The Matrix (1999)

Alla prima nazionale, nel 1999, mi ritrovavo seduto nella poltroncina del cinema, lo sguardo fisso nel vuoto, meravigliato, mentre scorrevano i titoli di coda. Non riuscivo a capacitarmi di quello che avevo appena visto. The Matrix. Un manga ipercinetico, portato su pellicola con incredibile maestria da due fratelli appassionati di fumetti e tecnologia. E anche se la storia non è nuovissima – insomma, le macchine che conquistano il mondo, pensiamo anche solo a Terminator – lo è la sua esecuzione: inimitabili le atmosfere superdark, le sequenza ultra dinamiche, le inquadrature iper-vitaminizzate, la fotografia patinatissima. E quel telecinema verde che da li in poi imiteranno più o meno tutti. Lungo la narrazione, tante le idee meravigliose: chi non vorrebbe l’upload cerebrale delle tecniche di kung-fu, incontrare la bionda vestita di rosso dello scenario di training, o anche solo avere il look-and-feel total black dei protagonisti? Maniacale, poi, la ricerca del dettaglio e folle la passione per la perfezione formale e narrativa, che diventano ulteriori trademark di questo film perfetto. In tutto questo, un cast indovinatissimo, tra cui spiccano Carrie-Anne Moss nella parte della fascinosa e cazzutissima Trinity e Hugo Weaving, inarrestabile agente nemico. Insomma, storia del cinema. Imperdibile.

(Quanto ai due teribbili sequel Reloaded e Revolutions, mi limito a dire che possono tranquillamente non essere visti. Anzi, vederli non farà che appannare l’idea originale, affievolendone la luminosità e di fatto impoverendola. Potendo, molto meglio evitare.)