Everybody’s Fine (2009)

In uno di quei film che a Hollywood chiamano Dramedy – l’unione di Drama e Comedy – Robert De Niro ci regala un personaggio meraviglioso, dolce e intenso, come solo lui sa fare. E infatti questo film sta in piedi principalmente grazie al fatto che ci sia lui a recitare nella parte di un papà che, rimasto vedovo, vuole rivedere i propri figli, ormai cresciuti e sparsi ai quattro angoli d’America. La ricerca di questo incontro, che per una serie di motivi però sembra sfuggirgli, permette a Robertone, con la complicità misurata del regista Kirk Jones, di lanciarsi in una specie di road movie della terza età, regalandoci scene di grande malinconia (la sua solitudine nelle scene iniziali e nel viaggio a New York è devastante) ma anche di grande profondità, stimolando la riflessione su certi rapporti familiari e sulle distanze siderali che a volte si percepiscono anche con chi abbiamo magari di fianco. Un bel film, magari non proprio memorabile per gli attori di contorno, decisamente troppo bidimensionali, in cui De Niro svetta con la consueta forza delle emozioni che sa trasmettere anche solo muovendo un sopracciglio.

Art Gallery Girl: He used to say that if it wasn’t for his dad he never would have become an artist. He said he would have ended up painting walls, and that dogs pee on walls…

Ronin (1998)

Il veterano John Frankenheimer torna all’action poliziesco in uno dei suoi ultimi film (scomparirà quattro anni dopo) e lo fa potendo contare su un cast bello solido (direi che Robertone De Niro e Jean Reno sono una garanzia) e su una storia che, per quanto a costante rischio di dejà vù, offre discreti spunti d’interesse. E infatti la prima mezz’ora tiene e intriga alla grande, le scene iniziali in cui Robertone arriva a Parigi, e poi tutta la fase successiva di conoscenza del team e messa a punto del piano, sono belle ritmate e ti tengono lì incollato col super attak, malgrado la gnocca Natascha McElhone sia decisamente poco credibile nel ruolo di project leader. Poi arriva il primo inseguimento in auto, e il film inizia a deragliare su un pendio che lo porterà piuttosto velocemente dalle parti di un dozzinale guardie e ladri nemmeno particolarmente interessante. Colpa di una sceneggiatura che nella parte centrale lascia il tempo che trova, e dello stesso Frankenheimer che si fa prendere la mano da sparatorie, esplosioni e decisamente troppi (ma troppi!) inseguimenti in auto. Un timido tentativo di romance tra De Niro e la McElhone prova, senza riuscirci, a dare pepe ad una parte centrale decisamente ribollita e stucchevole. Nel finale il film si risolleva, tornando quasi sul livello della parte introduttiva, ma lasciandoci comunque una sensazione di mezzo amaro in bocca. Peccato, perchè le premesse per farne un cult c’erano tutte, il cast e i soldi anche. Insomma, per rovinare Ronin ci hanno messo del loro.

Sam: Either you’re part of the problem or you’re part of the solution or you’re just part of the landscape.

Goodfellas (1990)

Un film d’altri tempi. Quando dopo aver fatto a pezzi un cadavere si correva dalla mamma italiana per una peperonata nel cuore della notte. O quando l’unico possibile futuro era diventare un bravo ragazzo (As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster, dice Henry Hill/Ray Liotta all’inizio del film). Quando far carriera significava essere arruolati da Jimmy “The Gent” Conway (il solito incredibile Robert De Niro) per assaltare qualche camion. Insomma, quando Scorsese ancora non si era rammolito e ci portava all’apice del crime movie. Scritto con mano fatata dallo stesso Scorsese, tratto dal libro Wiseguy di Nicholas Pileggi, con un cast da urlo, perfetto dai protagonisti alle comparse, in cui, oltre a De Niro e Liotta, svetta un un enorme Joe Pesci, cattivissimo e vero mattatore nei panni di Tommy DeVito (indimenticabile nella scena/icona del “buffo come”: I’m funny how? Funny like a clown? I amuse you? I make you laugh? I’m here to fuckin’ amuse you?) e infatti premiato con l’oscar come miglior attore non protagonista (per cui, in pieno stile Tommy DeVito, ringraziò con un semplice It was my privilege, thank you. Un mito anche l’uomo, insomma un grande vero). Un film ultraviolento, quasi oltre la soglia della sopportazione, basato su una storia vera e per questo ancora più fastidiosamente bastardo. Un grande capolavoro, che ogni tanto va riguardato per capire cosa si intende con la parola cinema.

Henry Hill: For us to live any other way was nuts. Uh, to us, those goody-good people who worked shitty jobs for bum paychecks and took the subway to work every day, and worried about their bills, were dead. I mean they were suckers. They had no balls. If we wanted something we just took it. If anyone complained twice they got hit so bad, believe me, they never complained again

Analyze This (1999)

Grazie a Harold Ramis, esperto comedy director, due mostri sacri del mafia movie alla Scorsese la buttano sul ridere, regalandoci due spassosi boss (Paul Vitti/Robert De Niro e Primo Sindone/Chazz Palminteri) in lotta tra loro per la piazza newyorkese. Ma Paul Vitti cade improvvisamente vittima di attacchi di panico e ansia, scoprendo un lato di sè che cambierà la sua vita. La squisita sceneggiatura lo porterà ad incontrare casualmente Billy Crystal, meraviglioso nella parte dell’affermato analista Dr. Ben Sobel, che più o meno volontariamente lo prenderà in cura, dando il via ad una serie di gag spassose e misurate, capaci di fare di questo film un meraviglioso e intelligente passatempo di due ore. Indimenticabile l’incontro tra Crystal e De Niro, così come la prima seduta in cui il boss si sente già meglio o la battuta tu sei bravo… Un film da vedere e rivedere ogni tanto per sorridere un po’, lasciando perdere invece il mediocre sequel del 2002 Analyze That. Una curiosità: il vero nome di Chazz è Calogero Lorenzo Palminteri. Predestinato al ruolo di italo-americano?

Dr. Ben Sobel: Oedipus was a Greek king who killed his father and married his mother.
Paul Vitti: Fuckin’ Greeks.

Raging Bull (1980)

Il miglior De Niro (forse) di sempre nei panni di Jake LaMotta, un giovane Joe Pesci (al suo terzo film) e, dietro la macchina da presa, il grandissino Martin Scorsese, mettono a punto con questo film – nato dall’autobiografica del pugile italo-americano – il team che poi, per tutti gli anni ’80, ci regalerà gangster movie capolavoro, come nessuno aveva mai fatto, e come nessun altro riuscirà più a fare. Trovano radici qui, in questo strano film-documentario girato in un (volutamente) forzato B/N, la rabbia, la violenza e la cieca furia omicida che poi esploderanno e troveranno completezza in Goodfellas e Casino. Un film drammatico ed emotivamente assordante, dove la boxe per una volta non è la solita metafora della vita, limitandosi ad essere la vita del protagonista: un’ossessione violenta, fuori e dentro il ring. Costellato di dialoghi da citare e di scene quasi splatter, tra sputi e schizzi di sangue Scorsese guarda nel baratro senza colori dell’eccesso e dell’autodistruzione. Sangue e immigrazione. Gelosia e ignoranza. Ingredienti di un capolavoro da vedere (o rivedere) immediatamente.

Jackie Brown (1997)

Ecco il ritorno in grande stile di Pam “Coffy” Grier, rilanciata da Tarantino in questo grande omaggio alla blaxploitation anni ’70. Alla fine Jackie li mette in riga tutti e vola in Spagna, in un film esagerato, con un supercast che mette insieme uno strafatto Robert De Niro, il solito grande Samuel L. Jackson, una meravigliosa Bridget Fonda e perfino l’ex Batman Michael Keaton. Ma la vera sorpresa, l’altra metà di Pam in questo film, è Robert Forster – un altro geniale ripescaggio di Quentin – delicatamente complice, senza il coraggio di andare fino in fondo. Forse Jackie Brown non è originale e particolare come altri film di Tarantino, ma forse proprio questa sua presunta normalità lo rende semplicemente perfetto.

The Untouchables (1987)

De Palma fissa l’asticella al punto più alto del gangster movie, e si becca anche un bel + sul registro per la ricostruzione dell’atmosfera della Chicago proibizionista. Il cast è da urlo, tra CostnerConneryGarcia (i buoni) non sai più a chi dare i resti, ma è De Niro (il cattivo) che ancora una volta svetta e si distingue per la perfezione con cui entra nel personaggio, regalandoci il miglior Al Capone di tutti i tempi. Ormai storia del cinema la sua battuta you’re nothing but a lot of talk and a badge. Epocale.