Noah (2014)

noahGiusto per mettere subito in chiaro dove andremo a parare, compro una vocale e modifico il titolo del film: da Noah a Noiah. Un minestrone tremendo, che mescola troppi ingredienti, per altro nemmeno troppo freschi, e viene servito tiepido e senza sale. Il cast è l’unica cosa che si salva, ma fossi in Russell Crowe, Jennifer Connelly e Anthony Hopkins farei causa alla produzione, capace di gettare al vento l’idea tutto sommato intrigante di rappresentare l’avventura (non mi azzarderei a definirla storia) della famosa Arca di Noè. Lo stiracchiato 6,1 che il film racimola su IMDB è piuttosto eloquente, oltre che di manica larghissima, per inquadrare un film più vicino al fantasy dei vari Hobbit che all’epopea biblica che invece dovrebbe rappresentare. Insomma, una ciofeca fatta e finita, in cui la parola God non viene mai pronunciata (pare che The Creator sia molto più chic) e in cui alla fine tutta la storia dell’Arca appare secondaria rispetto alle battaglie digitali (ma basta!), ai mostri/angeli di pietra animati alla bene e meglio e all’impresentabile psicosi di Noah/Crowe. Ma soprattutto al solito trito, ritrito, stucchevole, noioso, dejà-vù, palloso, patetico scontro tra il buono (?) Noah e il superbaddie di turno, che non muore mai. Alla fine sei li sul tuo divano, con sbadigli incorporati (perché oltre tutto sto polpettone dura 138 minuti), che ti sorprendi a pensare “aridatece i polpettoni biblici che ci facevano vedere all’oratorio.” Da dimenticare.

Noah: A great flood is coming. The waters of the heavens will meet the waters of earth. We build a vessel to survive the storm. We build an ark.

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Robin Hood (2010)

Ridley Scott confeziona una specie di Gladiator in calzamaglia decisamente godibile. C’è ritmo, la sceneggiatura è solida, è ben recitato. Russell Crowe, Cate Blanchett, William Hurt e Max von Sydow sono un cast stellare e da soli valgono il prezzo del biglietto. Non bastasse, i 237 milioni di dolla di produzione si vedono tutti, il prodotto è decisamente ricco, sontuoso. Interessante la prospettiva, che fa di questo film una sorta di prequel del vero e proprio Robin Hood. Alla fine però Scott fallisce proprio dove con Gladiator aveva fatto centro, e cioè nella capacità di sorprendere. In questo Robin Hood c’è tutto quello che ti aspetti e niente che non ti aspetti. Un film da manuale, ma forse senz’anima.

Gladiator (2000)

Nel film che mi ha reso simpatico Russell Crowe, volano parole tipo At my signal, unleash hell. E mentre legionari sporchi e cazzuti fanno a pezzi i barbari, tutta l’arte di Ridley Scott tracima dallo schermo e ti inonda gli occhi. Una storia d’altri tempi, con una supertrama di vendetta come non se ne fanno più, un cast eccezionale e una ricostruzione scenografica da togliere il fiato.