Who Framed Roger Rabbit (1988)

Inventore di fatto della tecnica mista che permise ai toons di recitare con gli umani, questo è il film che raccorda i due mondi, e finalmente sdogana il disegno animato, fino a cinque minuti prima relegato nelle nursery e considerato childish e poco interessante. Who Framed Roger Rabbit è un bellissimo noir, contiene un giallo vero, e mescola sapientemente moltissimi ingredienti, e perfino quel pizzico di peperoncino sexy di cui è totalmente permeata Jessica Rabbit (che nell’originale aveva la voce dell’allora altrettanto supertopa Kathleen Turner). Bob Hoskins è meraviglioso nei panni dell’iconografico investigatore degli anni ’40, Christopher Lloyd è sontuoso nel ruolo dell’ibrido superbaddie, ma sopra a tutti c’è ovviamente lui, il coniglio Roger, che per quanto caciarone al limite del fastidio, riesce ad essere naturalmente protagonista del film. Sceneggiatura a prova di bomba, idee e strizzate d’occhio ad ogni fotogramma (trovo meravigliosa l’idea di Toontown, il quartiere dove vivono i cartoni che lavorano come attori ad Hollywood!) e poi soprattutto l’incontro/scontro di tutti i personaggi Warner, Disney, ecc., reso memorabile ed esilarante dalla presunta frase politically scorrect che a quanto pare Donald Duck dice a Daffy Duck (“you goddamn stubborn nigger”). Insomma, un tripudio di cinema, animazione, citazioni e fantasia. Da riscoprire per chi lo ha visto vent’anni fa, da correre a vedere in bluray per chi se l’era perso.

West and Soda (1965)

Nel 1965, mentre io ero impegnato a nascere, Bruno Bozzetto già produceva lungometraggi animati. E lo faceva con uno stile unico. Quarant’anni prima della Pixar, un italiano, in Italia, produceva un cartoon western! Di più: un cartoon spaghetti western. Già, perchè, che Bozzetto lo ammetta o meno, questo film risente pesantemente del fatto che qualcuno nel 1962 avesse girato un certo Per Un Pugno di Dollari, e quasti tutti i fotogrammi di questo capolavoro d’animazione grondano letteralmente di citazioni del Maestro, dalle location desertiche – tipiche del western italiano e praticamente assenti nel western USA – al “triello” finale, da certe inquadrature (la scena del duello ripresa dallo sperone) alla caratterizzazione dei personaggi, di chiara ispirazione leoniana – lo “smilzo” sembra arrivare dritto dritto da una sceneggiatura di Sergione, e lo ritroveremo identico ne Il Mio Nome è Nessuno. Film a tratti geniale, perfetto esempio di creatività nostrana, precursore di tutti i moderni film di animazione nella capacità di rivolgersi tanto al pubblico adulto quanto ai ragazzini. Godibile e imperdibile, non solo per chi ama il genere (western o cartoon, fate voi) a patto di avvicinarvisi a mente aperta e senza preclusioni verso un prodotto ovviamente e inevitabilmente lontano mille miglia – e 40 anni – dalle meraviglie dell’animazione digitale.

“Capo, gli indiani sono passati, e si sono portati via Esmeralda”.
“Bene. Hanno avuto quello che meritavano”.

Whatever Works (2009)

Un film che Woody Allen nega essere autobiografico, che racconta un pezzo di vita di Boris, un vecchio genio brontolone (un irresistibilmente antipatico Larry David) in costante lotta col mondo e la sua incommensurabile ignoranza. Boris è l’unico che guarda in macchina e ogni tanto parla anche con noi spettatori, commentando quello che accade. E’ l’unico che vede the whole picture: vantaggi – come lui stesso dice – dell’essere un genio. Il film è strano. La storia è tutto sommato banale, e si può riassumere nella scoperta, da parte di Boris e di altri personaggi del film, del senso della vita e dell’amore. Il tutto scatenato dall’irruzione a NY della bella e brava Evan Rachel Wood che darà il via all’effetto domino. Woody Allen è un regista che non concede seconde chance, e per ogni scena vale, salvo enormi problemi, la legge del buona la prima. Questo rende il film a tratti quasi più vicino al teatro, e anche se alla fine il prodotto può sembrare meno sofisticato, ha dalla sua quell’aura di imperfezione lo rende forse più vero. Gli attori sono bravi e la morale alla fine forse è quella giusta?

Boris: That’s why I can’t say enough times, whatever love you can get and give, whatever happiness you can filch or provide, every temporary measure of grace, whatever works…

The Warriors (1979)

Dalle stalle alle stelle, controcorrente, per un film a suo tempo letteralmente distrutto dalla critica – principalmente per episodi di violenta emulazione delle gang che portarono negli US alla morte di tre spettatori fuori dai cinema in cui veniva proiettato – ma col tempo rivalutato e quindi assurto al status di cult movie assoluto (attualmente 16° nella classifica dei cult di Entertainment Weekly). Personalmente trovo luci e ombre: la trama è quello che è, i dialoghi fanno rabbrividire, la morale di fondo è trita e ritrita, le gang – soprattutto viste oggi – sono ridicolmente vicine alla carnevalata. Tuttavia il film mantiene uno strano fascino di fondo – esaltato da una soundtrack perfetta – e la capacità di provare a gettare un raggio di luce su un argomento – le gang appunto – fino a quel momento tabù. Walter Hill lo gira anche benino, riuscendo a mettere su pellicola alcune scene capaci di entrare nell’immaginario collettivo: memorabile l’inizio con le varie riprese della/dalla metropolitana NewYorkese, alcune trovate (tra cui la caratterizzazione di alcune gang: ammetto di essere fan dei Baseball Furies a gang who always wears baseball uniforms with uniquely painted faces and carries baseball bats as weapons, da wikipedia). Ma alla fine il tutto è veramente troppo cheesy; d’accordo gli anni ’70, ma qui c’è puzza di occasione mancata. Quello che succede non è veramente mai credibile (ma nemmeno per un secondo) vanificando così ogni possibile sbocco sociale della pellicola. Resta una specie di action il cui look-and-feel fa però la spola tra il supercool e lo sfigato. Insomma, se la stroncatura del ’79 è stata un’esagerazione, sicuramente lo è anche il 16° posto tra i cult movie di tutti i tempi. Volendolo vedere – comunque fossi in voi un’occhiata la derei, perchè un po’ cult lo è – meglio la director’s cut in cui Hill è riuscito ad inserire le interessanti scene disegnate a fumetto prima di ogni capitolo, che alla fine danno un tocco un filo più originale e interessante a questa polpettina.

W (2008)

Che Oliver Stone non fose esattamente un repubblicano si sapeva. Che George W. Bush offrisse il fianco a mille critiche anche. Che Stone facesse un film su di lui, mettendone in risalto l’inetta incompetenza, è stato quindi un fenomeno del tutto naturale, come la pioggia dopo l’incontro tra aria fredda e aria calda. Ed ecco che, guidato da Oliverone, un incredibile Josh Brolin interpreta W – la lettera lo contraddistingue dal padre George H.W. Bush, 41° presidente USA – alle prese con l’imprevedibile, incredibile, inarrestabile serie di eventi che lo porteranno da mediocre studente rampollo di famiglia bene Texana a 43° presidente dell’ultima superpotenza. Stone confeziona un film palesemente schierato, gradevole, non so quanto storicamente attendibile. Ne esce il ritratto di un’America in mano a un presidente in cowboy boots e a una cricca di incoscienti guerrafondai, più o meno incompetenti, preoccupati solo di tenere a bada le lobby e di approfittare di ogni spiraglio offerto loro dalla storia. Forse è andata così, o forse no. Non lo sapremo mai. Il film vale comunque la pena e merita di essere visto. Senza prenderlo per oro colato, rappresenta sicuramente un punto di vista – quello di Stone, che proprio pirla non è – su cui comunque riflettere.

Where Eagles Dare (1968)

I film degli anni ’70 sulla seconda guerra mondiale, con supercast e superproduzione, chissà perchè avevano tutti un sapore molto particolare.  Come una specie di denominatore comune che, per chi come me li ha visti da bambino, li rendeva speciali. Qui c’è tutto: il cast, la regia, il dispiegamento di mezzi e di location. Insomma, siamo ai massimi. E il colpone di scena finale con quel po’ di intrigo spy non guastano. Where Eagles Dare è imperdibile, anche oggi che il suo ritmo è diventato irrimediabilmente soporifero.

World Trade Center (2006)

Detto senza nessuna acrimonia, si tratta di un film inguardabile, più che altro utile per ufficializzare il definitivo rincoglionimento di un Oliver Stone sempre meno riconoscibile. Per il resto la faccia da san bernardo di Cage giace insabbiata per ore sotto le macerie, in attesa del solito assurdo happy end che molto tardi arriva, tra marines esaltati e mogli in lacrime, senza aggiungere nulla alla nostra conoscenza di quanto realmente accaduto quell’11 settembre.