Appaloosa (2008)

Adoro il cinema western e apprezzo tutti i produttori e registi che, dalla sua morte alla fine degli anni ’70, ogni tanto provano a rianimarlo. Purtroppo, con buona pace mia e di tutti gli altri fan, il genere resta stecchito – temo non ci sia più speranza – ma qualche buon film nel tempo è arrivato. Appaloosa è uno di questi: il grande Ed Harris, qui in veste di protagonista e regista, ci fa dono inaspettato di quello che, devo ammettere, è un grandissimo film. Abbandonate le atmosfere da epopea dei film di John Ford e le scanzonate e indolenti variazioni sul tema dello spaghetti western, da Leone a Trinità, Harris (alla sua seconda prova dietro la Mdp) ci regala un film di frontiera, crudo e cazzuto, in cui le pistole sparano davvero e le ferite non si guariscono legandoci intorno la bandana. Un cast davvero stellare completa il tutto, a riprova che agli attori il western non dispiace affatto: Viggo Mortensen col fucilone è da bacheca, Renée Zellweger dà profondità al personaggio della solita sgualdrina da saloon che cerca di stare al mondo come può, Jeremy Irons è il superbaddie di turno, cattivo e spietato al punto giusto. Il tutto con la stupenda e credibile fotografia di Dean Semler, ad esaltare – splendidamente musicati – i meravigliosi scenari del sud-ovest americano. Appaloosa è una grande storia di amicizia, di bastardi e uomini veri, di sceriffi e puttane. Un grande film di avventura vestito da cowboy. Io in questo caso non faccio testo, ma se vi capita guardatelo.

Randall Bragg: I told you you’d never hang me, Cole.
Virgil Cole: Never ain’t here yet.

Die Hard (1988, 1990, 1995, 2007)

John McTiernan all’apice del feeling, nel 1988 ficca Bruce Willis nei panni – perfetti per lui – di John McLane, creando forse il suo personaggio migliore. Beretta 92 e canotta insanguinata diventeranno ben presto un marchio di fabbrica, cosi come certe battutacce (vieni in California, vedrai che divertimento…) e un certo trattamento sempre velato di grande ironia. Il film che ne viene fuori non ha nulla di sbagliato, e in un attimo diventa l’archetipo dell‘action movie. Applausi al grandissimo Alan Rickman, perfetto supervillain di turno, capace di nobilitare un ruolo per definizione ostico. Yipee-ki-yay, motherfucker, due anni dopo McLane torna, ma con un certo Renny Harlin alla regia (chi scusa?). Ormai l’effetto sorpresa è passato, sai già che lui farà cose impossibili e finirà trionfante in canotta insanguinata, con i baddies morti o ammanettati. Vero. Però questo Die Harder è ben fatto, è cool, i cattivi sono veramente supercattivi e la trama è ricca di sorprese e colpi di scena che davvero ci caschi. Ultraviolento, per anni in vetta alle classifiche dei film con il maggior numero di morti (264, e credo che ancora oggi stia nella top 3 dell’argomento) ma comunque merita una visione. Nel 1995 McTiernan torna per girare Die Hard – With a Vengeance, e lo fa probabilmente solo per soldi. Indispensabile quindi buttare lì un supercast per sopperire all’ormai prevedibile svolgimento, ed ecco apparire magicamente Jeremy IronsSamuel L. Jackson. Non basteranno, e malgrado la superproduzione mentre lo guardi ti viene un po’ da sbadigliare, e anche una lacrimuccia di nostalgia ripensando all’adrenalina del Nakatomi Plaza. 12 anni dopo a Hollywood non pare vero di poter fare un nuovo Die Hard. Nasce così Live Free or Die Hard, diretto da Len Wiseman. Siamo molto lontani – non solo temporalmente – dalle atmosfere del primo e secondo capitolo. Troppo lontani. Questo film affossa definitivamente una saga già appesantita dal terzo capitolo, trasformandola nel solito baraccone inutile e senza personalità, come tante volte succede quando si tira troppo la corda. Concludendo. Da vedere ad ogni costo il primo. Ottimo anche il secondo per una serata pop corn. Ni il terzo. L’ultimo non consideriamolo nemmeno parte della saga, che è meglio.