteriori trademark di questo film perfetto. In tutto questo, un cast indovinatissimo, tra cui spiccano Carrie-Anne Moss nella parte della fascinosa e cazzutissima Trinity e Hugo Weaving, inarrestabile agente nemico. Insomma, storia del cinema. Imperdibile.

(Quanto ai due teribbili sequel Reloaded e Revolutions, mi limito a dire che possono tranquillamente non essere visti. Anzi, vederli non farà che appannare l’idea originale, affievolendone la luminosità e di fatto impoverendola. Potendo, molto meglio evitare.)

Martin (1977)

Attraverso gli occhi di un adolescente disturbato che vive in un sobborgo di Pittsburgh – dove il film è stato realmente girato con un super low-budget di 800.000 dolla –  oppresso dall’ottusa religiosità del nonno, Romero ci mostra la sua idea sui vampiri. La cosa funziona. Nell’inconfondibile cheesyness del Maestro, restano indimenticabili i flashback in B/N, che non sai se sono fantasie malate di Martin o reali ricordi del giovane Nosferatu. Alla fine dopo che hai simpatizzato con Martin, strizzi il sangue dal divano, e non puoi che riflettere su quanto attuale sia l’ottusità del nonnetto killer.

Miami Vice (2006)

Un certo Michael Mann (quindi non il primo pirla che passava davanti al portone della Universal Pictures) sforna questo remake, più rivolto a chi non ha seguito il serial omonimo che non ai fedelissimi degli anni ’80. Il film non mantiene le promesse: le supera. Regalandoci un’atmosfera cupa, disincantata e sporca, che non ha nulla – o molto poco – a che vedere con la serie a cui si ispira. Colin Farrell e Jamie Foxx sono cool, tamarrissimi e – a patto di sospendere l’incredulità – perfetti per la parte. E la meravigliosa Gong Li è magnificamente calata nel ruolo della super-gnocca-super-cattiva, principessa di un plot in cui alla fine tutto lo sbattimento forse non è servito a niente. Girato completamente in digitale, è uno spettacolo visivo che raggiunge il culmine nell’unica sparatoria finale, per cui si raccomanda un 5.1 con sub-woofer di livello. Da possedere.

Munich (2005)

A me Spielberg piace sempre, perchè penso sia veramente un grande. Forse l’unico vero grande regista dei nostri tempi. E’ un grande anche quando è prolisso e meticoloso, come in questo film. Che però ha un’atmosfera che sembra davvero girato nel 1972, e quella violenza strisciante che alterna corpi straziati da raffiche splatter di AK47 e cervelli devastati dalla paranoia. Un film da non perdere, con un grande Eric Bana. Un film che poi prima di dormire controlli che nel materasso non ci sia una bomba.