The Avengers (The Emma Peel Years, 1965-1968)

Chi non si ricorda Agente Speciale è proprio di un’altra generazione, ma farebbe bene a prendere una bella macchina del tempo e correre a guardarne qualche puntata, così, giusto per assaporare quel look-and-feel terribilmente e irresistibilmente British e quelle trame che definire oniriche è un eufemismo – ma del resto quelli erano gli anni del Lysergic Acid Diethylamide, no? The Avengers è stato l’X-Files degli anni ’60, Mulder e Scully – così come Dunham e Peter di Fringe, del resto – probabilmente non esisterebbero se nel 1961 il produttore anglo-canadese Sydney Newman (che un anno dopo avrebbe creato anche Doctor Who, per dire) non si fosse fatto uscire dalla mente quest’idea meravigliosa, scegliendo come protagonisti una coppia di agenti speciali di non si sa bene quale ramo del Servizio Segreto di Sua Maestà. Questa serie arriva quindi prima di tutti, anche prima di James Bond (che avrebbe debuttato al cinema solo un anno dopo), a portare sugli schermi una specie di mix tra il giallo, il thriller e la sci-fi. E lo fa in modo me-ra-vi-glio-so in tutto, a cominciare dal cast. Un elegante gentleman londinese (il grandissimo Patrick Macnee) è il misterioso e infallibile John Steed, unico personaggio fisso, presente in 157 su 161 episodi. Intorno a lui varie partner femminili, che raggiungono il top di classe e successo con la bambolona Diana Rigg nei panni della karate girl Emma Peel, vera bomba sexy dell’epoca, bellissima secondo tutti i parametri, geniale e perfino spiritosa. Con lei al fianco di Steed la serie raggiunge il vertice del successo, dello charme, della personalità, e le seasons 4 e 5 vengono infatti definite The Emma Peel Years, raccolte su DVD set dedicati, osannate e adorate dai fans (non so se si era capito, ma io sono tra quelli). Certo, come scrivo sempre, visto oggi The Avengers mostra tutti i segni del tempo, sia a livello visivo che narrativo, e non può certo competere – quantomeno per realismo e ritmo – con i citati X-Files e Fringe, ma è ovvio. Questo però non toglie che la serie sia spesso più intrigante, meno banale, più profonda, ricercata ed evoluta – e sicuramente intellettualmente più stimolante – di tante action series contemporanee (ma non mi riferisco alle due appena citate) che nascondono il proprio nulla dietro a qualche facile sequenza CGI. Insomma, The Avengers è un capolavoro, vera pietra miliare della televisione e dello spettacolo in generale. Se non lo avete mai visto, fossi in voi mi sentirei un po’ in colpa. Concludo con questo estratto da Wikipedia, che magari stimolerà ulteriore curiosità: The series parodied its American contemporaries with episodes such as “The Girl From AUNTIE”, “Mission… Highly Improbable” and “The Winged Avenger” (spoofing The Man from U.N.C.L.E.Mission: Impossible and Batman, respectively). The show still carried the basic format — Steed and his associate were charged with solving the problem in the space of a 50-minute episode, thus preserving the safety of 1960s Britain. Comedy was evident in the names and acronyms of the organizations. For example, in “The Living Dead”, two rival groups examine reported ghost sightings: FOG (Friends Of Ghosts) and SMOG (Scientific Measurement Of Ghosts). “The Hidden Tiger” features the Philanthropic Union for Rescue, Relief and Recuperation of Cats — PURRR — led by characters named Cheshire, Manx, and Angora.

Steed: Mrs. Peel, we’re needed.

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On Her Majesty’s Secret Service (1969)

Il meno Bond di tutti i Bond. Il più Bond di tutti i Bond. Potrei finire qui, ma invece decido di argomentare. Il meno bond perchè George Lazenby – l’attore autraliano chiamato per sostituire un certo Sean Connery – assomiglia più a Pippo Baudo che a 007, e devo ammettere che, pur rendendomi conto della difficoltà del ruolo, quando lo vedi la prima volta durante il teaser pre titoli di testa che dice My name is Bond, James Bond resti lì con la faccia tipo WTF?… e garantisco che con l’andare del film la situazione non migliora. Certo, dopo un po’ ti ci abitui, ma in definitiva si tratta di una scelta sbagliata, atroce, incomprensibile, potenzialmente devastante per la serie. Ma Lazenby ha un gran culo e si ritrova a recitare sulla miglior sceneggiatura di 007 di tutti i tempi, catapultato suo malgrado nel più Bond di tutti i Bond. Un film solido e maturo, capace di unire umorismo e dramma, per una volta con maggior credibilità rispetto allo sbruffone Connery. Bond è coinvolto, partecipa, si incazza, manda a quel paese M e tutto il servizio segreto di Sua Maestà. Si sposa (passaggio epocale: il personaggio più rubacuori e stracciamutande del cinema si sposa!) e lo fa con la meravigliosa Diana Rigg (l’indimenticabile Emma Peel di The Avengers) all’apice di un’avventura davvero coinvolgente che come al solito ci porta in giro per il mondo, diretta alla perfezione da Peter Hunt e musicata con ispirazione dal solito enorme John Barry, che tra le altre ci regala la stupenda We Have All The Time in the World affidandola alla voce del grande Ray Charles. Telly Savalas completa il cast nella parte di Ernst Stavro Blofeld, il superbaddie con ansie di world domination, da sempre acerrimo nemico di Bond. In definitiva un film che da molti è considerato un buco nero nella saga di 007 ma che in realtà è ben scritto, ben diretto, ben recitato, intenso ed equilibrato e, per una volta, quasi credibile. Da riscoprire, chiudendo un’occhio sull’aussie.

Draco: My apologies for the way you were brought here. I wasn’t sure you’d accept a *formal* invitation.
Bond: There’s always something formal about the point of a pistol.