The Pink Panther (1963, 1964, 1975, 1976, 1978)

Quando nel 1963 Blake Edwards decide di girare un film brillante su un glamour thief, affidando il ruolo al grande David Niven, probabilmente non si rende conto di essere sull’orlo della creazione di un mito. Non grazie a Niven, ovviamente, che aveva già dato, ma a quel giovane Peter Sellers che, nei panni dell’imbranato ispettore Clouseau – personaggio secondario nel primo Pink Panther – rappresenterà la venatura comica del film, rivelandosi la vera intuizione destinata negli anni a seguire a ritagliarsi una enorme fetta di notorietà. E con lui, l’incredibile sigla di testa il cui cartoon – disegnato da Hawley Pratt e animato dalla DePatie-Freleng Enterprises – diventerà un meraviglioso spin-off destinato a vivere di vita propria, grazie anche alla superba musica di un ispiratissimo Henry Mancini. Insomma, a quanto pare nel 1963 su questo film ci furono una bella serie di convergenze positive, capaci tutte di sfociare nel mito assoluto. Da qui in poi le parole Pantera Rosa diventeranno sinonimo di comicità profonda e intelligente, alimentata dall’energia inarrestabile del grande Sellers e dall’arguta capacità di dirigere del veterano Edwards. Impossibile citarli uno per uno, ma tutti i film della serie – mi riferisco agli originali con Peter Sellers e non certo alle ciofeche di Benigni e Steve Martin – fanno categoria a parte, rappresentando un punto di riferimento cui è pressochè impossibile trovare detrattori. E come per Young Frankenstein, anche qui i film si rivedono decine di volte, e quando questo succede scatta la gara a chi ripete un secondo prima la battuta che arriverà. Il vecchio trucco della simil-porta, l’imboscata frigorifera di Kato, i costumi da Quasimodo, l’eterna lotta con Dreyfuss, le grossolane mosse di karate, l’impermeabile, il cappello spiovente, quei baffi. Peter Sellers costruisce un personaggio perfetto, che esiste e può esistere solo grazie all’attore che gli da vita, come dimostreranno poi le deprimenti prove del pur bravino Steve Martin. E intorno a lui un crescendo di ilarità capace di rasserenare anche la più cupa delle serate. E per una volta lasciatemi commentare positivamente il lavoro di doppiaggio nostrano, che grazie all’incredibile voce di Giuseppe Rinaldi riesce a rendere il Clouseau italiano decisamente più spassoso della traccia audio originale (e sapete quanto mi sia costata quest’affermazione). Mito assoluto.

Clouseau: A beekeeper who has lost his voice, a cook who thinks he’s a gardiner, and a witness to a murder. Oh, yes. It is obvious to my trained eye, that there is much more going on here than meets the ear.

The Party (1968)

Un incredibile Peter Sellers nei panni dell’aspirante attore Indiano Hrundi V. Bakshi. Come e più dell’ispettore Clouseau. Invitato per errore a questo Hollywood Party, porterà devastazione nel villone del megaproduttore. Dirige un ispiratissimo Blake Edwards, che si riunisce a Sellers (e al grandissimo Henry Mancini per la colonna sonora) dopo The Pink Panther per mettere in scena il colore degli anni ’60, elefanti flower power e per sfottere pesantemente tutto il bel mondo della Hollywood dell’epoca. Alcune scene sono da storia del cinema, e qui pescano la maggior parte delle commedie più o meno caciarone che verranno. Alla fine, anche se The Party rischia di apparire un po’ lento nel ritmo – ma ricordiamoci che è stato girato nel 1968 –  siamo tranquillamente dalle parti del capolavoro assoluto. E, come farebbe *PJ, chiudo con una citazione:

Hrundi V. Bakshi: We have a saying in India… Michelle Monet: Yes? Hrundi V. Bakshi: Yes. Michelle Monet: Well? Hrundi V. Bakshi: Well what?