The Jackal (1997)

Stroncato dalla critica, non riconosciuto dall’autore del romanzo da cui è tratto (Frederick Forsyth), osteggiato anche da Fred Zinnemann regista dell’originale The Day of the Jackal (1973), questo film sembra avere attirato su di se tutta la voglia di critica dei frustrati di Hollywood e dintorni. Il che, sinceramente, è abbastanza incomprensibile. Perchè se è vero che The Jackal non è un capolavoro, nè una pietra miliare, nè particolarmente memorabile, è altrettanto vero che i tromboni della critica ufficiale si sono spesso sperticati con bonaria tolleranza per filmetti molto peggiori di questo. In fondo, lo sciacallo di Michael Caton-Jones è un dignitoso thriller di fine anni ’90, girato senza fronzoli nè con particolare personalità, ma con la gradevolezza del mestiere, una bella fotografia croccante, un montaggio bello ritmato, musica giusta e con un supercast da urlo in cui al tandem di belloni Willis/Gere si affiancano con autorevolezza l’evergreen Sidney Poitier e la credibile Diane Venora nei panni della poliziotta russa. Lungo il percorso è intrigante vedere i vari travestimenti dello sciacallo, l’inseguimento dei buoni, lo sviluppo del piano, la costruzione dell’arma. E se anche, ovviamente, il film richiede un discreto esercizio di training autogeno per raggiungere l’indispensabile sospensione dell’incredulità, alla fine la sua unica vera pecca è il solito, assurdo, forzatissimo, fottuto happy end. Perchè il vero Jackal ce l’avrebbe fatta, ma i benpensanti del sunset boulevard non ne vogliono sapere, forzando un finale in cui i soliti buoni trionfano, che più ritrito non si può. E poi lo criticano. Che dire? Coraggio.

Declan Mulqueen: This man is no clown. He knows all your moves, back to front. Right now, you’ve got a name; that’s all you’ve got. The Jackal has got a target: you. He’s got a timetable. And as to making mistakes, he’s spent twenty years in a trade that doesn’t forgive error. And he’s prevailed. You think he’s the one who’s up against it? It’s the other way around. 

RED (2010)

Il mondo invecchia, la società occidentale particolarmente. E così Hollywood – per farci sentire ancora protagonisti – sforna film i cui eroi sono arzilli cinquantenni (in questo caso Bruce Willis) e vivaci ottantenni (il sempre mitico Morgan Freeman) capaci di prendere a calci in culo i giovani rampanti. Messaggio sociale o stratagemma per far lavorare mostri sacri che sia, la cosa funziona, e bene, fin dai tempi di Space Cowboys, e questo RED ne è l’ultimo degno esempio. Retired, Extremely Dangerous non è nè più nè meno che il solito polpettone spy-action-comedy in cui gli eroi della CIA che fu vengono minacciati, e in parte eliminati, dal solito rogue in odore di intrallazzo fantapolitico. In questo caso il cast fa la differenza, dato che oltre ai due citati troviamo John Malkovich, Helen Mirren e Karl Urban (il quale, delegato a fare il giovane, si rivolge a Willis chiamandolo grandpa, giusto a rimarcare la demarcazione senior citizen). Diretto dal tedesco Robert Schwentke, RED alla fine non è nemmeno male. Anzi, certi momenti sono spassosi, e come al solito la sceneggiatura e i dialoghi scritti in California hanno sempre quel qualcosa in più (come il milk shake di Mel’s, per chi se lo ricorda). Peccato solo che la parte finale sia fin troppo indulgente con se stessa, perdendo un po’ il filo della narrazione a favore di sparatorie e bombardamenti abbondantemente sopra le righe, perfino per un action-comedy caciarone come questo. In ogni caso un filmetto caruccio, ovviamente superprodotto e bello patinato, con qualche virtuosismo di regia, bella fotografia, montaggio e musica top level. Preparate il pop-corn, svaccatevi sul divano e non aspettatevi nulla: sarà uno spasso.

Sarah: Wow. This guy’s insane.
Frank: Well, he thought he was the subject of a secret government mind control project. As it turns out, he really was being given daily doses of LSD for 11 years.
Sarah: Well in that case, he looks great.

The Expendables (2010)

Non so chi abbia convinto Sylvester Stallone di essere un regista, ma chiunque l’abbia fatto meriterebbe una bella sculacciata. Peccato, perché l’idea di mettere insieme i mostri sacri dell’action anni ’80 in un unico film e rispolverare, con una ventata di sana auto ironia, lo spirito di allora poteva anche non essere male. Ma alla fine la presunta reunion si rivela una bufala, o al massimo una trovata pubblicitaria/specchietto per le allodole per attirare l’attenzione. Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger – i cui nomi sono gridati sul poster del film – appaiono fugacemente per cameo della durata, si e no, di un paio di minuti. Mickey Rourke (sempre piú devastato) sta in scena in tutto forse sei minuti. Il film finisce, come ovvio, per concentrarsi su Stallone (ormai davvero deforme, ma che ha combinato?) e su Jason Statham, che rimane sempre supercool ed è l’unico che alla fine tiene in piedi la baracca (ma che ormai scegliendo certi copioni si sta infilando su una china preoccupante). I due protagonisti sono accompagnati da un incolore Jet Li (certo che anche lui, ma che film si è messo a fare?) e un altro paio di muscolosi nobodies. Per il resto il film é una minchiata, che scopiazza malamente dal più trito e ritrito sottobosco action, proponendoci il solito schema con il solito gruppo di ex corpi speciali alle prese con il solito ex agente CIA gone rogue nel il solito paesino straccione – e inventato – del centroamerica, in combutta con il solito generale corrotto, la solita droga, la solita gnocca da salvare con isola/castello da-distruggere-in-cinque-contro-tutti negli ultimi 20 minuti. E, tornando alla domanda retorica iniziale su Stallone regista, il film non è nemmeno particolarmente ben girato, anzi. Insomma, che aggiungere? Un paio di buone battute, una sola idea (sprecata), tanti spari, troppa violenza e poco altro.

Die Hard (1988, 1990, 1995, 2007)

John McTiernan all’apice del feeling, nel 1988 ficca Bruce Willis nei panni – perfetti per lui – di John McLane, creando forse il suo personaggio migliore. Beretta 92 e canotta insanguinata diventeranno ben presto un marchio di fabbrica, cosi come certe battutacce (vieni in California, vedrai che divertimento…) e un certo trattamento sempre velato di grande ironia. Il film che ne viene fuori non ha nulla di sbagliato, e in un attimo diventa l’archetipo dell‘action movie. Applausi al grandissimo Alan Rickman, perfetto supervillain di turno, capace di nobilitare un ruolo per definizione ostico. Yipee-ki-yay, motherfucker, due anni dopo McLane torna, ma con un certo Renny Harlin alla regia (chi scusa?). Ormai l’effetto sorpresa è passato, sai già che lui farà cose impossibili e finirà trionfante in canotta insanguinata, con i baddies morti o ammanettati. Vero. Però questo Die Harder è ben fatto, è cool, i cattivi sono veramente supercattivi e la trama è ricca di sorprese e colpi di scena che davvero ci caschi. Ultraviolento, per anni in vetta alle classifiche dei film con il maggior numero di morti (264, e credo che ancora oggi stia nella top 3 dell’argomento) ma comunque merita una visione. Nel 1995 McTiernan torna per girare Die Hard – With a Vengeance, e lo fa probabilmente solo per soldi. Indispensabile quindi buttare lì un supercast per sopperire all’ormai prevedibile svolgimento, ed ecco apparire magicamente Jeremy IronsSamuel L. Jackson. Non basteranno, e malgrado la superproduzione mentre lo guardi ti viene un po’ da sbadigliare, e anche una lacrimuccia di nostalgia ripensando all’adrenalina del Nakatomi Plaza. 12 anni dopo a Hollywood non pare vero di poter fare un nuovo Die Hard. Nasce così Live Free or Die Hard, diretto da Len Wiseman. Siamo molto lontani – non solo temporalmente – dalle atmosfere del primo e secondo capitolo. Troppo lontani. Questo film affossa definitivamente una saga già appesantita dal terzo capitolo, trasformandola nel solito baraccone inutile e senza personalità, come tante volte succede quando si tira troppo la corda. Concludendo. Da vedere ad ogni costo il primo. Ottimo anche il secondo per una serata pop corn. Ni il terzo. L’ultimo non consideriamolo nemmeno parte della saga, che è meglio.

Pulp Fiction (1994)

Any of you fucking pricks move, and I’ll execute every motherfucking last one of ya! Ecco come inizia un capolavoro. Tarantino porta alle estreme conseguenze la sua idea di cinema, e raggiunge con questo film livelli che – piaccia o meno – non toccherà mai più. Pulp Fiction è talmente perfetto da infastidire. Un’opera in cui nulla è lasciato al caso, che fa gridare di gioia quando alla fine riunisci e colleghi tutte le tessere del puzzle. John TravoltaSamuel L. JacksonUma ThurmanHarvey KeitelTim RothAmanda PlummerRosanna ArquetteChristopher Walken, Ving Rhames Bruce Willis rappresentano un cast mai visto prima, capace di riunire volti emergenti con personaggi considerati bolliti e lasciarli galoppare a spasso per una sceneggiatura miracolo, in cui salti temporali e flashback esaltano il fascino maledetto dei loro personaggi. Vincent Vega, Jules Winnfield, Mia e Marsellus Wallace, Pumpkin e Hunnybunny, Mr. Wolf sono tutti personaggi che sono entrati di diritto nella storia del cinema attraverso questo film cattivo, assurdamente violento, irrispettoso, blasfemo e in alcuni passaggi al limite del trash. Pulp Fiction è il film da cui Tarantino non si riprenderà mai più perchè irripetibile. Da vedere per centomila motivi o, come scrive PJ, anche solo per amore del cinema.

Surrogates (2009)

Due etti di Matrix, una spruzzata di Terminator, qualche goccia di Second Life (quantomeno il concept portato alle estreme conseguenze). Agitare bene e servire su schermo d’argento, con guarnizione di mega-budget e cast stellare. Fin qui Surrogates sembrerebbe di avere tutte le carte in regola per essere un prodotto di alta cucina. Ma purtroppo non è così. L’incipit si inaridisce subito e tutte le buone premesse evaporano, schiantandosi su una sceneggiatura che dopo il primo quarto d’ora traballa e barcolla, affannandosi pesantemente verso la mindless action. Come se non bastasse, on top of that arriva il solito, putrido, trito e ritrito, insopportabile, immancabile happy-fucking-end a mettere la parola fine ad ogni possibile speranza di recupero. Peccato.

The Fifth Element (1997)

Luc Besson sforna un film niente niente presuntuoso, diretto con l’arroganza della grandeur e con un occhio al 1982. Si perchè – mi chiedo – se un certo Ridley Scott quell’anno non avesse girato quel filmettino di secondo piano intitolato Blade Runner, monsieur le directeur avrebbe mai potuto concepire questo Fifth Element? Chiarisco: non sono un detrattore di Bresson, di cui apprezzo qualche regia, e ammetto che questo film comunque sia complessivamente ben fatto e si lasci anche vedere (grazie a qualche buona trovata, a Willis in forma e ad una incantevole Milla Jovovich) ma ribadisco che senza Blade Runner non esisterebbe.