Star Trek – The Motion Picture (1979) (Director’s Edition)

star-trek-the-motion-picture-iliaQuesto polpettone spaziale segnò il ritorno di Star Trek anni dopo la fine della Serie Originale e il debutto di Kirk, Spock, McCoy & co. sul grande schermo. Nato sulle ceneri di quella che avrebbe dovuto essere Phase II, la nuova serie TV, questo Motion Picture debutta tra alti e bassi, riuscendo al contempo a far felici e a scontentare fans e non fans. Luci e ombre, quindi, in quello che personalmente ritengo comunque uno dei film più riusciti della serie. Certo, lento è lento, le tutine fanno veramente schifo – aridatece i piagiamini colorati di TOS! – e il finale è decisamente troppo tirato via (per esempio, dove va a finire tutta la conoscenza acquisita da V’ger?!). Però la storia è comunque affascinante, è decisamente Trek ed è anche ben raccontata (soprattutto nella versione rimontata e con CGI aggiornata della Director’s Edition). In più va detto che all’epoca questo film si doveva confrontare con i vari fantasy babble di Star Warsvedi qui cosa ne penso – a cui risponde con un sano approccio laico decisamente più affine allo spirito di Directed By. Alla fine un buon film, ma per addetti ai lavori, che se lo provi a propinare a un amico, o peggio ad una fidanzata, rischi di compromettere definitivamente il rapporto e trovarti da solo mentre il divano è catturato da un tractor beam.

Kirk: Bones, there’s a… thing… out there… McCoy: Why is any object we don’t understand always called “a thing”?

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Source Code (2011)

source-code-5Un sorprendente sci-fi thriller, che arriva travestito da B-movie in un pomeriggio di quelli un po’ così. Il sapore da B-movie resiste per le prime scene, o forse anche per tutto il film. In fondo parliamo di uno di quei film mono-location così popolari negli ultimi anni, e in questo Source Code non si allontana troppo da altri prodotti analoghi. Qui però c’è la forza di un cast intrigante e una regia sapiente. Gli attori sono capaci di tanto valore aggiunto, e si trovano a lavorare col supporto di uno script potente, emozionante e solido. Il finale fa ancora un testacoda e si trasforma in una favola, con l’happy end che non ti aspetti – non del tutto – e che per una volta non stona affatto, ma anzi. Jake Gyllenhaal è perfetto per la parte, e col suo faccione ci trasmette alla perfezione i momenti e i cambiamenti di prospettiva, e tutti quelli che gli girano intorno sono altrettanto bravi nel ripresentarci di volta in volta la scena da un angolo diverso. Insomma, da vedere, con sorpresa, ricordandoti che dopo 8 minuti il tuo divano comunque esploderà. O forse no.

Dr. Rutledge: Source Code is not time travel. Rather, Source Code is time re-assignment. It gives us access to a parallel reality.

Star Wars (1977, 1980, 1983, 1999, 2002, 2005)

Classical-Wallpaper-Darth-Vader-star-wars-25852934-1920-1080Sei lì con il cofanazzo blu-ray  dell’intera esalogia, in edizione definitiva con bollino di garanzia George Lucas himself, che ti guarda dallo scaffale da mesi e mesi, e alla fine decidi di riguardarli, uno per sera, in una settimana. Anche perché non avevo mai visto bene gli episodi I, II e III e ricordavo vagamente i IV, V e VI. Non entriamo nel merito dei sei film uno per uno, ma buttiamola sull’opera completa. Complessivamente la storia è godibile, anche se è una soap opera che potrebbe tranquillamente durare due ore meno: troppe scene extra-long, troppi riempitivi, troppi dialoghi inutili, pallosissimi filosofeggiamenti e soprattutto troppi combattimenti e duelli a suon di lightsaber, che però sono talmente finti e con poca cattiveria che li prendi meno sul serio delle scazzottate di Terence Hill e Bud Spencer. In generale, meglio, più equlibrati e dinamici, i primi (ultimi) tre episodi. Decisamente più legnosi e con sbadiglio incorporato gli ultimi (primi) tre, malgrado siano in realtà quelli veri, e malgrado i nuovi effetti speciali, cazzi e mazzi. Personalmente, due grandi limiti: l’approccio generale pesantemente childish, particolarmente evidente nei più recenti ma comunque una cappa che soffoca l’intera esalogia, e quella pallosissima venatura fantasy: lo Yoda, la forza, i fantasmi dialoganti e tutto il resto. Certo, quintessential Star Wars, però come detto lo sbadiglio è in agguato, e spesso la palpebra cala, anche se poi quando la riapri ti rendi conto che non hai perso nulla perché ti sei assopito durante un combattimento laser di 28 minuti. La parte più bella dei primi (ultimi) episodi è tutta l’evoluzione politica che porta alla nascita dell’Impero e di Darth Vader, che era buono (come sarà alla fine quando Luke gli toglie il cascone nazi) ma dopo essere stato trattato per anni come il ragazzo di bottega da tutti i Jedi, e dopo una chiacchiera di 4 minuti con l’imperatore, si rompre il cazzo e diventa cattivo e, estremamente educativo, massacra a sangue freddo 50 bambini. Così, per presentare il personaggio. L’aspetto macropolitico di fatto scompare nei tre episodi finali, per lasciare spazio alla storia di trentacinque ribelli straccioni che tengono in scacco un impero di inetti, più altre cose più o meno sfilacciate, che trovano comunque poco spazio, soffocate come sono tra discussioni interminabili sull’irresistibilità della parte oscura e quanto invece sia meglio la forza buona, sei mia sorella, sono tuo fratello, quello è papà, e i vari dico/non dico di Yoda coadiuvato da fantasma di Kenobi che dispensa saggezza da Baci Perugina. In definitiva, super-polpettone spaziale carino ma ampiamente sopravvalutato. Vedremo cosa saprà farne J.J. Abrams, fiducioso che un po’ di testosterone possa certamente giovare al benessere della famiglia Skywalker.

Darth Vader: I am your father, Luke! (e tutti noi: really?)

Star Trek – Into Darkness (2013)

st_4J.J. Abrams continua a pompare ormoni dentro alla creatura di Gene Roddenberry, e lo fa con la consueta maestria. Ma anche con il consueto retrogusto di plastica. Into Darkness è un bel filmone action, cazzuto, con una sceneggiatura bella solida. Ma è anche molto poco sci-fi, ancor meno Trek. Vero che ci provano a mettere le battute tra Spock e McCoy ecc, ma la relazione tra i personaggi, quella chimica inimitabile che era lo spirito del vero Star Trek, aimè latita. Che poi questo non sia necessariamente un male è vero, ed è un solido argomento in difesa di questo polpettone spaziale che in fondo ha l’obiettivo commerciale di allargare la base anche ai non fans di vecchia data. E forse proprio per questo il retrogusto è che alla fine a Into Darkness manchi l’anima. Detto questo, il film scivola via bene, reinterpreta la storia di Kahn (terza volta, dopo l’episodio originale Space Seed e The Wrath of Kahn del 1982), e continua a ridefinire il nuovo universo Trek nato dal reboot del 2009. Molto spazio all’effetto speciale e molto poco a tutti quegli elementi techno-babble, altro dettaglio che rendeva Star Trek Star Trek, ma siamo nel 2013, nel bene e nel male anche questo ci sta. Ora inizia la missione quinquennale, e in teoria con essa un filone di film potenzialmente inesauribile. Speriamo non si perdano via come fa Abrams di solito con le sue serie TV. In fondo il cast è anche decoroso, con una leggera preferenza per Quinto/Spock vs. Pine/Kirk, che è simpatico ma che now and then ti fa sentire dentro una vocina che strilla aridatece Shatner. Bottom line, non un film da correre a vedere, ma se hai visto il reboot del 2009, un sequel più che degno, e comunque due ore di entertainment con il divano in trans-warp.

James T. Kirk: The enemy of my enemy is my friend. Spock: An Arabic proverb attributed to a prince who was betrayed and decapitated by his own subjects. James T. Kirk: Well, its still a hell of a quote.

Skyfall (2012)

Diciamo la verità, dopo tutto il battage pubblicitario che lo ha preceduto, ti avvicini a questo film con la ragionevole speranza che si possa trattare del Bond definitivo. Tutto converge verso questa conclusione, dal cast – con il grande Javier Bardem nella parte del baddie di turno – alla scelta di Sam Mendes a dirigere, passando per le varie peripezie produttive – budget si budget no, si fa, a monte, no si fa davvero. Invece no. Purtroppo, questo film fa schifo. Per due motivi molto semplici:

1. Non è più un film di 007. E non lo è per sua stessa ammissione, nella scena (patetica) in cui il nuovo, brufoloso e improbabile Q incontra Bond al museo: sono finiti i tempi delle Aston Martin, dei gadget futuribili e del laboratorio dove 007 si divertiva ad inquadrare le tette delle segretarie. Oggi bastano una pistola e un segnalatore radio. Aver depurato la serie dell’ironia e della leggerezza dei Bond DOC è come avergli tolto l’anima, rendendo questo film un qualunque action, e nemmeno particolarmente originale.

2. La trama. Il cattivo che ha pianificato e previsto tutto sembra una riscrittura – in peggio – di Law Abiding Citizen, a cui sono stati aggiunti un inizio sui tetti e un finale in Scozia. Purtroppo caciara, spari, esplosioni e morti ammazzati non riescono a riempire il vuoto delle idee.

Peccato, perchè il filone di Daniel Craig era iniziato bene con Casino Royale. Già con Quantum of Solace ci erano venuti dei dubbi. Ma adesso anche lui è in loop, continuando a riproporre un personaggio ombroso, cinico e sofferente che nulla ha a che vedere con l’allure glamour e mondana che James Bond ha sempre avuto. In linea coi tempi, certo, ma Sean Connery, Roger Moore, e perfino Lazenby e Brosnan, gridano vendetta.  Non fosse per la morte di M (ma forse Judi Dench si è anche lei rotta i coglioni e ha deciso di lasciare) questo film sarebbe totalmente irrilevante nell’evoluzione della saga. Una ciofeca.

James Bond: A radio and a gun. Not exactly Christmas, is it? Q: You weren’t expecting an exploding pen, were you? (yes we were, n.d.r.)

Sunshine (2007)

Danny Boyle e la fantascienza: prendi i corridoi della “Nostromo”, il computer di bordo che sembra la moglie sana di HAL 9001 (o anche la sorella di Mother volendo) e il solito equipaggio che all’inizio sembra perfetto ma lungo il viaggio si sfilaccia, una missione troppo importante per fallire. Ecco Sunshine: non un’accozzaglia di scopiazzature, ma un omaggio di Boyle ai classici del genere, reinterpretati – così come aveva fatto con 28 Days Later, in un’ottica più british che hollywoodiana. Il che, ovviamente, non è niente male. Diciamo pure un concentrato di citazioni. Il rischio di quel latente senso di dejà-vù, abilmente agitati (non mescolati) in questo frullatone scifi indubbiamente c’è, ma in fondo è quasi rassicurante. E alla fine il film è decisamente ben fatto, e la storia della folle – e tossica – attrazione per la luce intriga e sta in piedi, e la tensione cresce palpabile scena dopo scena. Quello che però manca a Sunshine è un baddie credibile, perchè, caro Danny, la storia dell’altro capitano grigliato come un cheeseburger, sopravvissuto non si sa come, ma ancora capace di rimettere tutto in discussione, beh, insomma, su… Da vedere, comunque, perchè in fondo la speranza è l’ultima a morire, e qui è ben riposta.

Capa: So if you wake up one morning and it’s a particularly beautiful day, you’ll know we made it. Okay, I’m signing out. 

Skyline (2010)

Che tristezza vedere tanti soldi di budget buttati dalla finestra per finire nel vuoto di menti senza idee. Ennesima riprova che gli effetti speciali da soli non risolvono un bel niente, e tantomeno questo film senza senso, Skyline è il patetico tentativo dei fratelli Strause (sorta di sfigati wannabe di Andy e Larry Wachowski) di fare un paciugo tra Independence Day, Cloverfield e The Mist. Ma gli Strause devono ancora mangiare tonnellate di semolino prima anche solo di allacciare le scarpe a quell’esaltato di Emmerich, figurarsi poi a J.J. Abrams! E infatti dove i tre film eccellevano – originalità, grandeur e personalità – Skyline implode, sciorinando una serie di banalità senza fine, una poltiglia di luoghi comuni e continui dejà-vù, fino a soccombere sotto i colpi del suo stesso nulla. Venti milioni di dollari che chiunque avrebbe saputo spendere meglio, e i due geni (sempre gli Strause Brothers) che già paventano un sequel, che sinceramente non è chiaro se sia una promessa o una minaccia. Leggerissimamente – e del tutto ingiustificatamente – presuntuosi, eh? Pietoso velo di silenzio, infine, sugli incolpevoli signori nessuno selezionati da un casting director evidentemente ubriaco, sulla colonna sonora che definire anonima è bonario e su una sceneggiatura che sembra fatta unendo e peggiorando le scene più ritrite e banali dell’immaginario sci-fi catastrofico. Sinceramente, lasciate proprio perdere. Nessuna stellina.