Space Cowboys (2000)

Ok, è una cazzatona. Ma una di quelle cazzatone bellissime, spassose, ben girate, super-prodotte, divertenti e belle fresche come un bicchierone di Coca Cola quando ti svegli dalla pennichella. Clint Eastwood dirige una cast di amici (Tommy Lee JonesDonald SutherlandJames Garner) che evidentemente si divertono, sprigionando una chimica e un’energia capaci di coinvolgerti e farti giocare con loro. Da mal di pancia tutto il loro addestramento in cui, tra dentiere e occhiali da vicino, si consuma il confronto con i giovani astronauti della NASA. Un film che non pretende mai nemmeno per un secondo di prendersi sul serio – malgrado il plot post cold war – ma che invece invita a divertirsi spensieratamente con questi quattro memorabili cazzoni. Forse non da storia del cinema, ma sicuramente una bella serata tra le stelle. E poi a nanna col buon umore!

Starman (1984)

Una civiltà aliena incontra la sonda terrestre Voyager 2, che contiene questo messaggio: We cast this message into the cosmos… Of the 200 billion stars in the Milky Way galaxy, some — perhaps many — may have inhabited planets and space faring civilizations. If one such civilization intercepts Voyager and can understand these recorded contents, here is our message: We are trying to survive our time so we may live into yours. We hope some day, having solved the problems we face, to join a community of Galactic Civilizations. This record represents our hope and our determination and our goodwill in a vast and awesome universe. La civiltà aliena decide di inviare un ambasciatore in visita alla Terra: il benvenuto sarà la solita caccia alle streghe, condotta dalla solita umanità miope, convinta di poter trarre qualche vantaggio da questo visitatore. Un film meraviglioso, che non ti aspetti da un duro come John Carpenter e che, proprio per questo, ti colpisce e ti stende. Jeff Bridges è immenso, incredibilmente a suo agio nella parte dell’alieno. Karen AllenCharles Martin Smith sono perfetti comprimari, ma è impossibile essere notati di fianco a Bridges in questo film. Carpenter dirige con delicatezza, ma non risparmia niente e nessuno. Alla fine ne usciamo tutti sconfitti, dimostrando ancora una volta quello che siamo: un branco di pecore guidate da lupi coglioni. Imperdibile.

Surrogates (2009)

Due etti di Matrix, una spruzzata di Terminator, qualche goccia di Second Life (quantomeno il concept portato alle estreme conseguenze). Agitare bene e servire su schermo d’argento, con guarnizione di mega-budget e cast stellare. Fin qui Surrogates sembrerebbe di avere tutte le carte in regola per essere un prodotto di alta cucina. Ma purtroppo non è così. L’incipit si inaridisce subito e tutte le buone premesse evaporano, schiantandosi su una sceneggiatura che dopo il primo quarto d’ora traballa e barcolla, affannandosi pesantemente verso la mindless action. Come se non bastasse, on top of that arriva il solito, putrido, trito e ritrito, insopportabile, immancabile happy-fucking-end a mettere la parola fine ad ogni possibile speranza di recupero. Peccato.

Swordfish (2001)

Una cacatona, ma una cacatona tutto sommato ben realizzata. Un filmaccio nobilitato da un John Travolta cool come non mai, spia e ladro (non) gentiluomo. Vive il mondo a un livello superiore, circondato di donne bellissime (tra cui spicca una Halle Berry mai così sexy) pronte anche a dargli una “mano” durante i colloqui di lavoro… Di riferimento gli effetti speciali (per il 2001 la scena iniziale dell’esplosione con le biglie e tutto era davvero state of the art) per un action movie che si lascia vedere, meglio se chiudendo un occhio – or both of them – sull’imbarazante scena dell’hacker al lavoro (chissà perchè, poi, nei film gli hacker non usano mai il mouse).

The Shawshank Redemption (1994)

Il praticamente sconosciuto Frank Darabont porta sullo schermo il racconto breve di Stephen King Rita Hayworth and Shawshank Redemption, e subito siamo dalle parti del capolavoro. Darabont infatti butta lì un film incredibile, dove tutto gira alla perfezione e dove sono tutti talmente bravi da far quasi sembrare normali le superlative prove di Freeman e Robbins, che in 142 minuti dipingono un’amicizia, due vite, una storia. Un inno alla speranza nel senso più nobile del termine, ai sogni e alla libertà. Un film da rivedere ogni tanto per riappacificarsi con Hollywood.

The Sum of All Fears (2002)

Sono pochi i film in cui vedi i cattivi fare un piano diabolico e poi riuscire a portarlo a termine. Di solito arriva l’eroe e ferma il timer a 2 secondi. Qui no: i cattivi ce la fanno e la bomba esplode. A parte questa sorpresona, per il resto si tratta del solito, normalissimo, caciarone action movie – stranamente spruzzato di politica – con il mentone inespressivo di Affleck ma anche un grandissimo Morgan Freeman.

Star Trek (2009)

JJ è un grande. Forse un furbacchione, ma un grande. E la botta di ormoni pompata in questo Star Trek lo dimostra. Dalle tutine e i fondali di cartone degli anni ’60 (meravigliosamente teatrali, nella loro ingenuità) a questo scifi-action il passo riesce a sembrare sorprendentemente breve, pur in realtà non essendolo affatto. Il progetto non solo tiene ma esalta, lo script racconta finalmente della nascita di quell’amicizia. E di fronte a tanto splendore, chiudi magnanimamente un occhio su un casting che, ad esclusione di Zachary Quinto e a cominciare da Chris Pine, sembra troppo teenie per essere vero.

Shutter Island (2010)

Dopo qualche delusione – almeno per me – Scorsese torna a farmi godere. Shutter è un film bello e contorto, che mentre lo guardi, a tratti, puoi anche pensare che palle. Ma poi lavora sottopelle, e all’alba del giorno dopo ha il retrogusto del quasi capolavoro. Se a metà del secondo tempo hai la sensazione di impazzire… e se durante i titoli di coda sei li con la faccia da branzino, cercando di capire chi, come, cosa, quando… beh… bentornato, Martin.

Signs (2002)

Un film che ho riscoperto in DVD, dopo una visione cinematografica che mi aveva lasciato indifferente. L’ho riscoperto tra l’emozione di un sentimento e quella di una regia bellissima, come quella gambetta di alieno nel grano. Un’invasione strana, minuscola, perchè quei segni rappresentavano davvero le coordinate per l’attacco: “It’s called probing. It’s a military procedure. You send in a reconnaissance group, very small… to check things out. Not to engage, but to evaluate the situation… evaluate the level of danger. Make sure things are all clear.” “Clear for what?” “For the rest of them.” Minchia…