Somewhere (2010)

L’ultima fatica di Sofia Coppola inizia con una novità sorprendente che non fa però parte del film: è infatti distribuito in Italia (da venerdì scorso) prima che nel resto del mondo. Come dire: per una volta gli americani siamo noi. Per il resto Sofia riprende i tempi dilatatati che avevamo imparato a conoscere in Lost in Translation, questa volta applicandoli alla vita di un attore hollywoodiano (interpretato da Stephen Dorff provando a fare il verso alle facce attonite di Bill Murray, ma ne deve mangiare ancora di semolino). Il poveretto è ricco sfondato e passa le sue giornate a zonzo in Ferrari, vive in albergo a L.A., passa da un party all’altro e ha talmente tanta gnocca che si addormenta tra le cosce di una bionda. Il suo lavoro consiste solo nel seguire le istruzioni dell’efficente segretaria e correre quà e là a fare interviste e foto. Credo che il messaggio voglia essere che la vita della star è uno schifo, ma non attacca. E’ questo il vero limite di questo film, perchè quando ti alzi dal cinema una vocina dentro di te ti dice che tu comunque, a fare quella vita lì, ci staresti dentro alla grande. Alla fine Dorff dovrà prendersi cura della figlia (Elle Fanning, sorellina di Dakota) e questo gli farà in qualche modo cambiare prospettiva e capire la pochezza del suo esistere. Il che in fondo è anche un filino banale, no? Insomma, Somewhere è un film tutto sommato gradevole, ma che alla fine non aggiunge nulla, e il cui messaggio è talmente assurdo – e in quanto lanciato dall’interno di Hollywood anche ipocrita – da diventare una bella presa per il culo. Tipo: continuate a tirare il carretto, che tanto fare la star qui in California è un vero schifo. Vedete voi.