Die Hard (1988, 1990, 1995, 2007)

John McTiernan all’apice del feeling, nel 1988 ficca Bruce Willis nei panni – perfetti per lui – di John McLane, creando forse il suo personaggio migliore. Beretta 92 e canotta insanguinata diventeranno ben presto un marchio di fabbrica, cosi come certe battutacce (vieni in California, vedrai che divertimento…) e un certo trattamento sempre velato di grande ironia. Il film che ne viene fuori non ha nulla di sbagliato, e in un attimo diventa l’archetipo dell‘action movie. Applausi al grandissimo Alan Rickman, perfetto supervillain di turno, capace di nobilitare un ruolo per definizione ostico. Yipee-ki-yay, motherfucker, due anni dopo McLane torna, ma con un certo Renny Harlin alla regia (chi scusa?). Ormai l’effetto sorpresa è passato, sai già che lui farà cose impossibili e finirà trionfante in canotta insanguinata, con i baddies morti o ammanettati. Vero. Però questo Die Harder è ben fatto, è cool, i cattivi sono veramente supercattivi e la trama è ricca di sorprese e colpi di scena che davvero ci caschi. Ultraviolento, per anni in vetta alle classifiche dei film con il maggior numero di morti (264, e credo che ancora oggi stia nella top 3 dell’argomento) ma comunque merita una visione. Nel 1995 McTiernan torna per girare Die Hard – With a Vengeance, e lo fa probabilmente solo per soldi. Indispensabile quindi buttare lì un supercast per sopperire all’ormai prevedibile svolgimento, ed ecco apparire magicamente Jeremy IronsSamuel L. Jackson. Non basteranno, e malgrado la superproduzione mentre lo guardi ti viene un po’ da sbadigliare, e anche una lacrimuccia di nostalgia ripensando all’adrenalina del Nakatomi Plaza. 12 anni dopo a Hollywood non pare vero di poter fare un nuovo Die Hard. Nasce così Live Free or Die Hard, diretto da Len Wiseman. Siamo molto lontani – non solo temporalmente – dalle atmosfere del primo e secondo capitolo. Troppo lontani. Questo film affossa definitivamente una saga già appesantita dal terzo capitolo, trasformandola nel solito baraccone inutile e senza personalità, come tante volte succede quando si tira troppo la corda. Concludendo. Da vedere ad ogni costo il primo. Ottimo anche il secondo per una serata pop corn. Ni il terzo. L’ultimo non consideriamolo nemmeno parte della saga, che è meglio.

Predator (1987)

Una misteriosa astronave penetra l’atmosfera terrestre e si dirige verso il centro america… Beh, anche se Predator può ormai considerarsi un classico della fantascienza, questo è l’unico momento in cui nel film si vede lo spazio. John McTiernan al top della forma, bello comodo sul seggiolino del dolly, raggiunge il punto più alto dell’action movie anni ’80. La spruzzata di sci-fi crea un mix molto interessante che, da qui in avanti, verrà ripetutamente clonato. Personalmente reputo Predator il primo film in cui Arnold Schwarzenegger risulta finalmente presentabile, forse anche grazie ad un eccellente cast di contorno, tra cui voglio citare il tamarrissimo Jesse Ventura e la gnocchetta Elpidia Carrillo. Grazie ad una sceneggiatura da applauso e a una soundtrack cucita addosso ad ogni scena, Predator segna una svolta in questo genere di film, riuscendo anche a dare una bella rinfrescata alla descrizione dell’Alieno: abbandonati i luoghi comuni (ET e omini verdi del caso) ecco finalmente un superbaddie di tutto rispetto. Geniale l’idea della soggettiva con visione termica, ormai storia del cinema. Indimenticabili alcune battute tra i cazzutissimi veterani (una su tutte: you are bleeding, man, e quello: I ain’t no time to bleed…). Raccomandatissimo per due ore di adrenalina e spasso. Da dimenticare invece il penoso Predator 2 e i vergognosi cocktail-sequel Alien vs. Predator 1 e 2.

The Hunt for Red October (1990)

Tratto dal romanzo capolavoro – per il genere – di Tom Clancy, girato da John McTiernan quando ancora era in stato di grazia, e con un certo Sean Connery nella parte del Lituano Marko Ramius, questo film ridefinisce le regole del submariner movie, arricchendole di intriganti sfumature. Bellissimo assistere alla complessità dell’azione e degli intrighi politici innestarsi con venature action sulla solita storia della defezione di un alto ufficiale sovietico. Alec Baldwin – di fatto lanciato da da questo ruolo – è perfetto nella parte di Jack Ryan (sarà un peccato vederlo sostituito da Harrison Ford nei successivi film tratti da Clancy). Un cast complessivamente perfetto, per un film imperdibile che – a patto di non vederlo dopo aver letto il romanzo – resta esemplare nella sua capacità di mettere in scena un plot complesso, intrigante e per certi versi credibile. Da avere e rivedere ogni tanto. Rigorosamente col 5.1 ad alzo zero e almeno 42″ di diagonale, facendo molta attenzione a non far cavitare il divano.

Nomads (1986)

Prima che McTiernan diventasse uno dei baronetti dell’action, e prima che Brosnan diventasse 007, i due si erano concessi questo film strano e pieno di personalità. Nomads colpisce, riesce a far paura, è ansiogeno, claustrofobico e teso, senza mai scadere nell’effettaccio facile o nello splatter. Un low budget ben recitato e ben girato, che riesce quasi a non sembrare un prodotto degli anni ’80. Un film grande e sconosciuto, che per me può tranquillamente stare bello caldo nei quartieri alti della videoteca.