Enough Said (2013)

043_UNHP_02148_02153_R.JPGNon so, ma a me James Gandolfini che non fa il mafioso italo-americano già mi lascia perplesso. Ammetto, è un grosso limite, ma tant’è. E poi, confesso, un po’ tutto mi lascia col giudizio sospeso in questo film. 90 minuti, come un B-movie, che però sembrano due ore abbondanti. Il film è lento, non decolla mai, e la presunta commedia degli equivoci è telefonata e non sorprende, nemmeno nel suo lato amaro. Il lato buono è la simpatia degli attori e la loro bravura – anche se la Louis-Dreyfuss la butta un po’ troppo sull’approccio emoticon con eccessi di facce e faccine, e Gandolfini sembra in perenne paresi sorriso dolce-amaro – e qualche momento ti strappa un genuino sorrisetto. Ma alla fine è tutto lì, non succede quasi nulla che non avresti potuto dire dopo i primi cinque minuti. Il voto su IMDB (attualmente 7,1) è francamente inspiegabile, personalmente gli ho dato un 6 politico di simpatia. Morale, se capita puoi anche vederlo e passi una serata tranquilla su un divano finalmente indisturbato, ma probabilmente il giorno dopo, se ti chiedono cos’hai visto ieri, devi concentrarti per ricordartelo.

Eva: Did they just turn the music louder? Albert: No, I think you just got older.

Jobs (2013)

jobs-header-130703Il film comincia con la presentazione dell’iPod nel 2001, e la riproduce diversamente – e decisamente meno sexy – da come andò veramente (for the records, ecco i link alla presentazione reale e alla versione cinematografica). Se tanto mi da tanto, lo stesso parametro si applica a tutto il film: una rilettura, quindi, più che un documento o un’omaggio, che alla fine sembra ridursi alla libera interpretazione di una serie di eventi più o meno interessanti, assemblati in modo non particolarmente consequenziale. Girato male e montato peggio, il film ci presenta una narrazione a salti temporali piuttosto difficile da seguire, regalandoci uno Steve Jobs che non ha nulla del noto carisma del personaggio reale, ma risulta un concentrato degli aspetti più deteriori della sua personalità. Steve Jobs fu unanimemente riconosciuto, nel bene o nel male, come un visionario, mentre purtroppo questo filmetto si preoccupa di più di riprodurre la sua camminata (per altro in modo imbarazzante) che non il succo della sua vision, che invece appare ipersemplificato e ridotto ad una ipertrofica maniacalità per l’ordine e la perfezione formale. Alla fine il film si può anche vedere, ma anche no, a patto che tu sappia davvero chi era Steve Jobs. Se invece non lo sai, questo film è inutile e dannoso, la visione renderà il personaggio insulso e detestabile, ma soprattutto fondamentalmente irrilevante nella storia della consumer electronics. Cosa che, comunque la si pensi, è un’eresia.

Steve Jobs: In your life you only get to do so many things and right now we’ve chosen to do this, so let’s make it great.

Source Code (2011)

source-code-5Un sorprendente sci-fi thriller, che arriva travestito da B-movie in un pomeriggio di quelli un po’ così. Il sapore da B-movie resiste per le prime scene, o forse anche per tutto il film. In fondo parliamo di uno di quei film mono-location così popolari negli ultimi anni, e in questo Source Code non si allontana troppo da altri prodotti analoghi. Qui però c’è la forza di un cast intrigante e una regia sapiente. Gli attori sono capaci di tanto valore aggiunto, e si trovano a lavorare col supporto di uno script potente, emozionante e solido. Il finale fa ancora un testacoda e si trasforma in una favola, con l’happy end che non ti aspetti – non del tutto – e che per una volta non stona affatto, ma anzi. Jake Gyllenhaal è perfetto per la parte, e col suo faccione ci trasmette alla perfezione i momenti e i cambiamenti di prospettiva, e tutti quelli che gli girano intorno sono altrettanto bravi nel ripresentarci di volta in volta la scena da un angolo diverso. Insomma, da vedere, con sorpresa, ricordandoti che dopo 8 minuti il tuo divano comunque esploderà. O forse no.

Dr. Rutledge: Source Code is not time travel. Rather, Source Code is time re-assignment. It gives us access to a parallel reality.

Star Wars (1977, 1980, 1983, 1999, 2002, 2005)

Classical-Wallpaper-Darth-Vader-star-wars-25852934-1920-1080Sei lì con il cofanazzo blu-ray  dell’intera esalogia, in edizione definitiva con bollino di garanzia George Lucas himself, che ti guarda dallo scaffale da mesi e mesi, e alla fine decidi di riguardarli, uno per sera, in una settimana. Anche perché non avevo mai visto bene gli episodi I, II e III e ricordavo vagamente i IV, V e VI. Non entriamo nel merito dei sei film uno per uno, ma buttiamola sull’opera completa. Complessivamente la storia è godibile, anche se è una soap opera che potrebbe tranquillamente durare due ore meno: troppe scene extra-long, troppi riempitivi, troppi dialoghi inutili, pallosissimi filosofeggiamenti e soprattutto troppi combattimenti e duelli a suon di lightsaber, che però sono talmente finti e con poca cattiveria che li prendi meno sul serio delle scazzottate di Terence Hill e Bud Spencer. In generale, meglio, più equlibrati e dinamici, i primi (ultimi) tre episodi. Decisamente più legnosi e con sbadiglio incorporato gli ultimi (primi) tre, malgrado siano in realtà quelli veri, e malgrado i nuovi effetti speciali, cazzi e mazzi. Personalmente, due grandi limiti: l’approccio generale pesantemente childish, particolarmente evidente nei più recenti ma comunque una cappa che soffoca l’intera esalogia, e quella pallosissima venatura fantasy: lo Yoda, la forza, i fantasmi dialoganti e tutto il resto. Certo, quintessential Star Wars, però come detto lo sbadiglio è in agguato, e spesso la palpebra cala, anche se poi quando la riapri ti rendi conto che non hai perso nulla perché ti sei assopito durante un combattimento laser di 28 minuti. La parte più bella dei primi (ultimi) episodi è tutta l’evoluzione politica che porta alla nascita dell’Impero e di Darth Vader, che era buono (come sarà alla fine quando Luke gli toglie il cascone nazi) ma dopo essere stato trattato per anni come il ragazzo di bottega da tutti i Jedi, e dopo una chiacchiera di 4 minuti con l’imperatore, si rompre il cazzo e diventa cattivo e, estremamente educativo, massacra a sangue freddo 50 bambini. Così, per presentare il personaggio. L’aspetto macropolitico di fatto scompare nei tre episodi finali, per lasciare spazio alla storia di trentacinque ribelli straccioni che tengono in scacco un impero di inetti, più altre cose più o meno sfilacciate, che trovano comunque poco spazio, soffocate come sono tra discussioni interminabili sull’irresistibilità della parte oscura e quanto invece sia meglio la forza buona, sei mia sorella, sono tuo fratello, quello è papà, e i vari dico/non dico di Yoda coadiuvato da fantasma di Kenobi che dispensa saggezza da Baci Perugina. In definitiva, super-polpettone spaziale carino ma ampiamente sopravvalutato. Vedremo cosa saprà farne J.J. Abrams, fiducioso che un po’ di testosterone possa certamente giovare al benessere della famiglia Skywalker.

Darth Vader: I am your father, Luke! (e tutti noi: really?)

Star Trek – Into Darkness (2013)

st_4J.J. Abrams continua a pompare ormoni dentro alla creatura di Gene Roddenberry, e lo fa con la consueta maestria. Ma anche con il consueto retrogusto di plastica. Into Darkness è un bel filmone action, cazzuto, con una sceneggiatura bella solida. Ma è anche molto poco sci-fi, ancor meno Trek. Vero che ci provano a mettere le battute tra Spock e McCoy ecc, ma la relazione tra i personaggi, quella chimica inimitabile che era lo spirito del vero Star Trek, aimè latita. Che poi questo non sia necessariamente un male è vero, ed è un solido argomento in difesa di questo polpettone spaziale che in fondo ha l’obiettivo commerciale di allargare la base anche ai non fans di vecchia data. E forse proprio per questo il retrogusto è che alla fine a Into Darkness manchi l’anima. Detto questo, il film scivola via bene, reinterpreta la storia di Kahn (terza volta, dopo l’episodio originale Space Seed e The Wrath of Kahn del 1982), e continua a ridefinire il nuovo universo Trek nato dal reboot del 2009. Molto spazio all’effetto speciale e molto poco a tutti quegli elementi techno-babble, altro dettaglio che rendeva Star Trek Star Trek, ma siamo nel 2013, nel bene e nel male anche questo ci sta. Ora inizia la missione quinquennale, e in teoria con essa un filone di film potenzialmente inesauribile. Speriamo non si perdano via come fa Abrams di solito con le sue serie TV. In fondo il cast è anche decoroso, con una leggera preferenza per Quinto/Spock vs. Pine/Kirk, che è simpatico ma che now and then ti fa sentire dentro una vocina che strilla aridatece Shatner. Bottom line, non un film da correre a vedere, ma se hai visto il reboot del 2009, un sequel più che degno, e comunque due ore di entertainment con il divano in trans-warp.

James T. Kirk: The enemy of my enemy is my friend. Spock: An Arabic proverb attributed to a prince who was betrayed and decapitated by his own subjects. James T. Kirk: Well, its still a hell of a quote.

Django Unchained (2012)

django djangoA prima vista potrebbe sembrare un genuino spaghetti western del 1967: tutto, dai colori ai titoli, dalle musiche alle inquadrature, trasuda Leone, Corbucci e tutti gli altri più o meno nobili predecessori. Con Django Unchained Tarantino raggiunge forse il massimo del citazionismo, perché questo film è dichiaratamente, anche se solo in parte, un grande omaggio a quel filone western all’italiana che per certi versi ha rappresentato per anni l’archetipo del b-movie. Dopo Django Unchained, naturalmente, tutti correranno in soccorso del capolavoro dichiarandosi da sempre fan del genere. I fedeli di directedby sapranno che noi lo siamo da sempre, e da prima 😉 Non so se questo sia il film definitivo di Tarantino, o quello più alla Tarantino. Di sicuro si tratta di un’opera meravigliosa, dove si incontrano molte anime, da quella di Sergio Leone fino a quella di Mel Brooks (la scena dei cappucci bianchi con i buchi degli occhi sbagliati potrebbe essere una deleted scene di Blazing Saddles), e anche l’anima del western italiano politico unito al gusto splatter di Dario Argento. E alla fine, mentre Trinità incontra Kunta Kinte, scopri che in realtà non si tratta di un vero “spaghetti”, ma ancora una volta di un revenge movie alla Kill Bill, con dietro tutta la forza di Hollywood, e quindi mezzi, locations, casting e respiro che rendono Django Unchained molto più vicino al western classico americano. Un discorso a parte merita – al solito in un film di Quentin – la colonna sonora, che unisce alla perfezione Morricone al rap più contemporaneo, raggiungendo veramente il massimo nella scena finale, dove inaspettata arriva Trinity e ti aspetti di vedere passare da un momento all’altro il cavallo di Terence Hill con la famosa slitta al traino. Potrei continuare ore a parlare di questo film, perché ogni dettaglio è studiato in maniera maniacale, strizzando l’occhio alla generazione di noi baby-boomer che possiamo ricordare di aver visto al cinema più o meno tutte le pellicole cui Django Unchained fa riferimento. Ma andrei contro le regole di directedby, con un commento davvero troppo lungo. Quindi, in definitiva, trattasi di capolavoro. Corri a vederlo, possibilmente non devastato dal doppiaggio nostrano.

Django (2012): D-J-A-N-G-O… The D is silent. Django (1967): I know

Barefoot in the Park (1967)

Credit: PARAMOUNT PICTURES / AlbumOk, forse, come dice Elizabeta, non è proprio una commedia natalizia. Però quello di Gene Saks è uno di quei film/capolavoro/evergreen che a Natale ci stanno sempre benone, come Young Frankenstein, per capirci. La supertopa Jane Fonda e il papà di Brad Pitt 😉 Robertone Redford sono semplicemente perfetti. Di quella perfezione propria dei giovanissimi – Jane e Robert avevano entrambi 30 anni – coppietta da sogno di Hollywood di fine anni ’60. Un film che potrebbe tranquillamente essere una pièce teatrale, perchè alla fine ci sono tre set e un paio di riprese in esterni. Un film che fa ridere, ancora oggi, ancora dopo che l’hai visto tante volte. Certe scene sono davvero irresistibili, e alla fine anche un film romantico, a modo suo. Non mieloso, non melenso, mai prevedibile. Un film che sicuramente nel 1967 era avanti da morire, e che ancora oggi potrebbe tranquillamente essere contemporaneo, se non ci fossero la pasta della pellicola, i colori e i modelli di auto a denunciane l’età. Da correre a rivedere.

Corie: Paul, I think I’m gonna be a lousy wife. But don’t be angry with me. I love you very much – and I’m very sexy!