Noah (2014)

noahGiusto per mettere subito in chiaro dove andremo a parare, compro una vocale e modifico il titolo del film: da Noah a Noiah. Un minestrone tremendo, che mescola troppi ingredienti, per altro nemmeno troppo freschi, e viene servito tiepido e senza sale. Il cast è l’unica cosa che si salva, ma fossi in Russell Crowe, Jennifer Connelly e Anthony Hopkins farei causa alla produzione, capace di gettare al vento l’idea tutto sommato intrigante di rappresentare l’avventura (non mi azzarderei a definirla storia) della famosa Arca di Noè. Lo stiracchiato 6,1 che il film racimola su IMDB è piuttosto eloquente, oltre che di manica larghissima, per inquadrare un film più vicino al fantasy dei vari Hobbit che all’epopea biblica che invece dovrebbe rappresentare. Insomma, una ciofeca fatta e finita, in cui la parola God non viene mai pronunciata (pare che The Creator sia molto più chic) e in cui alla fine tutta la storia dell’Arca appare secondaria rispetto alle battaglie digitali (ma basta!), ai mostri/angeli di pietra animati alla bene e meglio e all’impresentabile psicosi di Noah/Crowe. Ma soprattutto al solito trito, ritrito, stucchevole, noioso, dejà-vù, palloso, patetico scontro tra il buono (?) Noah e il superbaddie di turno, che non muore mai. Alla fine sei li sul tuo divano, con sbadigli incorporati (perché oltre tutto sto polpettone dura 138 minuti), che ti sorprendi a pensare “aridatece i polpettoni biblici che ci facevano vedere all’oratorio.” Da dimenticare.

Noah: A great flood is coming. The waters of the heavens will meet the waters of earth. We build a vessel to survive the storm. We build an ark.

The City of Your Final Destination (2009)

In un’altra di quelle occasioni in cui vai a vedere un film senza avere nemmeno la più piccola idea di cosa ti aspetti, mi sono imbattuto in questo film lento e intenso, capace di raccontare la strana storia di un autore (un pessimo Omar Metwally, ma è un attore?) in cerca dell’autorizzazione a scrivere una biografia, in realtà ovvio pretesto di James Ivory per dire la sua su un tema dettaglio dell’esistenza, tipo l’importanza di essere al posto giusto con la persona giusta. Il film è anche piuttosto bello e, malgrado un certo eccesso di verbosità nei dialoghi, riesce a intrigare, unendo la bellezza di certi paesaggi alla percepibile atmosfera di nervoso relax che pervade la location uruguaiana. Anthony Hopkins gigioneggia, grande come al solito, ma è comunque sulla strana bellezza di Charlotte Gainsbourg che il film trova il suo baricentro, perchè intorno a lei gira anche tutto il piano narrativo, a partire dal presunto protagonista Metwally (capace solo dell’espressione da scemo) fino alle storie di tutti gli altri personaggi e alla soluzione della questione biografia. Alla fine, una volta ritrovato il proprio posto nel mondo, vissero tutti felici e contenti, che poi è il vero messaggio di Ivory. Tratto dal romanzo di Peter Cameron, se vi capita questo può essere un film per una serata di riflessione e sentimento.

Caroline: But living here? You wouldn’t rather be somewhere else, New York, London?
Adam: No.
Caroline: Why not?
Adam: Because you have to care about – or at least pretend to care about everything: politics, fashion, culture. It’s just exhausting.