Predators (2010)

Predators è il miglior sequel mai realizzato dai tempi del primo grande Predator con Scwharzenegger (e John McTiernan in regia, 1987). Questo non significa che sia un buon film, ma unicamente che, degli altri presunti sequel, Predator 2 era una ciofeca e non voglio sprecare nè tempo nè inchiostro per parlare delle schifezze uscite sotto il titolo di Alien vs. Predator. Dirò di più, questo non è solo il miglior sequel, ma forse è anche l’unico vero sequel. L’unico, in ogni caso, che riesca a catturare e a riproporci le atmosfere del capostipite con un minimo di coerenza narrativa e con lo stesso tono di voce, look-and-feel, ecc. Purtroppo non ci sono altre buone notizie in merito, e la cosa sorprende non poco, dato che vedere Robert Rodriguez tra i produttori poteva creare qualche aspettativa. Un main cast composto da Adrien Brody (che diresti fuori ruolo, ma invece no), Laurence FishburneAlice Braga alzava ulteriormente le aspettative, ma confermo: qui c’è poco e nulla. Inspiegabile, con quello che c’è in giro, la scelta di affidare la regia al ragazzo ungherese Nimród Antal, dato che tutto quello che riesce a fare è un film di mestiere. Non un guizzo, non un’inquadrature fuori clichè, nessun virtuosismo. Niente di niente. E a ruota seguono la sceneggiatura, i dialoghi, la recitazione. Questo è il limite enorme di Predators: ti da solo ed esattamente il minimo sindacale per un film di questo tipo, non un fotogramma in più. E se avessero fatto il concorso “prevedi la trama dopo aver visto i primi 5 minuti” credo che saremmo tutti vincitori. Gli dò una bella stella e tre sbadigli.

Splice (2009)

Splice è un film che al contempo attrae e lascia perplessi. Da una parte c’è sicuramente del buono: Vincenzo Natali, lo stesso che nel 1997 ci aveva regalato l’enigmatico Cube, lo scrive e lo dirige con coraggio, e può finalmente contare su un budget decente. I due protagonisti Adrien BrodySarah Polley (anche discretamente gnocca) sono cool e ben selezionati. La fotografia di Tetsuo Nagata è meravigliosamente ultra-patinata e sprizza tech-noirness da tutti i pori. La co-protagonista Delphine Chanéac, bellissima modella e DJ franco-canadese, è anche lei super-cool e perfetta per la parte (oltretutto pare che per prepararsi alle atmosfere del film abbia fatto una full immersion nella musica dei Cure, per cui le mettiamo un bel + sul registro). Il tema dello sconfinamento della sperimentazione genetica che Splice affronta è quantomai attuale oltre che interessante. Fin qui insomma tutto bene. Peccato che però poi tutte queste bellissime premesse finiscano per incanalarsi, via via sempre di più durante lo svilupparsi dell’azione, nelle guidelines del più classico creature movie – non dico alla Frankenstein ma quasi – che porteranno ad un finale (che non vi svelo) ampiamente prevedibile, in qualche modo annunciato, sicuramente deludente. Alla fine Splice è un’occasione colta a metà, un film capace di unire coraggio e innovazione all’incapacità di portare tutto questo fino alle estreme conseguenze, implodendo verso un finale trito e ritrito che lascia intravvedere dietro l’angolo uno Splice 2 di cui, sinceramente, non si sente il bisogno.