On Her Majesty’s Secret Service (1969)

Il meno Bond di tutti i Bond. Il più Bond di tutti i Bond. Potrei finire qui, ma invece decido di argomentare. Il meno bond perchè George Lazenby – l’attore autraliano chiamato per sostituire un certo Sean Connery – assomiglia più a Pippo Baudo che a 007, e devo ammettere che, pur rendendomi conto della difficoltà del ruolo, quando lo vedi la prima volta durante il teaser pre titoli di testa che dice My name is Bond, James Bond resti lì con la faccia tipo WTF?… e garantisco che con l’andare del film la situazione non migliora. Certo, dopo un po’ ti ci abitui, ma in definitiva si tratta di una scelta sbagliata, atroce, incomprensibile, potenzialmente devastante per la serie. Ma Lazenby ha un gran culo e si ritrova a recitare sulla miglior sceneggiatura di 007 di tutti i tempi, catapultato suo malgrado nel più Bond di tutti i Bond. Un film solido e maturo, capace di unire umorismo e dramma, per una volta con maggior credibilità rispetto allo sbruffone Connery. Bond è coinvolto, partecipa, si incazza, manda a quel paese M e tutto il servizio segreto di Sua Maestà. Si sposa (passaggio epocale: il personaggio più rubacuori e stracciamutande del cinema si sposa!) e lo fa con la meravigliosa Diana Rigg (l’indimenticabile Emma Peel di The Avengers) all’apice di un’avventura davvero coinvolgente che come al solito ci porta in giro per il mondo, diretta alla perfezione da Peter Hunt e musicata con ispirazione dal solito enorme John Barry, che tra le altre ci regala la stupenda We Have All The Time in the World affidandola alla voce del grande Ray Charles. Telly Savalas completa il cast nella parte di Ernst Stavro Blofeld, il superbaddie con ansie di world domination, da sempre acerrimo nemico di Bond. In definitiva un film che da molti è considerato un buco nero nella saga di 007 ma che in realtà è ben scritto, ben diretto, ben recitato, intenso ed equilibrato e, per una volta, quasi credibile. Da riscoprire, chiudendo un’occhio sull’aussie.

Draco: My apologies for the way you were brought here. I wasn’t sure you’d accept a *formal* invitation.
Bond: There’s always something formal about the point of a pistol.