The Recruit (2003)

Roger Donaldson (lo stesso di No Way Out, bellissimo spy thriller anni ’80) torna sulla scena del delitto, e cioè a Langley e alla CIA, per raccontarci la storia di un grandissimo Al Pacino nei panni di un infallibile reclutatore di talenti per i servizi segreti USA. Colin Farrell è simpatico e credibile (!) nei panni del reclutato, anche perchè forse nel 2003 non si prendeva ancora troppo sul serio. Devo dire che la prima ora il film scorre liscia e perfettamente equilibrata. La regia e la trama intrigano e, anche se siamo ovviamente e dichiaratamente dalla parti del pop-corn movie, ti coinvolgono e tirano dentro, anche grazie a personaggi molto ben costruiti. Lungo il percorso, lentamente, la sceneggiatura prende – aimè – la via della prevedibilità, e dopo il terzo presunto colpo di scena ti ritrovi in pena zona luogo comune. Sensazione che culmina e trova conferma nel discorso finale di Alfredone Pacino, che pesca a piene mani dal solito ritrito cassetto del fedele servitore dello stato a cui non sono mai stati dati i giusti riconoscimenti e che ora si prende la rivincita. Peccato, ma in ogni caso The Recruit (in italiano La regola del Sospetto, mah…) rimane comunque un piacevolissimo spy-thriller, ottimamente recitato, prodotto alla grande, girato in modo intrigante e perfetto per quel paio d’ore di relax. Insomma, Cinema d’evasione con la C e la E maiuscole, senza la pretesa di fare discorsi del re o la storia del silver screen.

Burke: Nothing is what it seems.

Minority Report (2002)

L’ex golden boy di Hollywood Steven Spielberg si mette in scia e, vent’anni dopo che qualcuno aveva girato Blade Runner, tira fuori questo film da un racconto di Philip K. Dick. Stefanone come sempre prende i migliori ingredienti e non lesina su nulla e in Minority Report c’è davvero tutto quello che ci deve essere: megabudget (102 milioni di dolla), supercast stellare, effetti speciali di riferimento. Però lo guardi e ti resta un po’ di amaro in bocca. Trattandosi di Stefanone, però, ti dici “non è possibile, ero io un po’ così quella sera” e lo riguardi. La seconda visione te lo fa rivalutare un pochino, anche se, date le premesse, ti resta comunque un brividino lungo la spina dorsale: che il tutto potesse essere molto meglio? Non dico Blade Runner che vabbè, resta lassù, irraggiungibile, ma la risposta è si. Qui siamo lontani – molto lontani – anche dalle migliori produzioni di Spielberg, il film tentenna, rulla continuamente senza mai realmente decollare, e alla fine si rivela un polpettone piuttosto palloso. Tom Cruise parecchio ingessato non convince, Max von Sydow è sempre grande ma marginale, Colin Farrell è clamorosamente fuori ruolo e mai credibile nei panni dell’inquisitore. Peccato, perchè la produzione resta di riferimento per fotografia, look-and-feel generale, e anche per alcune trovate come i precog (guidati dalla sempre meravigliosa Samantha Morton) o la rappresentazione epocale dei computer del futuro (e infatti da qui in poi tutti gestiranno i file mulinando le mani per aria…). Ma alla fine quel piccolo grande retrogusto di occasione mancata è sempre lì che incombe. Peccato.

Agatha: Murder.

Miami Vice (2006)

Un certo Michael Mann (quindi non il primo pirla che passava davanti al portone della Universal Pictures) sforna questo remake, più rivolto a chi non ha seguito il serial omonimo che non ai fedelissimi degli anni ’80. Il film non mantiene le promesse: le supera. Regalandoci un’atmosfera cupa, disincantata e sporca, che non ha nulla – o molto poco – a che vedere con la serie a cui si ispira. Colin Farrell e Jamie Foxx sono cool, tamarrissimi e – a patto di sospendere l’incredulità – perfetti per la parte. E la meravigliosa Gong Li è magnificamente calata nel ruolo della super-gnocca-super-cattiva, principessa di un plot in cui alla fine tutto lo sbattimento forse non è servito a niente. Girato completamente in digitale, è uno spettacolo visivo che raggiunge il culmine nell’unica sparatoria finale, per cui si raccomanda un 5.1 con sub-woofer di livello. Da possedere.