Minority Report (2002)

L’ex golden boy di Hollywood Steven Spielberg si mette in scia e, vent’anni dopo che qualcuno aveva girato Blade Runner, tira fuori questo film da un racconto di Philip K. Dick. Stefanone come sempre prende i migliori ingredienti e non lesina su nulla e in Minority Report c’è davvero tutto quello che ci deve essere: megabudget (102 milioni di dolla), supercast stellare, effetti speciali di riferimento. Però lo guardi e ti resta un po’ di amaro in bocca. Trattandosi di Stefanone, però, ti dici “non è possibile, ero io un po’ così quella sera” e lo riguardi. La seconda visione te lo fa rivalutare un pochino, anche se, date le premesse, ti resta comunque un brividino lungo la spina dorsale: che il tutto potesse essere molto meglio? Non dico Blade Runner che vabbè, resta lassù, irraggiungibile, ma la risposta è si. Qui siamo lontani – molto lontani – anche dalle migliori produzioni di Spielberg, il film tentenna, rulla continuamente senza mai realmente decollare, e alla fine si rivela un polpettone piuttosto palloso. Tom Cruise parecchio ingessato non convince, Max von Sydow è sempre grande ma marginale, Colin Farrell è clamorosamente fuori ruolo e mai credibile nei panni dell’inquisitore. Peccato, perchè la produzione resta di riferimento per fotografia, look-and-feel generale, e anche per alcune trovate come i precog (guidati dalla sempre meravigliosa Samantha Morton) o la rappresentazione epocale dei computer del futuro (e infatti da qui in poi tutti gestiranno i file mulinando le mani per aria…). Ma alla fine quel piccolo grande retrogusto di occasione mancata è sempre lì che incombe. Peccato.

Agatha: Murder.