Un Genio, due Compari e un Pollo (1975)

Luci e ombre: ambientazioni, fotografia e look and feel generale sono quasi (ma quasi) ai livelli dei migliori western. Non dico Leoniani, che sarebbe un filino troppo, ma chiaramente l’ispirazione è quella. I paesaggi dell’inconfondibile deserto rosso dello Utah danno a questo film un’allure visiva che altri prodotti nazionali, magari girati in val Brembana, si potevano sognare. La colonna sonora dell’inossidabile Ennio Morricone sembra fatta con la mano sinistra, ma il tocco del Maestro è sufficente a staccare il sound di questo film da quello di prodotti concorrenti. E poi tanto c’è Trinità, anzi, soprattutto Nessuno, in quello che di fatto è quasi un sequel di My Name is Nobody. Terence Hill, nella parte di Joe Thanks, è addirittura vestito esattamente come il Nessuno di Valerii. Ma alla fine questa non è che l’ennesima riprova del fatto che questo filmetto non aveva nessuna intenzione di essere originale. Non più di tanto almento. Siamo dalle parti della commedia, giusto per parlare di ombre, ma una commedia che in fondo non fa mai davvero ridere, limitandosi a sciogliere in una vasca d’acido quel che rimane di un genere già trasformato da Leone, ridicolizzato da Barboni e poi ucciso dai vari sfruttatori che seguirono. E nell’ampia galleria delle occasioni mancate, dopo un inizio promettente, voglio mettere il duello iniziale tra Hill e Klaus Kinski, nella solita parte da cattivo, che avrebbe meritato un trattamento – questo si – molto più leoniano e che invece viene buttato in vacca, ridicolizzato e depotenziato, nel solco della definitiva distruzione del mito. In definitiva, guardabile per gli amanti del genere, ma complessivamente un film inutile.

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Unforgiven (1992)

131 minuti di meraviglioso omaggio a Sergio Leone e Don Siegel firmati Clint Eastwood. Ma anche un grandissimo omaggio, quasi disperato, alla leggenda del west americano e di tutto il cinema western, ai suoi tempi dilatati, ai paesaggi mozzafiato e ai suoi personaggi di poche parole, unici e maledetti. Killer che, come i film di Leone, invecchiano ma sono sempre pronti a tornare e dare la zampata mortale. Il commovente e spietato personaggio di Eastwood William Munny in fondo non è altri che The Man With No Name trent’anni dopo. E così come l’Eastwood regista decide di forzare un ritorno al genere western nel 1992, Munny sarà costretto dagli eventi a riprendere in mano bottiglia e pistola. The Man With No Name is back, insomma, per una delle più intense, violente e commoventi vendette della storia del genere. E che ritorno! Quattro oscar: miglior film, miglior attore non protagonista (un immenso Gene Hackman) miglior regia e miglior montaggio, e quinta statuetta per miglior attore a Clint mancata di un soffio, ceduta solo di fronte all’inarrivabile prova di un certo Al Pacino per Scent of a Woman. Girato in inverno nelle meravigliose praterie tra Wyoming e Kansas, Gli Spietati è il film che conclude il ciclo iniziato nel 1962 da Per Un Pugno di Dollari, ricongiungendo l’approccio spaghetti western a quello più canonico del western americano in un opera definitiva. E se la colonna sonora – unica leggera pecca, piuttosto impersonale – fosse stata affidata a Ennio Morricone, 5 stelle non sarebbero bastate. Capolavoro assoluto da correre a vedere ad ogni costo.

Little Bill Daggett: You’d be William Munny out of Missouri. Killer of women and children.
Will Munny: That’s right. I’ve killed women and children. I’ve killed just about everything that walks or crawled at one time or another. And I’m here to kill you, Little Bill, for what you did to Ned.

The Usual Suspects (1995)

Ecco il capolavoro di Bryan Singer, oscar per la miglior sceneggiatura (Christopher McQuarrie) e miglior attore non protagonista (Kevin Spacey) per un film che personalmente conservo in cassaforte. Regia e montaggio mozzano il fiato, e il cast ti fa ululare di gioia. Insieme Spacey, ti ritrovi gente tipo Gabriel ByrneChazz PalminteriStephen BaldwinKevin PollakBenicio del Toro, perfetti nei rispettivi ruoli. Ma alla fine il vero mattatore del film resta il diabolico, invincibile e onnipotente superbaddie Keyser Söze. Un personaggio capace con un solo film di entrare di diritto tra i grandi miti della storia del cinema, un super cattivo intorno a cui ruota tutta la storia. Memorabili poi la line-up iniziale (hand me the key you fucking cocksucker), tutto l’interrogatorio di Spacey, la faccia di Palminteri quando rimette insieme i cocci, la costante sensazione di non sapere cosa è vero e cosa è finzione, la certezza che Keyser Söze stia mettendo in qualche modo nel sacco anche noi spettatori. Un capolavoro prodotto e fotografato ai massimi livelli, con un look-and-feel unico, sorprendentemente nato da un budget da B-movie (6 milioni di dolla) ma che malgrado questo – o forse proprio per questo – rappresenta la quintessenza del cinema. Un film talmente squisitamente contorto da farti venire voglia – o quasi avere bisogno – di rivederlo almeno una seconda volta per coglierne passaggi e sfumature che alla prima visione sono troppo sottili, imprevedibili o inaspettati. Storia del cinema.

Who is Keyser Soze? He is supposed to be Turkish. Some say his father was German. Nobody believed he was real. Nobody ever saw him or knew anybody that ever worked directly for him, but to hear Kobayashi tell it, anybody could have worked for Soze. You never knew. That was his power. The greatest trick the Devil ever pulled was convincing the world he didn’t exist. And like that, poof. He’s gone.

U-571 (2000)

Un submariner movie come se ne facevano una volta, più ficino a The Enemy Below che non a Crimson Tide, in cui tutto è stato splendidamente ricostruito. Al timone c’è Jonathan Mostow, che ci illude di essere uno dei possibili nuovi reucci dell’action movie (ma solo per poco: non tarderà a deluderci con il terribile Terminator 3) e dirige con energia. Tra vari belloni tipicamente hollywoodiani alla Matthew McConaughey, da segnalare invece la presenza di un Harvey “The Wolf” Keitel sempre grandissimo. Ora della fine, tra siluri e affondamenti, U-571 paga un po’ di prevedibilità, ma è più colpa di tutti i sub-movie che lo hanno preceduto che non una carenza di questo film, che scorre comunque gradevole malgrado qualche effettaccio decisamente troppo cheesy perfino per una produzione De Laurentiis. Pazzesca e coinvolgente, in compenso, la traccia audio: cazzutissima la codifica DTS che, soprattutto mentre sei sotto l’attacco delle cariche di profondità, rischia di affondarti anche il divano.

Up in the Air (2009)

Fotografia agro-dolce della crisi economica mondiale. L’America non è più la terra promessa, ma un mondo in cui aziende ingaggiano altre aziende per licenziare i propri dipendenti. Un mondo in cui un uomo ha come unico obiettivo quello di stare meno tempo possibile a casa per raggiungere il milione di miglia sulla carta fedeltà della compagnia aerea. Un film perfetto e misurato, che un sempre più grande Jason Reitman dirige con gusto e sensibilità. Clooney è bravissimo e credibile, protagonista di un altro passo sulla durissima salita per togliersi di dosso quella patina di tronista hollywoodiano. Vera FarmigaAnna Kendrick completano il cast eccellente di un film che sotto l’apparente semplicità nasconde una regia super tecnica e una sceneggiatura a prova di bomba. Da non perdere, con i kleenex a portata di mano sul divano.

Ultraviolet (2006)

Una meraviglia visiva, soprattutto in bluray, per due motivi. Uno sono le scenografie, la post-produzione, i colori. L’altro è una Milla Jovovich veramente dell’altro mondo, supercool e superfiga nel ruolo della mutante ribelle. Il film – dichiaratamente un fumetto, per cui l’asticella della sospensione dell’incredulità dev’essere alzata a fondo scala – procede tra momenti geniali e cadute di tono super-cheesy. Alla fine comunque bello fresco, ottimo per passare un paio d’ore colorate di adrenalina.

The Untouchables (1987)

De Palma fissa l’asticella al punto più alto del gangster movie, e si becca anche un bel + sul registro per la ricostruzione dell’atmosfera della Chicago proibizionista. Il cast è da urlo, tra CostnerConneryGarcia (i buoni) non sai più a chi dare i resti, ma è De Niro (il cattivo) che ancora una volta svetta e si distingue per la perfezione con cui entra nel personaggio, regalandoci il miglior Al Capone di tutti i tempi. Ormai storia del cinema la sua battuta you’re nothing but a lot of talk and a badge. Epocale.