Ronin (1998)

Il veterano John Frankenheimer torna all’action poliziesco in uno dei suoi ultimi film (scomparirà quattro anni dopo) e lo fa potendo contare su un cast bello solido (direi che Robertone De Niro e Jean Reno sono una garanzia) e su una storia che, per quanto a costante rischio di dejà vù, offre discreti spunti d’interesse. E infatti la prima mezz’ora tiene e intriga alla grande, le scene iniziali in cui Robertone arriva a Parigi, e poi tutta la fase successiva di conoscenza del team e messa a punto del piano, sono belle ritmate e ti tengono lì incollato col super attak, malgrado la gnocca Natascha McElhone sia decisamente poco credibile nel ruolo di project leader. Poi arriva il primo inseguimento in auto, e il film inizia a deragliare su un pendio che lo porterà piuttosto velocemente dalle parti di un dozzinale guardie e ladri nemmeno particolarmente interessante. Colpa di una sceneggiatura che nella parte centrale lascia il tempo che trova, e dello stesso Frankenheimer che si fa prendere la mano da sparatorie, esplosioni e decisamente troppi (ma troppi!) inseguimenti in auto. Un timido tentativo di romance tra De Niro e la McElhone prova, senza riuscirci, a dare pepe ad una parte centrale decisamente ribollita e stucchevole. Nel finale il film si risolleva, tornando quasi sul livello della parte introduttiva, ma lasciandoci comunque una sensazione di mezzo amaro in bocca. Peccato, perchè le premesse per farne un cult c’erano tutte, il cast e i soldi anche. Insomma, per rovinare Ronin ci hanno messo del loro.

Sam: Either you’re part of the problem or you’re part of the solution or you’re just part of the landscape.

The Da Vinci Code (2006)

Dopo tutto il can-can sul libro, la presa di posizione della chiesa, le mille questioni se fosse credibile o meno, dritto dritto da Happy Days arriva Ricky Cunningham e sforna ‘sto polpettone. Ovviamente non è colpa sua, dato che Ron Howard ci ha abituati a ben altre prove. Il problema è il brutto romanzo, abbondantemente sopravvalutato, su cui si basa la – terribile – sceneggiatura. Un film pretestuoso, noioso e impossibile da seguire, che durante i suoi 149 minuti – una vera tortura – vuole strafare ma riesce solo a creare mille rivoli narrativi, che si perdono chissà dove. Tom Hanks, poveretto, ce la mette tutta, ma dopo un po’ è evidente come nemmeno lui sappia più che faccia fare. Alla fine viene da chiedersi: è tutto quà? Tutto ‘sto casino, e poi? Inguardabile. Ma nemmeno se il DVD fosse in omaggio.

The Pink Panther (2006)

Ecco la conferma – casomai che ne fosse il bisogno – della grandezza inarrivabile di Peter SellersBlake Edwards. Qui ci riprovano mettendocela tutta, e Steve Martin è sicuramente dignitoso, rispetto per esempio al patetico – malgrado la regia dello stesso Edwards – tentativo di Benigni. Ma è comunque inevitabile che un film del genere si vada a schiantare contro il muro del passato, e di un mito che è impossibile anche solo da avvicinare. Il film a tratti è anche carino, ma i momenti di spasso e arguzia degli orginali rimangono ben lontani. Alla fine hai quel sorrisetto (o è una smorfia?) e vorresti metter su un DVD di Peter Sellers per riappacificarti col mondo.