Rango (2011)

Credo che inizierò dicendo: finalmente! Finalmente il cinema di animazione si è ricordato del vecchio west e, soprattutto, del cinema western. Con la sola eccezione di West and Soda (di Bruno Bozzetto, 1965, vedi recensione) infatti non si ricorda un’opera così fortemente dedicata alla memoria di un’epoca, e di un cinema, ricca di suggestioni e di possibilità narrative. E se questo Rango dedica la superficie ai più piccini – la storia dell’acqua, il bene contro il male, ecc. – tutto il resto, i dialoghi, le inquadrature, le espressioni dei “volti”, le musiche, tutto è dedicato a noi quarantenni, a ricordarci il grande cinema di Sergio Leone o Sam Peckimpah, le colonne sonore di Ennio Morricone – qui citate sfacciatamente da Hans Zimmer – e i polverosi duelli nella Main Street. C’è perfino una specie di cameo di Clint Eastwood, naturalmente con poncho e speroni, a riprendere in chiave angelica il personaggio di The Man with No Name della trilogia del dollaro. Insomma, una vera emozione, e un senso di meraviglia, di sorpresa di fronte ad un omaggio così dichiarato e inaspettato ad un cinema che tanti adorano ma che altrettanti snobbano e considerano finito. Per il resto il film rasenta la perfezione formale, meravigliosamente prodotto – ormai la differenza tra animazione digitale e realtà si vede solo perchè i produttori vogliono che si veda – e con un super cast – perchè nella versione originale la voce di Rango è di Mr. Johnny Depp – siamo decisamente in zona perfezione assoluta. La sceneggiatura magari scricchiola quà e là, e forse ne esce un film anche troppo lungo. Ma insomma, alla fine l’appagamento è tale e tanto che te ne vai a casa bello pieno di ricordi vecchi e nuovi. Da vedere.

Rango: So you want something to believe in? [points at the “Sheriff” sign] Believe in that there sign. For as long as it hangs there we’ve got hope.


The Recruit (2003)

Roger Donaldson (lo stesso di No Way Out, bellissimo spy thriller anni ’80) torna sulla scena del delitto, e cioè a Langley e alla CIA, per raccontarci la storia di un grandissimo Al Pacino nei panni di un infallibile reclutatore di talenti per i servizi segreti USA. Colin Farrell è simpatico e credibile (!) nei panni del reclutato, anche perchè forse nel 2003 non si prendeva ancora troppo sul serio. Devo dire che la prima ora il film scorre liscia e perfettamente equilibrata. La regia e la trama intrigano e, anche se siamo ovviamente e dichiaratamente dalla parti del pop-corn movie, ti coinvolgono e tirano dentro, anche grazie a personaggi molto ben costruiti. Lungo il percorso, lentamente, la sceneggiatura prende – aimè – la via della prevedibilità, e dopo il terzo presunto colpo di scena ti ritrovi in pena zona luogo comune. Sensazione che culmina e trova conferma nel discorso finale di Alfredone Pacino, che pesca a piene mani dal solito ritrito cassetto del fedele servitore dello stato a cui non sono mai stati dati i giusti riconoscimenti e che ora si prende la rivincita. Peccato, ma in ogni caso The Recruit (in italiano La regola del Sospetto, mah…) rimane comunque un piacevolissimo spy-thriller, ottimamente recitato, prodotto alla grande, girato in modo intrigante e perfetto per quel paio d’ore di relax. Insomma, Cinema d’evasione con la C e la E maiuscole, senza la pretesa di fare discorsi del re o la storia del silver screen.

Burke: Nothing is what it seems.

Ronin (1998)

Il veterano John Frankenheimer torna all’action poliziesco in uno dei suoi ultimi film (scomparirà quattro anni dopo) e lo fa potendo contare su un cast bello solido (direi che Robertone De Niro e Jean Reno sono una garanzia) e su una storia che, per quanto a costante rischio di dejà vù, offre discreti spunti d’interesse. E infatti la prima mezz’ora tiene e intriga alla grande, le scene iniziali in cui Robertone arriva a Parigi, e poi tutta la fase successiva di conoscenza del team e messa a punto del piano, sono belle ritmate e ti tengono lì incollato col super attak, malgrado la gnocca Natascha McElhone sia decisamente poco credibile nel ruolo di project leader. Poi arriva il primo inseguimento in auto, e il film inizia a deragliare su un pendio che lo porterà piuttosto velocemente dalle parti di un dozzinale guardie e ladri nemmeno particolarmente interessante. Colpa di una sceneggiatura che nella parte centrale lascia il tempo che trova, e dello stesso Frankenheimer che si fa prendere la mano da sparatorie, esplosioni e decisamente troppi (ma troppi!) inseguimenti in auto. Un timido tentativo di romance tra De Niro e la McElhone prova, senza riuscirci, a dare pepe ad una parte centrale decisamente ribollita e stucchevole. Nel finale il film si risolleva, tornando quasi sul livello della parte introduttiva, ma lasciandoci comunque una sensazione di mezzo amaro in bocca. Peccato, perchè le premesse per farne un cult c’erano tutte, il cast e i soldi anche. Insomma, per rovinare Ronin ci hanno messo del loro.

Sam: Either you’re part of the problem or you’re part of the solution or you’re just part of the landscape.

RED (2010)

Il mondo invecchia, la società occidentale particolarmente. E così Hollywood – per farci sentire ancora protagonisti – sforna film i cui eroi sono arzilli cinquantenni (in questo caso Bruce Willis) e vivaci ottantenni (il sempre mitico Morgan Freeman) capaci di prendere a calci in culo i giovani rampanti. Messaggio sociale o stratagemma per far lavorare mostri sacri che sia, la cosa funziona, e bene, fin dai tempi di Space Cowboys, e questo RED ne è l’ultimo degno esempio. Retired, Extremely Dangerous non è nè più nè meno che il solito polpettone spy-action-comedy in cui gli eroi della CIA che fu vengono minacciati, e in parte eliminati, dal solito rogue in odore di intrallazzo fantapolitico. In questo caso il cast fa la differenza, dato che oltre ai due citati troviamo John Malkovich, Helen Mirren e Karl Urban (il quale, delegato a fare il giovane, si rivolge a Willis chiamandolo grandpa, giusto a rimarcare la demarcazione senior citizen). Diretto dal tedesco Robert Schwentke, RED alla fine non è nemmeno male. Anzi, certi momenti sono spassosi, e come al solito la sceneggiatura e i dialoghi scritti in California hanno sempre quel qualcosa in più (come il milk shake di Mel’s, per chi se lo ricorda). Peccato solo che la parte finale sia fin troppo indulgente con se stessa, perdendo un po’ il filo della narrazione a favore di sparatorie e bombardamenti abbondantemente sopra le righe, perfino per un action-comedy caciarone come questo. In ogni caso un filmetto caruccio, ovviamente superprodotto e bello patinato, con qualche virtuosismo di regia, bella fotografia, montaggio e musica top level. Preparate il pop-corn, svaccatevi sul divano e non aspettatevi nulla: sarà uno spasso.

Sarah: Wow. This guy’s insane.
Frank: Well, he thought he was the subject of a secret government mind control project. As it turns out, he really was being given daily doses of LSD for 11 years.
Sarah: Well in that case, he looks great.

Repo Men (2010)

L’inizio è promettente e, per quanto abbondantemente debitore a Blade Runner, anche affascinante dal punto di vista visivo. Jude LawForest Whitaker sono una bella coppia di attori, i Repo Men a caccia di organi di proprietà della solita evil corporation tipo la cara vecchia Umbrella di Resident Evil. Ma i temi del traffico d’organi e della tecnologia medica a scopo di lucro avrebbero potuto essere affrontati in ben altro modo, mentre qui vengono appena sfiorati, subito prima che la sceneggiatura ricada noiosamente sui binari della più fastidiosa prevedibilità. Insomma, la moglie che lo lascia e lui che  passa da cacciatore a cacciato, onestamente, avresti potuto dirlo dopo i primi 3 minuti, e non serve a nulla sperare che si siano inventati qualcosa per evitare questa boccata di banalità, perchè non è così. Miguel Sapochnik (l’unico regista di cui wikipedia non parla!) ci mette del suo dirigendo il film di mestiere, ma ancora una volta senza nessun guizzo. Alla fine non hanno potuto che spingere l’acceleratore sul gore, alla ricerca della scena davvero schifosa con cui farci fare Ooohhh! Ma questo non può certo bastare. Peccato, perchè certi momenti, soprattutto dopo l’ingresso in scena di Alice Braga, sono intensi e quasi commoventi. Ma ancora una volta, nemmeno questo filone è stato sfruttato. L’ennesima occasione mancata – costato 32, incassati 17 milioni di dolla – con quel sapore di dejà vù che se da un lato potrebbe farti dire che non è nemmeno così male, dall’altro non può che farti sbadigliare.

Resident Evil: Afterlife (2010)

Eccomi, finalmente, a parlare di Afterlife, il quarto capitolo della saga Resident Evil. Paul W. S. Anderson, dopo aver diretto il primo, prodotto il secondo e il terzo, e nel frattempo sposato Milla (insomma, uno sfigato), torna in sella (era ora!) e, bontà sua, ci ripropone la coppia di tough bitches di Extinction: al fianco della protagonista Alice (la solita irresistibile, glaciale, perfetta Milla Jovovich) riappare infatti Claire Redfield (l’altra smagliante e cazzuta american beauty Ali Larter). Tutto questo, però, non prima di aver clonato Alice che, trasformata in esercito, nel primo quarto d’ora del film mette subito in chiaro – ma avevamo dei dubbi? – quale sarà il tono di voce di Afterlife. Per il resto il film poggia su una sceneggiatura che stava probabilmente su due righe, che definire semplicistica è un eufemismo, per non parlare della credibilità, ma ovviamente non è questo il punto. Il punto è, invece, ritrovare e riconoscere ogni volta l’universo Resident Evil: Alice e Claire che fanno a pezzi mostri e zombie vari, le citazioni del videogame da identificare, le atmosfere cupe e techno-decadenti, i baddies dell’Umbrella Corporation, la colonna sonora techno-metal un po’ ignorante, la fotografia ultra definita, il telecinema virato azzurro. La saga è ormai diventata un appuntamento fisso, come una volta le vacanze a Rimini, dove sembra di tornare nella casa di villeggiatura e ritrovare le proprie cose. In questo senso il film ha un valore assoluto, ma solo per gli adepti, che si divertono a capire chi morirà per primo dei personaggi di contorno. Sempre in questo senso, sarà un piacere ritrovare ancora una volta tutto questo nei – già annunciati dalla stessa Milla – capitoli cinque e sei che verranno.

Alice: My name is Alice. I had worked for the Umbrella Corporation. Five years ago, the T-Virus escaped, and everybody died. Trouble was… they didn’t stay dead.

The Road (2009)

Il regista australiano di videoclip John Hillcoat prende e porta sullo schermo il romanzo post-apocalittico di Cormac McCarthy. Dopo il flashback iniziale, ci troviamo immediatamente catapultati a dieci anni dopo, in un mondo devastato e grigio, sopravvissuto ad un indefinito cataclisma che ha causato la scomparsa di quasi tutte le forme di vita animali e vegetali. I due protagonisti (Viggo Mortensen, così così, e il sorprendente  Kodi Smit-McPhee nella parte di padre e figlio) sopravvissuti alla catastrofe e ormai homeless, seguono la strada – che da il titolo al film – diretta verso sud, alla ricerca di un po’ di calore e della speranza di sopravvivere alla morte del mondo. Lungo il percorso impariamo a conoscere i dettagli del loro rapporto, la nostalgia per la bellissima mamma (la sempre deliziosa Charlize Theron, che compare solo nei numerosi flashback dei ricordi dei due protagonisti), ma anche l’imbarbarimento di un’umanità cannibale sull’orlo del precipizio. Hillcoat calca la mano sul dramma, rappresentando un mondo veramente devastato e devastante, ma purtroppo il suo background videoclipparo è un limite enorme quando si tratta di trasmettere emozione. The Road si rivela un film anaffettivo e incapace di toccarti il cuore, se non nell’ultimissima scena in cui il figlio (di cui non sapremo mai il nome) si unisce alla nuova famiglia. Alla fine quello di Hillcoat è poco più di un Mad Max serioso, trent’anni dopo. Un disperato – forzato – tentativo di lasciare il segno, ma come una linea sulla sabbia, è pronto ad essere spazzato via dall’onda di una costante sensazione di dejù vù.