The Proposal (2009)

Ryan Reynolds and Sandra Bullock in THE PROPOSALQuesto è il film in cui – finalmente – viene demolita l’immagine tomboy di Sandra Bullock dei vari Miss Congeniality e affini, per restituircela sexy e femminile come non mai, splendida 40enne in tacco 12. Il film è prevedibile come ti aspetti da un film del genere, ma per lo stesso motivo contiene tutti gli ingredienti per passare due ore leggere, a cavallo tra sorriso e romanticismo. Alcuni momenti sono oggettivamente esilaranti – personalmente adoro la scena in cui Sandra scopre che Sitka si trova in Alaska – ma in generale tutto il film scorre piacevole ed entra di diritto nella tua videoteca, al capitolo “da rivedere ogni tanto per una serata di relax”. Detto questo, parliamo di pop-corn romantic comedy, ma di qualità, grazie ad un cast azzeccato e una regia (Anne Fletcher) non invadente.

Andrew: I wouldn’t possibly drink the same coffee that you drink just in case yours spilled, that would be pathetic.

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Paul (2011)

Incontrare un vero Alieno, soprattutto se avesse l’aspetto del classico omino verde alla x-Files e il carattere di un qualunque cazzone con cui ridere e scherzare, sarebbe carino, no? Ed ecco Paul, direttamente dall’Area 51, incrociare e dirottare il camper Simon Pegg e Nick Frost, quei due loschi figuri inglesi che in passato avevano fatto robine tipo Spaced o Shaun of the Dead. Questo film ricorda per certi versi Galaxy Quest, con cui condivide gli abbondanti riferimenti alle convention di nerd impallinati di sci-fi e insieme a cui rappresenta un devoto messaggio d’amore incondizionato al genere. Paul è tra noi, ed è grazie a lui che Stefanone Spielberg ha girato Close Encounters of the Third Kind, e sempre grazie a Paul la Fox ha creato il già citato x-Files. Insomma, è un alieno ma è anche una specie di consulente dell’umanità. Che però ad un certo punto capisce la differenza tra essere ospite ed essere prigioniero, e decide di tornare a casa. Il film è una meraviglia, che cita a mani basse tutto quello che può, e che ci regala un alieno come in fondo vorremmo che fossero: verdi, con gli occhioni e la testona, ma simpatici e cazzoni come noi e, perchè no, con qualche super potere derivante dall’evoluzione. Lungo il percorso affrontiamo temi spinosi mescolati a battutacce e puzzette marziane, ma sempre con la delicatezza di non scadere mai nel pecoreccio. Pegg e Frost si confermano geniali, e la provenienza UK si sente eccome, regalandoci un film che riesce a rimanere leggero al punto giusto. Da vedere, soprattutto se si ama la fantascienza, ma anche no.

Clive Gollings: Agent Mulder was right!
Paul: Agent Mulder was my idea!

The Pink Panther (1963, 1964, 1975, 1976, 1978)

Quando nel 1963 Blake Edwards decide di girare un film brillante su un glamour thief, affidando il ruolo al grande David Niven, probabilmente non si rende conto di essere sull’orlo della creazione di un mito. Non grazie a Niven, ovviamente, che aveva già dato, ma a quel giovane Peter Sellers che, nei panni dell’imbranato ispettore Clouseau – personaggio secondario nel primo Pink Panther – rappresenterà la venatura comica del film, rivelandosi la vera intuizione destinata negli anni a seguire a ritagliarsi una enorme fetta di notorietà. E con lui, l’incredibile sigla di testa il cui cartoon – disegnato da Hawley Pratt e animato dalla DePatie-Freleng Enterprises – diventerà un meraviglioso spin-off destinato a vivere di vita propria, grazie anche alla superba musica di un ispiratissimo Henry Mancini. Insomma, a quanto pare nel 1963 su questo film ci furono una bella serie di convergenze positive, capaci tutte di sfociare nel mito assoluto. Da qui in poi le parole Pantera Rosa diventeranno sinonimo di comicità profonda e intelligente, alimentata dall’energia inarrestabile del grande Sellers e dall’arguta capacità di dirigere del veterano Edwards. Impossibile citarli uno per uno, ma tutti i film della serie – mi riferisco agli originali con Peter Sellers e non certo alle ciofeche di Benigni e Steve Martin – fanno categoria a parte, rappresentando un punto di riferimento cui è pressochè impossibile trovare detrattori. E come per Young Frankenstein, anche qui i film si rivedono decine di volte, e quando questo succede scatta la gara a chi ripete un secondo prima la battuta che arriverà. Il vecchio trucco della simil-porta, l’imboscata frigorifera di Kato, i costumi da Quasimodo, l’eterna lotta con Dreyfuss, le grossolane mosse di karate, l’impermeabile, il cappello spiovente, quei baffi. Peter Sellers costruisce un personaggio perfetto, che esiste e può esistere solo grazie all’attore che gli da vita, come dimostreranno poi le deprimenti prove del pur bravino Steve Martin. E intorno a lui un crescendo di ilarità capace di rasserenare anche la più cupa delle serate. E per una volta lasciatemi commentare positivamente il lavoro di doppiaggio nostrano, che grazie all’incredibile voce di Giuseppe Rinaldi riesce a rendere il Clouseau italiano decisamente più spassoso della traccia audio originale (e sapete quanto mi sia costata quest’affermazione). Mito assoluto.

Clouseau: A beekeeper who has lost his voice, a cook who thinks he’s a gardiner, and a witness to a murder. Oh, yes. It is obvious to my trained eye, that there is much more going on here than meets the ear.

Potiche (2010)

Amabile e dilatato, questo film di François Ozon è la classica commedia francese misurata ed elegante, lontana – per fortuna – anni luce da vanzinismo della maggior parte del cinema d’evasione nostrano. Gérard DepardieuCatherine Deneuve sono simpatici e misurati, anche se è la Deneuve la vera mattatrice di questo film, veramente in grandissima forma e capace di una prova immensa. Intorno a lei, oltre a Depardieu, un cast delicato ma perfetto per questa delizionsa ricostruzione dell’anno 1977 e dei tumulti culturali dell’epoca. Diverse le prese di posizione: più o meno tra le righe si riflette sul sociale, senza la pesantezza del realismo a tutti i costi ma anche con grande attenzione a non scadere nel superficiale. Assistiamo alle rivendicazioni sindacali nell’azienda di famiglia e, sempre in modo dolce e delicato, all’evoluzione della donna da bella statuina a donna-manager a rappresentante del popolo. E poi ci sono le tappezzerie, le macchine e l’arredamento a fare il resto, che unite alla fotografia e alla grana della pellicola raggiungono il credibilissimo e bellissimo effetto veri anni ’70. Alla fine il film è godibile, solido e a tratti perfino profondo, anche se paga la sua francesità sul piano del ritmo, decisamente troppo basso, tanto da far sembrare molti di più i suoi 103 minuti. Ma in definitiva un film godibile, misurato, delicatamente divertente, molto ben recitato. Direi ideale per un venerdi sera light all’Anteo.

Predators (2010)

Predators è il miglior sequel mai realizzato dai tempi del primo grande Predator con Scwharzenegger (e John McTiernan in regia, 1987). Questo non significa che sia un buon film, ma unicamente che, degli altri presunti sequel, Predator 2 era una ciofeca e non voglio sprecare nè tempo nè inchiostro per parlare delle schifezze uscite sotto il titolo di Alien vs. Predator. Dirò di più, questo non è solo il miglior sequel, ma forse è anche l’unico vero sequel. L’unico, in ogni caso, che riesca a catturare e a riproporci le atmosfere del capostipite con un minimo di coerenza narrativa e con lo stesso tono di voce, look-and-feel, ecc. Purtroppo non ci sono altre buone notizie in merito, e la cosa sorprende non poco, dato che vedere Robert Rodriguez tra i produttori poteva creare qualche aspettativa. Un main cast composto da Adrien Brody (che diresti fuori ruolo, ma invece no), Laurence FishburneAlice Braga alzava ulteriormente le aspettative, ma confermo: qui c’è poco e nulla. Inspiegabile, con quello che c’è in giro, la scelta di affidare la regia al ragazzo ungherese Nimród Antal, dato che tutto quello che riesce a fare è un film di mestiere. Non un guizzo, non un’inquadrature fuori clichè, nessun virtuosismo. Niente di niente. E a ruota seguono la sceneggiatura, i dialoghi, la recitazione. Questo è il limite enorme di Predators: ti da solo ed esattamente il minimo sindacale per un film di questo tipo, non un fotogramma in più. E se avessero fatto il concorso “prevedi la trama dopo aver visto i primi 5 minuti” credo che saremmo tutti vincitori. Gli dò una bella stella e tre sbadigli.

La Passione (2010)

Posso dire? Il solito film italiano co-prodotto RAI. La solita ambientazione di provincia, a cavallo tra un affresco e un dialetto. La solita storia del regista in crisi. Il solito Silvio Orlando, bravo ma con la solita faccia da san bernardo bastonato. Il solito kit di gnocche emergenti o d’importazione (bellissima Kasia Smutniak, simpatica come un virus la Capotondi). E, stranamente, Corrado Guzzanti a portare l’unico contributo un filo controcorrente (ma nemmeno troppo). Per carità, tutto carino, tutto misurato, tutto come te lo aspetti. Ma una sceneggiatura debole debole, in cui non succede nulla di nulla se non la sfiga che si accanisce su Orlando (ma non aveva già fatto la parte del regista in crisi – identica a questa – nel Caimano?) cui tutto rema contro fino al telefonatissimo simil-happy end. Già, perchè manco l’happy end è fatto come si deve, con quella solita voglia di lacrimuccia da quattro soldi tanto cara ai registi nostrani. Peccato, perchè Mazzacurati parte bene, e i primi dieci minuti di film sono ritmati e divertenti. Ma presto, lentamente, il tutto si sgonfia come una torta sbagliata, e anche se Orlando è protagonista, alla fine il film sta in piedi soprattutto grazie al bravo e sorprendente Giuseppe Battiston, vero motore dell’azione e salvatore della patria con vero sangue e vere lacrime. Insomma, una delusione. Verdetto: aspettate che passi in tivvù.

The Proposal (2009)

Si, lo so, ‘sto film è la classica minchiata nel più classico stile hollywoodiano, a cavallo tra la commedia degli equivoci e il romantico. E tu, già dai titoli di testa, sai come andrà a finire. Ma questo lo rende anche molto rassicurante, perfetto rappresentante del cinema di evasione, ideale – quasi raccomandabile – per una serata spansierata. E la bionda regista Anne Fletcher lo dirige con quel delicato tocco femminile capace di dargli valore aggiunto e personalità, e qui sta la chiave di volta del film. Meravigliosa Sandra Bullock, parecchio più gnocca da quarantenne, indiscussa protagonista e assoluta mattatrice del film, ben supportata dal simpatico Ryan Reynolds, ottimamente scelto per quel ruolo. Gag e battute si susseguono tra location e scenografie da sogno – senza mai scadere nel pecoreccio, che resta prerogativa dei cine-panettone nostrani – e alla fine i 107 minuti del film letteralmente volano, lasciandoti lì con un bel sorrisone stampato in faccia, fino all’inevitabile – e irrinunciabile – happy/lovely end. Prodotto (benissimo) dal team di J.J. Abrams Kurtzman/Orci e dalla stessa Bullock, costato 40 milioni di dolla ne ha già incassati 317, and counting. Non entrerà nella storia del cinema, ma sicuramente spicca nell’anonimato di prodotti simili. Fossi in voi, quei 107 minuti farei un pensierino a dedicarglieli.