Vallanzasca – Gli Angeli del Male (2010)

Mi ci avvicino con circospezione, e con tutto il carico di preconcetti/pregiudizi più o meno giustificati che Michele Placido e l’idea di una produzione italiana si sono creati, almeno presso di me, nel tempo. Erano giorni, settimane, che lo vedevo farmi l’occhiolino dai vari scaffali di DVD. Ma io niente, resistevo. Finchè una sera cedo e non mi sembra vero: questo è un film italiano??? Directed by Michele Placido?!? Ha davvero dell’incredibile. Ritmo, fotografia (Arnaldo Catinari), regia, soundtrack (dei Negramaro, mica cazzi), montaggio, costumi. Una roba da urlo, ma da urlo vero. Tu sei negli anni ’70, nella Milano degli anni ’70. Meraviglioso. E una sceneggiatura – liberamente tratta dall’autobiografia – che ti racconta questa storia che, se proprio vogliamo, ha l’unico difetto che alla fine tifi Renato. Lui, un’incredibile Kim Rossi Stuart, uno che se me lo nominavi 10 anni fa avevo le convulsioni, grandissimo, enorme, perfetto. Insomma da correre a vedere, da comprare o scaricare. Tante perle di saggezza, tanti momenti epocali (Quanti anni hai – 20 anni – Hai fatto 13 ragazzino, sono Renato Vallanzasca), e sullo sfondo la “mala” quasi romantica di una volta, quella col codice d’onore, che alla peggio rapina il furgone o gestisce la bisca. Tanto tempo fa, prima che tutto andasse in vacca. Insomma, Directed By is back, con un film a 5 stelle. Italiano. Che altro dire? What the fuck!

Renato Vallanzasca: Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato…

Vertigo (1958)

Già il titolo è di per sé un capolavoro, come al solito pateticamente storpiato in Italia come La Donna Che Visse Due Volte, a dimostrazione che i distributori (anche quelli dell’epoca!) non ci avevano capito nulla. Vertigo è uno dei film che definiscono Hitchcock e il suo cinema. Quasi un distillato, un’essenza, un bigino dell’approccio del regista. E ovviamente la chiave di volta è la patologia di Scotty (il solito super-chic e grandissimo James Stewart) e non la presunta doppia vita della bionda Madeleine/Judy (una Kim Novak davvero mozzafiato). E’ intorno a Scotty che tutto gira, e senza di lui il piano non avrebbe senso né alcuna possibilità di riuscita. Meravigliosamente girato il location a San Francisco e dintorni, con quei colori e quel look-and-feel così anni’60, così hitchcockiani, con quelle macchine, quegli abiti (ma quanto erano sexy le donne in quegli anni? E quanto è irresistibile Kim Novak in versione Madeleine?). Alfredone se la gioca alla grande con inquadrature, angoli di ripresa, musiche: tutto a costruire un senso di ansia, rappresentata perfettamente dalla vertigine di Scotty e sempre raccontata sul filo del malinteso e del doppio. E come sempre porta in scena il delitto (quasi) perfetto che, malgrado qualche – vista oggi – ingenuità narrativa, potrebbe farla franca se non ci si mettesse di mezzo il destino di un incontro casuale. Adoro non aver saputo fin quasi alla fine chi fosse il cattivo, ma soprattutto adoro il coraggio di un unhappy-end devastante, capace di togliere ogni speranza e di rispedirci tutti, insieme a Scotty, in manicomio.

Madeleine: Only one is a wanderer; two together are always going somewhere.

Vincere! (2009)

Marco Bellocchio si siede dietro la macchina da presa e sforna un film che non ha nulla di italiano. Mi riferisco, ovviamente, ai valori produttivi e a un look-and-feel decisamente – e sorprendentemente – di respiro internazionale. Viene da dire, finalmente! Tutto italiano invece, e della peggior specie, il racconto, superbamente sceneggiato dallo stesso Bellocchio, di uno dei capitoli più oscuri della storia del duce. Oscuro non solo in quanto vergognoso, ma anche e soprattutto in quanto eloquente riflesso privato dell’uomo pubblico che getterà l’Italia nel baratro della Seconda Guerra Mondiale. Prova provata, casomai ce ne fosse bisogno, che l’uomo era quello che era, tanto capace di segregare il suo primogenito e la madre in manicomio, quanto di segregare e quindi distruggere la sua Italia fascista. Immensa e bellissima Giovanna Mezzogiorno nella parte di Ida Dalser, così come grandissimo si rivela Filippo Timi, meravigliosamente credibile sia nei panni di Mussolini che in quelli del figlio Benito Albino una volta adulto. Vincere! ha mancato per un soffio il premio di miglior film ai David di Donatello 2010, andato invece a L’uomo che Verrà. E questo senza dubbio testimonia la qualità di questo film, fotografato alla grande da Daniele Ciprì, che ci farà fare bella figura col mondo, se non per la storia che racconta, almeno per la qualità assoluta con cui la porta sullo schermo. Da vedere.

Questo non è il tempo di gridare la verità. È il tempo di tacere, di recitare una parte.

Valkyrie (2008)

Il solito sospetto Bryan Singer dirige questa minuziosa ricostruzione del famoso attentato a Hitler. Grazie ad una fase di preparazione quasi maniacale, il film ricostruisce una timeline realistica e storicamente rilevante, basandosi sui documenti e rapporti di polizia dell’epoca ritrovati negli archivi della Gestapo alla fine della guerra. Ne esce un thriller storico di grande spessore, una super-produzione in cui ogni inquadratura trasuda megabudget: centinaia le comparse, decine le ricostruzioni di location – sempre molto efficaci – ed un cast davvero di livello, capace di ricreare alla perfezione le sfumature dei vari personaggi coinvolti nella cospirazione. Perfino Tom Cruise, ben calato nella parte, ci regala un perfetto Claus von Stauffenberg, alla guida di un complotto ben orchestrato, con una sceneggiatura bella ritmata e avvincente, capace di tenerti incollato al divano per tutti i suoi 120 minuti. Alla fine però il look and feel di Valkyrie resta troppo vicino al solito blockbuster hollywoodiano super-patinato: Berlino e le altre location sembrano sempre appena passate con lo spic’n’span, ed è praticamente impossibile togliersi di dosso la sensazione di guardare qualcosa più vicino a Indiana Jones che a un documento storico, quale questo film potrebbe aspirare ad essere. Con qualche granello di polvere in più, sarebbe stato immensamente più credibile e probabilmente più degno di essere ricordato. In ogni caso un ottimo prodotto, che vale la pena di vedere. Controllando che sotto il divano non ci sia una valigetta di cuoio.

Vanity Fair (2004)

Dell’affresco capolavoro scritto da William Makepeace Thackeray qui resta poco più dei nomi dei personaggi. Difficilmente del resto un film può catturare un’opera così sfaccettata, anche se qui forse si eccede un pelo nel semplificare. Quello che manca è l’anima, soprattuto di Becky. Alla fine del libro te ne sei innamorato. Qui – malgrado la bellezza intrigante di Reese Whiterspoon – l’hai già dimenticata ai titoli di coda.