Battlestar Galactica (2004)

Ti ci avvicini pensando alla serie originale (si, quella del 1978) che era simpatica ma decisamente sfigatella e la cui ombra di cheesiness si allunga minacciosa, riempiendoti di preconcetti anche su questa versione re-imagined. Poi dopo un po’ che rimandi, nella classica sera della disperazione, decidi di darle una chance. E li, proprio li, in quel preciso momento, davanti a quello che di fatto è un pilot di tre ore (la prima miniserie) ti senti un pirla: quanto tempo hai perso a tergiversare?! E ora ti trovi davanti a qualcosa di diverso, un’opera meravigliosa, innovativa, cazzuta, delicata, intensa, in cui lo spazio non è l’ultima frontiera, men che meno il playground per navicelle scintillanti e raggi laser! In BSG esistono la polvere, l’usura, la fatica. Le astronavi sono sporche, le divise si rovinano, le facce sono dei grugni che si graffiano, e finalmente non solo (non del tutto) hollywoodiane. Con l’intensità di una poesia, l’emozione di un ricordo, ti ritrovi a conoscerli uno per uno e a soffrire con loro. E quando ti lanci lungo le quattro stagioni seguite alla miniserie non puoi che provare gratitudine per Ronnie D. Moore, papà e deus ex machina di Battlestar Galactica. Questa è la serie TV che ho amato di più in tutta la storia delle serie TV, su cui volontariamente assumo una posizione acritica definendola perfetta. Ovvio che nei quattro anni ci siano stati inevitabili alti e bassi, ma è il valore complessivo dell’opera che segna una milestone gigantesca. Un capolavoro girato in digitale HD che visto in bluray fa paura per quanto è bello, una profondità e un’ampiezza di temi narrativi attualissimi e acuti, una soundtrack da-ur-lo, e la capacità non comune di farti riflettere, di coinvolgerti emotivamente, di entrarti sotto pelle. Un’esperienza che, più che da guardare, è da vivere.

All this has happened before, and all of it will happen again. So say we all.

Blade Runner (1982)

Con Blade Runner Ridley Scott (che arrivava da minchiatine tipo The Duellists e Alien) ridefinisce il concetto di sci-fi e traccia la via per quello che, da quì in avanti, sarà l’immaginario condiviso di qualunque scenario futuribile. Lo fa mettendo in scena un noir che sembra parlare di replicanti, navi stellari e colonie offworld ma che in realtà parla al cuore di ognuno di noi di un argomento futile e leggero come la vita. Blade Runner è di fatto un inno alla vita intesa nella sua accezione più ampia, sotto qualunque forma questa si presenti, sia essa reale o replicata. Roy Batty (la migliore interpretazione di Rutger Hauer) porta un messaggio e un insegnamento. E nel momento in cui salva Deckard (un perfetto Harrison Ford) lo fa a prescindere. Che poi questi sia o non sia anch’egli un replicante è poco rilevante. E’ vivo, e tanto basta. La meravigliosa Sean Young, un viscido Edward James Olmos (che ritroveremo vent’anni dopo sul ponte di Battlestar Galactica) e Daryl Hannah completano un cast sussurrato e perfettamente a proprio agio nei meccanismi del film. Due, tra le numerose edizioni, sono imperdibili: la U.S. theatrical version del 1982 (con la famigerata voce narrante) e la Final Cut del 2007, supervisionata e finalmente approvata dallo stesso Scott. Da vedere, rivedere, rivedere. E rivedere ancora.