Marie Antoinette (2006)

La mega-produzione di Sofia Coppola, oscar per i migliori costumi, descrive in modo tutto suo la parabola dell’Austriaca alla corte di Francia, e lungo il percorso smentisce perfino la famigerata battuta Maestà, il popolo non ha pane! e lei Che mangino brioche! Non è il solito film dilatato di Sofia, ma un bellissimo affresco sul crepuscolo di un impero. Ricostruzione, costumi e location sono davvero da urlo, e trasmettono alla grande lo stucchevole senso di spreco e di avvitamento su se stessa di una monarchia che ha perso il senso della misura in ogni direzione. Ma soprattutto questo film parla di una donna e della sua solitudine, a partire dalla siderale distanza della madre, passando per tutti gli assurdi privilegi/doveri regali, per finire con le patetiche performance di un maritino più interessato alla caccia alla volpe. Kristen Dunst alla fine non è nemmeno male nella parte della principessa catapultata regina, e anche il resto del cast – inclusa Asia Argento nella parte della zoccola di corte – se la cava bene. Tutti bravi, e tutto contribuisce a rendere palpabile il distacco tra quello che avviene fuori Versailles (l’imminente Rivoluzione Francese) e l’assurdità della vita di palazzo. Dichiaratamente realizzato senza nessuna volontà di rappresentare un documento storico, ma solo di rappresentare una storia, questo film è da vedere perchè potentemente onirico, prepotentemente cinematografico, spettacolare e per certi versi intrigante. Curiosa e meravigliosa, infine, la scelta di una colonna sonora a cavallo tra la musica classica – che ti aspetti – e i capisaldi della new-wave anni ’80 (Joy Division, Cure, Adam and the Ants, Siouxsie and the Banshees, ecc.) che invece non ti aspetti, ma che risultano sorprendentemente perfetti anche in costume settecentesco (i titoli di coda con All Cats Are Grey dei Cure sono da vera pelle d’oca!)

Marie-Antoinette: This is ridiculous.
Comtesse de Noailles: This, Madame, is Versailles.

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Somewhere (2010)

L’ultima fatica di Sofia Coppola inizia con una novità sorprendente che non fa però parte del film: è infatti distribuito in Italia (da venerdì scorso) prima che nel resto del mondo. Come dire: per una volta gli americani siamo noi. Per il resto Sofia riprende i tempi dilatatati che avevamo imparato a conoscere in Lost in Translation, questa volta applicandoli alla vita di un attore hollywoodiano (interpretato da Stephen Dorff provando a fare il verso alle facce attonite di Bill Murray, ma ne deve mangiare ancora di semolino). Il poveretto è ricco sfondato e passa le sue giornate a zonzo in Ferrari, vive in albergo a L.A., passa da un party all’altro e ha talmente tanta gnocca che si addormenta tra le cosce di una bionda. Il suo lavoro consiste solo nel seguire le istruzioni dell’efficente segretaria e correre quà e là a fare interviste e foto. Credo che il messaggio voglia essere che la vita della star è uno schifo, ma non attacca. E’ questo il vero limite di questo film, perchè quando ti alzi dal cinema una vocina dentro di te ti dice che tu comunque, a fare quella vita lì, ci staresti dentro alla grande. Alla fine Dorff dovrà prendersi cura della figlia (Elle Fanning, sorellina di Dakota) e questo gli farà in qualche modo cambiare prospettiva e capire la pochezza del suo esistere. Il che in fondo è anche un filino banale, no? Insomma, Somewhere è un film tutto sommato gradevole, ma che alla fine non aggiunge nulla, e il cui messaggio è talmente assurdo – e in quanto lanciato dall’interno di Hollywood anche ipocrita – da diventare una bella presa per il culo. Tipo: continuate a tirare il carretto, che tanto fare la star qui in California è un vero schifo. Vedete voi.

Lost in Translation (2003)

Un sogno girato con delicatezza e grande attenzione. Un film capace di donarti sensazioni. Come addormentarsi su un’amaca, come sentire un profumo, riscoprire un ricordo. Come guardare negli occhi chi ami e sentire che è proprio amore. Sentire. Ecco, c’è sentimento in questo film insonne che Sofia Coppola gira con dolcezza. Un film praticamente perfetto, che mentre vanno i titoli di coda vorresti già rivedere. Inimitabile e catatonico, un grandissimo Bill Murray ed una Scarlett Johansson acqua e sapone, insieme alla ricerca di un punto di contatto, nella solitudine glaciale dell’iper-tecnologica Tokyo.