Sacco e Vanzetti (1971)

Un film documento, che Giuliano Montaldo gira con piglio asciutto, a tratti anche troppo, e che infatti decolla solo nella seconda parte, dopo un avvio stentato e confusionario, in cui devi proprio aver voglia di vederlo per resistere. Forse un po’ debole la sceneggiatura, o forse un montaggio non proprio indovinato, ma per fortuna il tempo scorre e scollini. E quella seconda metà, il racconto del processo, delle magagne, delle manifestazioni di piazza, vale tutto il film. Quando Gian Maria Volontè (Vanzetti) e Riccardo Cucciolla (Sacco) salgono in cattedra, finalmente protagonisti, il film svolta e ti colpisce alla bocca dello stomaco come un pugno. Al di là del valore cinematografico, quest’opera ha un valore storico assoluto, e denuncia un malcostume culturale che dal 1920 ad oggi sembra davvero essere cambiato molto poco, nella ricerca di una condanna politica – per un reato mai commesso – atta ad educare chi si ribella all’establishment (hai presente wikileaks?). Assolutamente da urlo l’arringa di autodifesa di Volontè, subito prima della condanna. E subito dopo, in modo diametralmente opposto, altrettanto memorabile il ‘no’ di Sacco (guardate il film e capirete). Insomma, un film da vedere, e su cui riflettere, cullati dalla musica del solito, enorme Ennio Morricone.

Bart Vanzetti: Sono così convinto di essere nel giusto, che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, ed io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le cose che ho fatto.

Splice (2009)

Splice è un film che al contempo attrae e lascia perplessi. Da una parte c’è sicuramente del buono: Vincenzo Natali, lo stesso che nel 1997 ci aveva regalato l’enigmatico Cube, lo scrive e lo dirige con coraggio, e può finalmente contare su un budget decente. I due protagonisti Adrien BrodySarah Polley (anche discretamente gnocca) sono cool e ben selezionati. La fotografia di Tetsuo Nagata è meravigliosamente ultra-patinata e sprizza tech-noirness da tutti i pori. La co-protagonista Delphine Chanéac, bellissima modella e DJ franco-canadese, è anche lei super-cool e perfetta per la parte (oltretutto pare che per prepararsi alle atmosfere del film abbia fatto una full immersion nella musica dei Cure, per cui le mettiamo un bel + sul registro). Il tema dello sconfinamento della sperimentazione genetica che Splice affronta è quantomai attuale oltre che interessante. Fin qui insomma tutto bene. Peccato che però poi tutte queste bellissime premesse finiscano per incanalarsi, via via sempre di più durante lo svilupparsi dell’azione, nelle guidelines del più classico creature movie – non dico alla Frankenstein ma quasi – che porteranno ad un finale (che non vi svelo) ampiamente prevedibile, in qualche modo annunciato, sicuramente deludente. Alla fine Splice è un’occasione colta a metà, un film capace di unire coraggio e innovazione all’incapacità di portare tutto questo fino alle estreme conseguenze, implodendo verso un finale trito e ritrito che lascia intravvedere dietro l’angolo uno Splice 2 di cui, sinceramente, non si sente il bisogno.

Salt (2010)

Angelina Jolie torna a vestire i panni della spia, ma questa volta lo fa senza nessun tipo di venatura comedy. Salt è lo spy-thriller che rappresenta tutto quello che Mr. and Mrs. Smith non poteva essere: cupo, cazzuto e con un sacco di morti. E anche se comunque rimaniamo abbondantemente dalle parti dell’inverosimile, questo film si prende molto sul serio, senza nascondere l’intenzione di lanciare il filone della superspia alla Jason Bourne, ma con in più tette, culo e i labbroni della Jolie. Angelina ci sta alla grande (e pensare che il film era stato pensato per Tom Cruise!) e alla fine è lei l’unica superfiga in grado di reggere il confronto con Milla Jovovich per una parte del genere. La storia lascia il tempo che trova, pescando quà e là nel cinema spionistico del passato – uno fra tutti, il mitico Telefon (1977) di un certo Don Siegel – ma è ben scritta, ha un bel passo coinvolgente e anche un discreto colpetto di scena finale, che non guasta. Phillip Noyce non ci fa ululare di godimento, ma almeno non cede alla tentazione della solita, confusionaria regia videoclippara in cui non si capisce nulla, regalandoci invece un bel film ritmato e senza fiatone. Ottima presenza di Liev Schreiber, credibile co-protagonista maschile, nei panni dell’agente CIA. E, naturalmente, il finale aperto verso la prossima avventura. Noyce ha dichiarato: “Hopefully within a couple of years, we’ll have another one. Angelina’s so great in this part. When audiences see the movie they’re going to feel like it’s only just the beginning.” Insomma, aspettiamoci da Salt almeno una trilogia. Il che, con quello che c’è in giro, non è necessariamente una cattiva notizia.

Vassily Orlov: The name of the agent is Evelyn Salt.
Evelyn Salt: My name is Evelyn Salt.
Vassily Orlov: Then you are a Russian spy.

The Sting (1973)

Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior art direction, migliori costumi, miglior montaggio, miglior colonna sonora. Sette Oscar. Ecco il classico film che quando lo guardi non puoi che entrare in modalità anziano del villaggio e pensare: eh, film così non ne fanno più! Già, pare abbiano buttato via lo stampo. La sceneggiatura brillantissima, a prova di bomba, firmata David S. Ward. La regia perfetta dell’enorme George Roy Hill. La soundtrack indimenticabile di Marvin Hamlisch. E poi loro, la coppia di attori che rende questo film speciale, Paul NewmanRobert Redford al culmine del carisma, belli, simpatici e maledetti. E con loro, in determinanti ruoli di supporto, il merlo Robert Shaw e l’agente dell’FBI corrotto Charles Durning. Che dire? Minchia! Cos’altro, se non minchia? Capolavoro di sempre e per sempre, un film esaltante, capace di ridarti il buonumore anche alla fine di una giornata da dimenticare, 129 minuti che volano, in un crescendo di godimento cinematografico di cui ho difficoltà a citare paragoni. Uscito il giorno di natale del 1973, La Stangata fu vero dono all’umanità, capace di incassare 160 milioni di dolla solo quell’anno. Un film da rivedere in loop, e comunque una volta l’anno. Scuola del cinema, arte, olimpo, capolavoro. Se non l’avete visto, correte a comprare il DVD, ora!

Doyle Lonnegan: What was I supposed to do – call him for cheating better than me, in front of the others?

Silent Hill (2006)

Benvenuti a Silent Hill, la cittadina double face nata sulla Playstation (quella vera, di una volta, quella specie di mattonella grigia e plasticosa, miracolo un po’ sgangherato della Sony, ve la ricordate?) e poi diventata grande e finalmente maggiorenne sbocciando in un film angosciante, fatiscente, decadente, claustrofobico diretto (bene) dal francese Christophe Gans. Playstation, dicevamo, e l’approccio da videogame si ritrova tutto nello script di Roger Avary: cammina nella nebbia, cerca la bambina, entra nella stanza, percorri il corridioio, trova la chiave, apri la porta, accendi la torcia, trova la pistola, cerca le munizioni, uccidi il mostro. arriva al boss di fine livello. Poca o niente trama insomma – che visti certi altri film non è necessariamente un male – ma una tonnellata di atmosfere sapientemente cupe e opprimenti, musicate di conseguenza, con una fotografia da urlo e una produzione ai massimi livelli che ha anche la lungimiranza di scritturare la mitica Radha Mitchell nel ruolo della protagonista, affiancandole la grande Alice “Borg Queen” Krige nel ruolo della superbaddie maledetta. Insomma, spettacolone perfetto per quello che è, un adattamento da videogame realizzato alla stragrande, costato 50 e capace di incassare 100 milioni di dolla, e finale spalancato che prepara un sequel che si mormora arriverà nel 2011.

Somewhere (2010)

L’ultima fatica di Sofia Coppola inizia con una novità sorprendente che non fa però parte del film: è infatti distribuito in Italia (da venerdì scorso) prima che nel resto del mondo. Come dire: per una volta gli americani siamo noi. Per il resto Sofia riprende i tempi dilatatati che avevamo imparato a conoscere in Lost in Translation, questa volta applicandoli alla vita di un attore hollywoodiano (interpretato da Stephen Dorff provando a fare il verso alle facce attonite di Bill Murray, ma ne deve mangiare ancora di semolino). Il poveretto è ricco sfondato e passa le sue giornate a zonzo in Ferrari, vive in albergo a L.A., passa da un party all’altro e ha talmente tanta gnocca che si addormenta tra le cosce di una bionda. Il suo lavoro consiste solo nel seguire le istruzioni dell’efficente segretaria e correre quà e là a fare interviste e foto. Credo che il messaggio voglia essere che la vita della star è uno schifo, ma non attacca. E’ questo il vero limite di questo film, perchè quando ti alzi dal cinema una vocina dentro di te ti dice che tu comunque, a fare quella vita lì, ci staresti dentro alla grande. Alla fine Dorff dovrà prendersi cura della figlia (Elle Fanning, sorellina di Dakota) e questo gli farà in qualche modo cambiare prospettiva e capire la pochezza del suo esistere. Il che in fondo è anche un filino banale, no? Insomma, Somewhere è un film tutto sommato gradevole, ma che alla fine non aggiunge nulla, e il cui messaggio è talmente assurdo – e in quanto lanciato dall’interno di Hollywood anche ipocrita – da diventare una bella presa per il culo. Tipo: continuate a tirare il carretto, che tanto fare la star qui in California è un vero schifo. Vedete voi.

Saving Grace (2000)

Guardo questo film per caso, beccato involontariamente su sky durante un sonnacchioso e piovoso pomeriggio in montagna. Memore del clamore generato a suo tempo per tutta la questione erba, non so bene cosa aspettarmi, ma spero in una vivace pellicola brit, magari dalle parti di Guy Ritchie. Magari! Aimé L’Erba di Grace si rivela una prevedibile simil soap, che perde subito il treno dell’originalità e implode in una commediola sgangherata e irrisolta che prova a scherzare con temi seri in modo piuttosto grossolano, e che alla fine non cade bene né di quà né di là. Pur tra qualche inevitabile sorriso, in particolare grazie alla prova e al musino simpatico della protagonista Brenda Blethyn, la pellicola di Nigel Cole non è né ben girata né ben scritta, i personaggi sono tagliati con l’accetta e la trama superficiale e qualunquista. Decisamente un’occasione mancata per un film che, se non ricordo male, ambiva tra l’altro a dimostrare che esiste un modo diverso di fare commedia su temi delicati. A Nigel Cole direi ritenta, sari più fortunato.