Star Trek – The Motion Picture (1979) (Director’s Edition)

star-trek-the-motion-picture-iliaQuesto polpettone spaziale segnò il ritorno di Star Trek anni dopo la fine della Serie Originale e il debutto di Kirk, Spock, McCoy & co. sul grande schermo. Nato sulle ceneri di quella che avrebbe dovuto essere Phase II, la nuova serie TV, questo Motion Picture debutta tra alti e bassi, riuscendo al contempo a far felici e a scontentare fans e non fans. Luci e ombre, quindi, in quello che personalmente ritengo comunque uno dei film più riusciti della serie. Certo, lento è lento, le tutine fanno veramente schifo – aridatece i piagiamini colorati di TOS! – e il finale è decisamente troppo tirato via (per esempio, dove va a finire tutta la conoscenza acquisita da V’ger?!). Però la storia è comunque affascinante, è decisamente Trek ed è anche ben raccontata (soprattutto nella versione rimontata e con CGI aggiornata della Director’s Edition). In più va detto che all’epoca questo film si doveva confrontare con i vari fantasy babble di Star Warsvedi qui cosa ne penso – a cui risponde con un sano approccio laico decisamente più affine allo spirito di Directed By. Alla fine un buon film, ma per addetti ai lavori, che se lo provi a propinare a un amico, o peggio ad una fidanzata, rischi di compromettere definitivamente il rapporto e trovarti da solo mentre il divano è catturato da un tractor beam.

Kirk: Bones, there’s a… thing… out there… McCoy: Why is any object we don’t understand always called “a thing”?

Source Code (2011)

source-code-5Un sorprendente sci-fi thriller, che arriva travestito da B-movie in un pomeriggio di quelli un po’ così. Il sapore da B-movie resiste per le prime scene, o forse anche per tutto il film. In fondo parliamo di uno di quei film mono-location così popolari negli ultimi anni, e in questo Source Code non si allontana troppo da altri prodotti analoghi. Qui però c’è la forza di un cast intrigante e una regia sapiente. Gli attori sono capaci di tanto valore aggiunto, e si trovano a lavorare col supporto di uno script potente, emozionante e solido. Il finale fa ancora un testacoda e si trasforma in una favola, con l’happy end che non ti aspetti – non del tutto – e che per una volta non stona affatto, ma anzi. Jake Gyllenhaal è perfetto per la parte, e col suo faccione ci trasmette alla perfezione i momenti e i cambiamenti di prospettiva, e tutti quelli che gli girano intorno sono altrettanto bravi nel ripresentarci di volta in volta la scena da un angolo diverso. Insomma, da vedere, con sorpresa, ricordandoti che dopo 8 minuti il tuo divano comunque esploderà. O forse no.

Dr. Rutledge: Source Code is not time travel. Rather, Source Code is time re-assignment. It gives us access to a parallel reality.

Star Wars (1977, 1980, 1983, 1999, 2002, 2005)

Classical-Wallpaper-Darth-Vader-star-wars-25852934-1920-1080Sei lì con il cofanazzo blu-ray  dell’intera esalogia, in edizione definitiva con bollino di garanzia George Lucas himself, che ti guarda dallo scaffale da mesi e mesi, e alla fine decidi di riguardarli, uno per sera, in una settimana. Anche perché non avevo mai visto bene gli episodi I, II e III e ricordavo vagamente i IV, V e VI. Non entriamo nel merito dei sei film uno per uno, ma buttiamola sull’opera completa. Complessivamente la storia è godibile, anche se è una soap opera che potrebbe tranquillamente durare due ore meno: troppe scene extra-long, troppi riempitivi, troppi dialoghi inutili, pallosissimi filosofeggiamenti e soprattutto troppi combattimenti e duelli a suon di lightsaber, che però sono talmente finti e con poca cattiveria che li prendi meno sul serio delle scazzottate di Terence Hill e Bud Spencer. In generale, meglio, più equlibrati e dinamici, i primi (ultimi) tre episodi. Decisamente più legnosi e con sbadiglio incorporato gli ultimi (primi) tre, malgrado siano in realtà quelli veri, e malgrado i nuovi effetti speciali, cazzi e mazzi. Personalmente, due grandi limiti: l’approccio generale pesantemente childish, particolarmente evidente nei più recenti ma comunque una cappa che soffoca l’intera esalogia, e quella pallosissima venatura fantasy: lo Yoda, la forza, i fantasmi dialoganti e tutto il resto. Certo, quintessential Star Wars, però come detto lo sbadiglio è in agguato, e spesso la palpebra cala, anche se poi quando la riapri ti rendi conto che non hai perso nulla perché ti sei assopito durante un combattimento laser di 28 minuti. La parte più bella dei primi (ultimi) episodi è tutta l’evoluzione politica che porta alla nascita dell’Impero e di Darth Vader, che era buono (come sarà alla fine quando Luke gli toglie il cascone nazi) ma dopo essere stato trattato per anni come il ragazzo di bottega da tutti i Jedi, e dopo una chiacchiera di 4 minuti con l’imperatore, si rompre il cazzo e diventa cattivo e, estremamente educativo, massacra a sangue freddo 50 bambini. Così, per presentare il personaggio. L’aspetto macropolitico di fatto scompare nei tre episodi finali, per lasciare spazio alla storia di trentacinque ribelli straccioni che tengono in scacco un impero di inetti, più altre cose più o meno sfilacciate, che trovano comunque poco spazio, soffocate come sono tra discussioni interminabili sull’irresistibilità della parte oscura e quanto invece sia meglio la forza buona, sei mia sorella, sono tuo fratello, quello è papà, e i vari dico/non dico di Yoda coadiuvato da fantasma di Kenobi che dispensa saggezza da Baci Perugina. In definitiva, super-polpettone spaziale carino ma ampiamente sopravvalutato. Vedremo cosa saprà farne J.J. Abrams, fiducioso che un po’ di testosterone possa certamente giovare al benessere della famiglia Skywalker.

Darth Vader: I am your father, Luke! (e tutti noi: really?)

Star Trek – Into Darkness (2013)

st_4J.J. Abrams continua a pompare ormoni dentro alla creatura di Gene Roddenberry, e lo fa con la consueta maestria. Ma anche con il consueto retrogusto di plastica. Into Darkness è un bel filmone action, cazzuto, con una sceneggiatura bella solida. Ma è anche molto poco sci-fi, ancor meno Trek. Vero che ci provano a mettere le battute tra Spock e McCoy ecc, ma la relazione tra i personaggi, quella chimica inimitabile che era lo spirito del vero Star Trek, aimè latita. Che poi questo non sia necessariamente un male è vero, ed è un solido argomento in difesa di questo polpettone spaziale che in fondo ha l’obiettivo commerciale di allargare la base anche ai non fans di vecchia data. E forse proprio per questo il retrogusto è che alla fine a Into Darkness manchi l’anima. Detto questo, il film scivola via bene, reinterpreta la storia di Kahn (terza volta, dopo l’episodio originale Space Seed e The Wrath of Kahn del 1982), e continua a ridefinire il nuovo universo Trek nato dal reboot del 2009. Molto spazio all’effetto speciale e molto poco a tutti quegli elementi techno-babble, altro dettaglio che rendeva Star Trek Star Trek, ma siamo nel 2013, nel bene e nel male anche questo ci sta. Ora inizia la missione quinquennale, e in teoria con essa un filone di film potenzialmente inesauribile. Speriamo non si perdano via come fa Abrams di solito con le sue serie TV. In fondo il cast è anche decoroso, con una leggera preferenza per Quinto/Spock vs. Pine/Kirk, che è simpatico ma che now and then ti fa sentire dentro una vocina che strilla aridatece Shatner. Bottom line, non un film da correre a vedere, ma se hai visto il reboot del 2009, un sequel più che degno, e comunque due ore di entertainment con il divano in trans-warp.

James T. Kirk: The enemy of my enemy is my friend. Spock: An Arabic proverb attributed to a prince who was betrayed and decapitated by his own subjects. James T. Kirk: Well, its still a hell of a quote.

Skyfall (2012)

Diciamo la verità, dopo tutto il battage pubblicitario che lo ha preceduto, ti avvicini a questo film con la ragionevole speranza che si possa trattare del Bond definitivo. Tutto converge verso questa conclusione, dal cast – con il grande Javier Bardem nella parte del baddie di turno – alla scelta di Sam Mendes a dirigere, passando per le varie peripezie produttive – budget si budget no, si fa, a monte, no si fa davvero. Invece no. Purtroppo, questo film fa schifo. Per due motivi molto semplici:

1. Non è più un film di 007. E non lo è per sua stessa ammissione, nella scena (patetica) in cui il nuovo, brufoloso e improbabile Q incontra Bond al museo: sono finiti i tempi delle Aston Martin, dei gadget futuribili e del laboratorio dove 007 si divertiva ad inquadrare le tette delle segretarie. Oggi bastano una pistola e un segnalatore radio. Aver depurato la serie dell’ironia e della leggerezza dei Bond DOC è come avergli tolto l’anima, rendendo questo film un qualunque action, e nemmeno particolarmente originale.

2. La trama. Il cattivo che ha pianificato e previsto tutto sembra una riscrittura – in peggio – di Law Abiding Citizen, a cui sono stati aggiunti un inizio sui tetti e un finale in Scozia. Purtroppo caciara, spari, esplosioni e morti ammazzati non riescono a riempire il vuoto delle idee.

Peccato, perchè il filone di Daniel Craig era iniziato bene con Casino Royale. Già con Quantum of Solace ci erano venuti dei dubbi. Ma adesso anche lui è in loop, continuando a riproporre un personaggio ombroso, cinico e sofferente che nulla ha a che vedere con l’allure glamour e mondana che James Bond ha sempre avuto. In linea coi tempi, certo, ma Sean Connery, Roger Moore, e perfino Lazenby e Brosnan, gridano vendetta.  Non fosse per la morte di M (ma forse Judi Dench si è anche lei rotta i coglioni e ha deciso di lasciare) questo film sarebbe totalmente irrilevante nell’evoluzione della saga. Una ciofeca.

James Bond: A radio and a gun. Not exactly Christmas, is it? Q: You weren’t expecting an exploding pen, were you? (yes we were, n.d.r.)

Sunshine (2007)

Danny Boyle e la fantascienza: prendi i corridoi della “Nostromo”, il computer di bordo che sembra la moglie sana di HAL 9001 (o anche la sorella di Mother volendo) e il solito equipaggio che all’inizio sembra perfetto ma lungo il viaggio si sfilaccia, una missione troppo importante per fallire. Ecco Sunshine: non un’accozzaglia di scopiazzature, ma un omaggio di Boyle ai classici del genere, reinterpretati – così come aveva fatto con 28 Days Later, in un’ottica più british che hollywoodiana. Il che, ovviamente, non è niente male. Diciamo pure un concentrato di citazioni. Il rischio di quel latente senso di dejà-vù, abilmente agitati (non mescolati) in questo frullatone scifi indubbiamente c’è, ma in fondo è quasi rassicurante. E alla fine il film è decisamente ben fatto, e la storia della folle – e tossica – attrazione per la luce intriga e sta in piedi, e la tensione cresce palpabile scena dopo scena. Quello che però manca a Sunshine è un baddie credibile, perchè, caro Danny, la storia dell’altro capitano grigliato come un cheeseburger, sopravvissuto non si sa come, ma ancora capace di rimettere tutto in discussione, beh, insomma, su… Da vedere, comunque, perchè in fondo la speranza è l’ultima a morire, e qui è ben riposta.

Capa: So if you wake up one morning and it’s a particularly beautiful day, you’ll know we made it. Okay, I’m signing out. 

Skyline (2010)

Che tristezza vedere tanti soldi di budget buttati dalla finestra per finire nel vuoto di menti senza idee. Ennesima riprova che gli effetti speciali da soli non risolvono un bel niente, e tantomeno questo film senza senso, Skyline è il patetico tentativo dei fratelli Strause (sorta di sfigati wannabe di Andy e Larry Wachowski) di fare un paciugo tra Independence Day, Cloverfield e The Mist. Ma gli Strause devono ancora mangiare tonnellate di semolino prima anche solo di allacciare le scarpe a quell’esaltato di Emmerich, figurarsi poi a J.J. Abrams! E infatti dove i tre film eccellevano – originalità, grandeur e personalità – Skyline implode, sciorinando una serie di banalità senza fine, una poltiglia di luoghi comuni e continui dejà-vù, fino a soccombere sotto i colpi del suo stesso nulla. Venti milioni di dollari che chiunque avrebbe saputo spendere meglio, e i due geni (sempre gli Strause Brothers) che già paventano un sequel, che sinceramente non è chiaro se sia una promessa o una minaccia. Leggerissimamente – e del tutto ingiustificatamente – presuntuosi, eh? Pietoso velo di silenzio, infine, sugli incolpevoli signori nessuno selezionati da un casting director evidentemente ubriaco, sulla colonna sonora che definire anonima è bonario e su una sceneggiatura che sembra fatta unendo e peggiorando le scene più ritrite e banali dell’immaginario sci-fi catastrofico. Sinceramente, lasciate proprio perdere. Nessuna stellina.

Sacco e Vanzetti (1971)

Un film documento, che Giuliano Montaldo gira con piglio asciutto, a tratti anche troppo, e che infatti decolla solo nella seconda parte, dopo un avvio stentato e confusionario, in cui devi proprio aver voglia di vederlo per resistere. Forse un po’ debole la sceneggiatura, o forse un montaggio non proprio indovinato, ma per fortuna il tempo scorre e scollini. E quella seconda metà, il racconto del processo, delle magagne, delle manifestazioni di piazza, vale tutto il film. Quando Gian Maria Volontè (Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Sacco) salgono in cattedra, finalmente protagonisti, il film svolta e ti colpisce alla bocca dello stomaco come un pugno. Al di là del valore cinematografico, quest’opera ha un valore storico assoluto, e denuncia un malcostume culturale che dal 1920 ad oggi sembra davvero essere cambiato molto poco, nella ricerca di una condanna politica – per un reato mai commesso – atta ad educare chi si ribella all’establishment (hai presente wikileaks?). Assolutamente da urlo l’arringa di autodifesa di Volontè, subito prima della condanna. E subito dopo, in modo diametralmente opposto, altrettanto memorabile il ‘no’ di Sacco (guardate il film e capirete). Insomma, un film da vedere, e su cui riflettere, cullati dalla musica del solito, enorme Ennio Morricone.

Bart Vanzetti: Sono così convinto di essere nel giusto, che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, ed io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le cose che ho fatto.

Splice (2009)

Splice è un film che al contempo attrae e lascia perplessi. Da una parte c’è sicuramente del buono: Vincenzo Natali, lo stesso che nel 1997 ci aveva regalato l’enigmatico Cube, lo scrive e lo dirige con coraggio, e può finalmente contare su un budget decente. I due protagonisti Adrien BrodySarah Polley (anche discretamente gnocca) sono cool e ben selezionati. La fotografia di Tetsuo Nagata è meravigliosamente ultra-patinata e sprizza tech-noirness da tutti i pori. La co-protagonista Delphine Chanéac, bellissima modella e DJ franco-canadese, è anche lei super-cool e perfetta per la parte (oltretutto pare che per prepararsi alle atmosfere del film abbia fatto una full immersion nella musica dei Cure, per cui le mettiamo un bel + sul registro). Il tema dello sconfinamento della sperimentazione genetica che Splice affronta è quantomai attuale oltre che interessante. Fin qui insomma tutto bene. Peccato che però poi tutte queste bellissime premesse finiscano per incanalarsi, via via sempre di più durante lo svilupparsi dell’azione, nelle guidelines del più classico creature movie – non dico alla Frankenstein ma quasi – che porteranno ad un finale (che non vi svelo) ampiamente prevedibile, in qualche modo annunciato, sicuramente deludente. Alla fine Splice è un’occasione colta a metà, un film capace di unire coraggio e innovazione all’incapacità di portare tutto questo fino alle estreme conseguenze, implodendo verso un finale trito e ritrito che lascia intravvedere dietro l’angolo uno Splice 2 di cui, sinceramente, non si sente il bisogno.

Salt (2010)

Angelina Jolie torna a vestire i panni della spia, ma questa volta lo fa senza nessun tipo di venatura comedy. Salt è lo spy-thriller che rappresenta tutto quello che Mr. and Mrs. Smith non poteva essere: cupo, cazzuto e con un sacco di morti. E anche se comunque rimaniamo abbondantemente dalle parti dell’inverosimile, questo film si prende molto sul serio, senza nascondere l’intenzione di lanciare il filone della superspia alla Jason Bourne, ma con in più tette, culo e i labbroni della Jolie. Angelina ci sta alla grande (e pensare che il film era stato pensato per Tom Cruise!) e alla fine è lei l’unica superfiga in grado di reggere il confronto con Milla Jovovich per una parte del genere. La storia lascia il tempo che trova, pescando quà e là nel cinema spionistico del passato – uno fra tutti, il mitico Telefon (1977) di un certo Don Siegel – ma è ben scritta, ha un bel passo coinvolgente e anche un discreto colpetto di scena finale, che non guasta. Phillip Noyce non ci fa ululare di godimento, ma almeno non cede alla tentazione della solita, confusionaria regia videoclippara in cui non si capisce nulla, regalandoci invece un bel film ritmato e senza fiatone. Ottima presenza di Liev Schreiber, credibile co-protagonista maschile, nei panni dell’agente CIA. E, naturalmente, il finale aperto verso la prossima avventura. Noyce ha dichiarato: “Hopefully within a couple of years, we’ll have another one. Angelina’s so great in this part. When audiences see the movie they’re going to feel like it’s only just the beginning.” Insomma, aspettiamoci da Salt almeno una trilogia. Il che, con quello che c’è in giro, non è necessariamente una cattiva notizia.

Vassily Orlov: The name of the agent is Evelyn Salt.
Evelyn Salt: My name is Evelyn Salt.
Vassily Orlov: Then you are a Russian spy.

The Sting (1973)

Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior art direction, migliori costumi, miglior montaggio, miglior colonna sonora. Sette Oscar. Ecco il classico film che quando lo guardi non puoi che entrare in modalità anziano del villaggio e pensare: eh, film così non ne fanno più! Già, pare abbiano buttato via lo stampo. La sceneggiatura brillantissima, a prova di bomba, firmata David S. Ward. La regia perfetta dell’enorme George Roy Hill. La soundtrack indimenticabile di Marvin Hamlisch. E poi loro, la coppia di attori che rende questo film speciale, Paul NewmanRobert Redford al culmine del carisma, belli, simpatici e maledetti. E con loro, in determinanti ruoli di supporto, il merlo Robert Shaw e l’agente dell’FBI corrotto Charles Durning. Che dire? Minchia! Cos’altro, se non minchia? Capolavoro di sempre e per sempre, un film esaltante, capace di ridarti il buonumore anche alla fine di una giornata da dimenticare, 129 minuti che volano, in un crescendo di godimento cinematografico di cui ho difficoltà a citare paragoni. Uscito il giorno di natale del 1973, La Stangata fu vero dono all’umanità, capace di incassare 160 milioni di dolla solo quell’anno. Un film da rivedere in loop, e comunque una volta l’anno. Scuola del cinema, arte, olimpo, capolavoro. Se non l’avete visto, correte a comprare il DVD, ora!

Doyle Lonnegan: What was I supposed to do – call him for cheating better than me, in front of the others?

Silent Hill (2006)

Benvenuti a Silent Hill, la cittadina double face nata sulla Playstation (quella vera, di una volta, quella specie di mattonella grigia e plasticosa, miracolo un po’ sgangherato della Sony, ve la ricordate?) e poi diventata grande e finalmente maggiorenne sbocciando in un film angosciante, fatiscente, decadente, claustrofobico diretto (bene) dal francese Christophe Gans. Playstation, dicevamo, e l’approccio da videogame si ritrova tutto nello script di Roger Avary: cammina nella nebbia, cerca la bambina, entra nella stanza, percorri il corridioio, trova la chiave, apri la porta, accendi la torcia, trova la pistola, cerca le munizioni, uccidi il mostro. arriva al boss di fine livello. Poca o niente trama insomma – che visti certi altri film non è necessariamente un male – ma una tonnellata di atmosfere sapientemente cupe e opprimenti, musicate di conseguenza, con una fotografia da urlo e una produzione ai massimi livelli che ha anche la lungimiranza di scritturare la mitica Radha Mitchell nel ruolo della protagonista, affiancandole la grande Alice “Borg Queen” Krige nel ruolo della superbaddie maledetta. Insomma, spettacolone perfetto per quello che è, un adattamento da videogame realizzato alla stragrande, costato 50 e capace di incassare 100 milioni di dolla, e finale spalancato che prepara un sequel che si mormora arriverà nel 2011.

Somewhere (2010)

L’ultima fatica di Sofia Coppola inizia con una novità sorprendente che non fa però parte del film: è infatti distribuito in Italia (da venerdì scorso) prima che nel resto del mondo. Come dire: per una volta gli americani siamo noi. Per il resto Sofia riprende i tempi dilatatati che avevamo imparato a conoscere in Lost in Translation, questa volta applicandoli alla vita di un attore hollywoodiano (interpretato da Stephen Dorff provando a fare il verso alle facce attonite di Bill Murray, ma ne deve mangiare ancora di semolino). Il poveretto è ricco sfondato e passa le sue giornate a zonzo in Ferrari, vive in albergo a L.A., passa da un party all’altro e ha talmente tanta gnocca che si addormenta tra le cosce di una bionda. Il suo lavoro consiste solo nel seguire le istruzioni dell’efficente segretaria e correre quà e là a fare interviste e foto. Credo che il messaggio voglia essere che la vita della star è uno schifo, ma non attacca. E’ questo il vero limite di questo film, perchè quando ti alzi dal cinema una vocina dentro di te ti dice che tu comunque, a fare quella vita lì, ci staresti dentro alla grande. Alla fine Dorff dovrà prendersi cura della figlia (Elle Fanning, sorellina di Dakota) e questo gli farà in qualche modo cambiare prospettiva e capire la pochezza del suo esistere. Il che in fondo è anche un filino banale, no? Insomma, Somewhere è un film tutto sommato gradevole, ma che alla fine non aggiunge nulla, e il cui messaggio è talmente assurdo – e in quanto lanciato dall’interno di Hollywood anche ipocrita – da diventare una bella presa per il culo. Tipo: continuate a tirare il carretto, che tanto fare la star qui in California è un vero schifo. Vedete voi.

Saving Grace (2000)

Guardo questo film per caso, beccato involontariamente su sky durante un sonnacchioso e piovoso pomeriggio in montagna. Memore del clamore generato a suo tempo per tutta la questione erba, non so bene cosa aspettarmi, ma spero in una vivace pellicola brit, magari dalle parti di Guy Ritchie. Magari! Aimé L’Erba di Grace si rivela una prevedibile simil soap, che perde subito il treno dell’originalità e implode in una commediola sgangherata e irrisolta che prova a scherzare con temi seri in modo piuttosto grossolano, e che alla fine non cade bene né di quà né di là. Pur tra qualche inevitabile sorriso, in particolare grazie alla prova e al musino simpatico della protagonista Brenda Blethyn, la pellicola di Nigel Cole non è né ben girata né ben scritta, i personaggi sono tagliati con l’accetta e la trama superficiale e qualunquista. Decisamente un’occasione mancata per un film che, se non ricordo male, ambiva tra l’altro a dimostrare che esiste un modo diverso di fare commedia su temi delicati. A Nigel Cole direi ritenta, sari più fortunato.

Starship Troopers (1997)

Il futuro è un mondo dove basta cliccare per saperne di più, ma anche un regime militarista in cui la popolazione si divide tra citizens e non-citizens – più o meno come noi con gli extracomunitari – sceso in guerra per futili motivi contro un nemico che sta dall’altra parte della galassia. Paul Verhoeven gira questo film intelligente e divertito che, senza prendersi troppo sul serio, è in realtà un meraviglioso esempio di satira cinematografica che racconta i limiti e l’irragionevolezza della società occidentale attraverso la metafora della guerra ai bug. Assolutamente folle la sceneggiatura, con una parte iniziale volutamente realizzata in stile soap-opera, che poi diventa una specie di Full Metal Jacket futuristico, compreso il campo d’addestramento reclute della Fanteria dello Spazio, e infine arriva alla guerra vera, combattuta in questo caso sul pianeta nemico. Meravigliosa la caratterizzazione del regime, incluse le divise, gli slogan e gli strumenti di propaganda, capace di unire il meglio – si fa per dire, e sempre con un deciso piglio satirico – della Germania nazista e dei moderni mass media. Casper Van Dien e Denise Richards sono i protagonisti, insipidi quanto basta e perfettamente integrati nell’approccio soap, di questo capolavoro a cavallo tra un teen-movie e la fantascienza anni ’50. Un film che ha sempre polarizzato commenti e recensioni, che alla fine – per chi scrive – è perfetto. Da dimenticare, invece, i due indegni sequel Starship Troopers 2: Hero of the Federation (2004) e Starship Troopers 3: Marauder (2008).

Join the Mobile Infantry and save the Galaxy. Service guarantees citizenship. Would you like to know more?

Shock Waves (1977)

Tanto per mettere le cose in chiaro, dico subito che adoro questo film. Ma immagino quando il regista – il semi-sconosciuto Ken Wiederhorn – ricevette la telefonata dei produttori per girarlo. Budget: 200 mila dolla. B, C, o D movie? Forse possiamo scorrere tutto l’alfabeto, perchè qui siamo davvero dalle parti del delirio, e nemmeno tanto organizzato. La produzione è un filino troppo cheesy, e anche chi ama il B-Movie style ogni tanto farà qualche faccia strana. Tuttavia il film ha un certo charme, rivelandosi inspiegabilmente magnetico, a tratti quasi fascinoso. La sceneggiatura fa acqua – è il caso di dirlo visto il soggetto – da tutte le parti, e gli avvenimenti narrati sono ovviamente pescati a piene mani dal repertorio dell’assurdo. Ma l’idea degli zombie nazisti Death Korps rimane una delle più cool, inspiegabilmente intriganti e ipnotiche del cinema horror degli anni ’70, mentre la presenza del mitico Peter Cushing garantisce un look-and-feel alla Hammer che da quel pizzico di vintage d’autore che non guasta.

They are neither dead or alive, but somewhere in between…

Strange Days (1995)

Gli Strani Giorni sono quelli che portano verso capodanno 2000 (il mitico Y2K, ricordi?). In una L.A. buia à la Blade Runner, mentre l’orologio corre avvicinandosi al countdown, si consuma la solita serie di crimini più o meno loschi. Con la variante di un intrigante sfondo cyberpunk costituito dallo spaccio di contenuti per SQUID, una specie di iPod capace di riprodurre – direttamente nella corteccia cerebrale – le esperienze registrate in precedenza tramite lo stesso aggeggio. La resa playback dello SQUID è talmente realistica da essere assolutamente paragonabile all’esperienza reale, ed ecco quindi nascere un fiorente mercato nero di esperienze più o meno proibite. Mettendo insieme un cast grandiosamente underground (un unto Ralph Fiennes, una muscolare Angela Bassett, una sensuale Juliette Lewis e i superbaddies Tom Sizemore e Michael Wincott) l’allora sciura Cameron Kathryn Bigelow butta lì un filmetto – purtroppo abbondantemente sottovalutato – fatto di regia coraggiosa, movimenti di macchina pazzeschi e montaggio untraserrato – che faranno scuola – e di atmosfere capaci di rendere drammaticamente credibile anche il plot cyberpunk. Non svelo altro, tranne che tutto si risolverà alla mezzanotte, al cambio di secolo.

Scent of a Woman (1992)

Nel 1969, mentre scriveva il racconto Il buio e il miele, probabilmente Giovanni Arpino non avrebbe mai pensato che prima Dino Risi (nel 1974) e poi Martin Brest (1992) ne avrebbero tratto un film. Scent of a Woman, la versione americana, vede quello che secondo me è il miglior Al Pacino di sempre calarsi meravigliosamente nella parte del Lieutenant Colonel Frank Slade, un marine reso cieco da un incidente con una bomba a mano. Per questo, Slade è incazzato con Dio e con gli uomini, non ne può più, vuole farla finita. Non prima, però, di un’ultima notte a New York, per un canto del cigno tra le braccia di una bella donna, nel lusso di un grand hotel. Il profumo di donna, ora che ha perso la vista, è l’unica cosa che gli resta per celebrare degnamente l’ultimo inno alla vita. Ma siccome nulla va come pianificato, il Colonnello troverà sulla sua strada Charlie – guardacaso il nomignolo che i marines usavano in Vietnam per identificare il nemico – un ragazzo semplice, di sani principi, integro (un grandissimo Chris O’Donnell). Un incontro che gli cambierà, letteralmente, la vita, facendogli scoprire una diversa forma di amore e di rispetto che si concretizzerà nell’indimenticabile tirata finale. Il discorso di Pacino in difesa di Charlie, vittima di un sistema che proclama valori eterni ma insegna corruzione e meschinità, è – insieme alla scena del tango e della Ferrari – uno dei punti più alti di questo Scent of a Woman. Un film talmente assoluto, intenso, commovente e irripetibile che perfino l’happy end non stride, completando invece il percorso narrativo che dal baratro del buio arriva a riscoprire e celebrare la vita.

I’m too old, I’m too tired, I’m too fuckin’ blind. If I were the man I was five years ago, I’d take a flamethrower to this place!

Soylent Green (1973)

Mentre scrivo queste righe vedo volare intorno a me parole grosse tipo: film perfetto, precursore e capolavoro. Soylent è stato un film troppo avanti per la sua epoca, e ancora oggi lo rimane. Un film capace di precorrere i tempi, sia per i temi trattati che per il tono di voce utilizzato, praticamente perfetto anche quarant’anni dopo. Basato sul romanzo di Harry Harrison, racconta di un domani cupo e sovrappopolato – sa di già visto? Certo, ma in realtà saranno gli altri a pescare da qui – in cui il giovane Charlton Heston e l’anziano Edward G. Robinson rappresentano due generazioni al momento del passaggio del testimone in una società con l’armadio zeppo di scheletri. Certo, la produzione è inconfondibilmente anni ’70, regia (del veterano Richard Fleischer) e ritmo non sono in alcun modo paragonabili allo stile videoclipparo cui siamo abituati oggi, ma ciò non toglie che questo film sia ancora da pelle d’oca. Come Blade Runner, dieci anni prima.

Shaun of the Dead (2004)

Prima o poi doveva arrivare una bella presa in giro al buon Romero. Non una parodia alla Abrahams/Zucker, ma una riuscita, misuratissima – e terribilmente british – zombie-comedy ambientata a Londra durante il Giorno dei Morti Viventi. L’omaggio a Giorgione è ovvio e del tutto voluto, ma il film ha gambe e respiro assolutamente autonomi. Grazie ad una sceneggiatura solida e ad un gruppo di attori che evidentemente si divertono (Simon Pegg e Nick Frost basta guardarli in faccia per ridere) questo Shaun merita di entrare di diritto nel filone degli zombie-movie DOC. Le gag sono spassose, e il tradizionale humor britannico associato al trash romeriano ha un effetto esplosivo. B-movie e low budget a tutti gli effetti, grazie alla manina ispirata del regista Edgar Wright questo film ha i numeri per battere 3-0 tante black comedy più blasonate. Raccomandatissimo.